Il molestatore invisibile

Il molestatore invisibile

di Grazia Maria de Maria. L'altro non riesce a sganciarsi dal suo carnefice, che gli fa credere di essere lui a rovinare il rapporto, creandogli anche sensi di colpa

Margit Carstensen è "Martha", con Karlheinz Böhm, manipolatore e    violento, in un film di Fassbinder.

Come abbiamo visto nella puntata precedente, uno degli elementi per cui la vittima non riesce a sganciarsi dal suo persecutore è che questi sa dosare, insieme ai tormenti, anche gesti affettivi che la legano a sé, rendendola dipendente da un lato e disorientata dall’altro.

D’altronde, qualunque carnefice per conservare la sua posizione di dominio e mantenere in ostaggio la sua preda, offre sempre qualcosa di buono a quest’ultima, la quale finisce per chiedersi se non ci sia in lei qualcosa di “sbagliato” che, in fin dei conti, genera tanta incomprensione. Perciò essa continua a incrementare i suoi sforzi nella speranza di risanare la relazione sprofondando sempre più, invece, in una spirale estenuante.

Un'antica ferita narcisistica e carenza d'amore
Chiunque può cadere nella trama di un manipolatore perverso, ma coloro che ne diventano prigionieri portano dentro di sé, a loro volta, un'antica ferita narcisistica, ossia hanno vissuto esperienze traumatiche precoci a partire da una carenza d’amore: mancanza di attenzione, di empatia, di cure, comportamenti lesivi della propria dignità, abusi fisici, abbandoni, un genitore o un intero sistema familiare patologici.

Colpito da queste ferite - che possono essere simili a quelle ricevute dal manipolatore nella sua infanzia - un bambino può sviluppare delle strategie di sopravvivenza in accordo con il clima ‘sfavorevole’ in cui vive; vale a dire che egli può rinunciare inconsciamente a quella parte di sé che l’ambiente circostante non tollera e a cui non consente di esistere, come per esempio la spontaneità, la vitalità, l’autenticità, la fiducia o anche i talenti.

Antiche ferite legate al senso di non meritare di essere amati

Nathalie Portman è, ne "Il cigno nero", insicura e instabile a causa di un rapporto morboso con la madre.

Abdicare a questi aspetti significa anche smettere di riconoscerli come parti di sé e non sentire più empatia per essi e nemmeno, sfortunatamente, per la propria sofferenza.

Ciò equivale a rimanere amputati di una porzione di autoconsapevolezza e di vitalità che sarebbero necessari per orientarsi e realizzarsi genuinamente nella propria esistenza.

Quando tali ferite sono particolarmente profonde può accadere che la persona viva con un altrettanto oscuro sentimento di vergogna e con la cupa sensazione di non meritare davvero la considerazione degli altri, la loro attenzione e il loro amore.

Non solo: quelle antiche ferite, avendo indotto la credenza di non meritare l’amore, possono generare in una persona un acuto senso di colpa e portarla a punirsi inconsciamente, anche attraverso relazioni distruttive.
Chi ha interiorizzato a un livello profondo un’immagine negativa di sé, come ad esempio “sono una nullità”, se ne crede degno e quindi è convinto che il mondo sia legittimato a bistrattarlo, ma non essendo cosciente di questa credenza sabotatrice non ne ha il controllo e se ne lascia purtroppo pilotare.

L'alleanza con il persecutore

Andrea Wilson in "Evil, il ribelle", diventa un bullo come reazione a un patrigno sadico.

Tutto ha inizio quando il bambino non amato, per sopravvivere, si allinea prima e si allea poi con chi gli ha inflitto le prime ferite, il quale diventa col tempo una sua parte interiorizzata. Da adulta, la vittima andrà a ricercare inconsciamente un nuovo carnefice giacché quell’antica alleanza coincide con la convinzione di meritare proprio quello.


Se un tempo, dunque, il bambino ha percepito che così com’era non andava bene e ha inconsciamente barattato la sua verità con la sua sopravvivenza, successivamente l’adulto continuerà a ripetere lo stesso schema irrazionale nella immutata illusione che sacrificando una parte di sé sarà finalmente riconosciuto e amato.

Potremmo allora dire, metaforicamente, che ‘quel bambino’ rinnegato resta nascosto nello scantinato della psiche, impotente e sfiduciato, mentre l’adulto va avanti nella sua vita indifferente a quella parte tanto preziosa di sé, ormai obliata.

Superficialmente potrebbe sembrare che in quella esistenza tutto proceda normalmente, ma in realtà la persona è separata dalla sua sorgente vitale di cui avrebbe invece bisogno per radicarsi nel suo proprio potere e per maturare un sano governo di se stessa; di conseguenza si imbatterà facilmente in esperienze che metteranno di nuovo in scena il trauma infantile del disamore.

Il legame tra altruisti e idealisti e individui sfruttatori
Peraltro le vittime dei molestatori invisibili sono spesso persone altruiste, ingenue, idealiste, il che le porta a legarsi a individui sfruttatori; non di rado sono ricche di doti, ma difficilmente la loro autostima traballante consente loro di accorgersi del proprio valore.

Così, mentre il narcisista perverso è bloccato nella sua modalità devastatrice, la sua vittima tende a rimanere immobilizzata nel suo copione sacrificale. Come dice Bernard Lempert, quando l’odio si abbatte su un bambino egli finisce per sostituirsi a quel sistema distruttivo con comportamenti autodistruttivi.

Il bambino ha compreso a un livello inconscio di non dover esistere e non ha altra scelta se non quella di soggiacere al suo stesso delitto.
Un delitto senza spargimento di sangue: per tutti il defunto è vivo, e allora qual è il problema?

Oltre le ferite

"Ferite a morte", di Serena Dandini, sulle donne vittime di femminicidio.

Sia il manipolatore che la sua preda, dunque, sono sopravvissuti ad antiche esperienze traumatiche che spesso si assomigliano ed entrambi portano sepolta dentro di sé la tenace convinzione di non valere, di non meritare, di non essere mai abbastanza. Essi trascinano dentro di sé un nucleo psichico morto.

Ma, mentre il narcisista patologico puntella la sua insicurezza ponendosi su un piedistallo di grandiosità e approvvigionandosi di tutto il potere disponibile, la vittima tenta di mettersi in salvo utilizzando la strategia opposta, ovvero ponendosi in una posizione di subordinazione nella speranza di essere così accolta e benvoluta.

Va da sé che una problematica così compromettente la salute umana meriterebbe di essere fronteggiata approfonditamente a molti livelli della collettività, da quello clinico a quello socioculturale, soprattutto in vista di un’opera di prevenzione.

Ciò premesso, la psicoterapia può essere una via di risanamento efficace per elaborare i traumi del passato e per riprendere la via di uno sviluppo sano, ma i narcisisti perversi non frequentano generalmente gli studi degli psicoterapeuti, o, se lo fanno, avviene a causa di un tracollo particolarmente grave nella loro vita, oppure perché vengono obbligati da circostanze drammatiche in cui non hanno molta scelta.

Tuttavia, quand’anche in terapia, solitamente il loro obiettivo non è il cambiamento, bensì quello di trovare conferme su se stessi e sulla "inappuntabilità" delle proprie scelte, poiché non riescono a uscire dalla concezione che la causa delle proprie difficoltà risieda immancabilmente all’esterno.

È invece più facile che sia la vittima ad accorgersi, ad un certo punto, di aver bisogno di aiuto e ad essere in grado di intraprendere un percorso terapeutico di trasformazione, di recupero e di integrazione del proprio Sé. Il setting terapeutico può diventare per la persona violata lo scenario privilegiato in cui realizzare l’amorevole recupero del suo bambino abbandonato ossia della sua essenza più profonda.
Nella mia pratica clinica estraggo dalla ‘cassetta degli attrezzi’ approcci diversi, a seconda del paziente, per agevolare in lui la guarigione della ferita.

Come aiutare le vittime di abuso

In "Pazza" Barbra Streisand, abusata durante l'adolescenza, diventa una prostituta di lusso.

Tuttavia, qualunque sia la scelta di volta in volta del mezzo terapeutico, il cuore del processo risanatore, in special modo per le vittime di abuso, ha sempre a che fare con l’incontro emozionale del paziente con la sua parte bambina, poiché l’uno ha bisogno dell’altra.

Il bambino ferito, e a lungo nascosto, ha la necessità di un adulto finalmente affidabile che lo tuteli e si prenda cura di lui facendogli recuperare la fiducia di base smarrita e consentendogli di uscire dal suo nascondiglio; l’adulto dal suo canto ha bisogno della creatività e della vitalità del bambino senza delle quali la vita non può essere vissuta nella sua pienezza e nella sua profondità.

Laddove il bambino riprende il suo legittimo posto restituendo alla persona la centralità del suo sentire e facendole scoprire la necessaria empatia per se stessa, qualunque manipolatore ha i giorni contati.
A quel punto, infatti, l’avido predatore perderà agli occhi della sua vittima il carattere di invisibilità per diventare invece riconoscibilissimo e il bambino liberato sarà in grado di attrarre finalmente amore e rispetto a cominciare dalla sua naturale auto-empatia.

L’interminabile viaggio verso chi siamo può ripartire con nuovo slancio proprio nella solida e rinvigorente alleanza tra paziente e terapeuta.
Là, i due s’incamminano lungo un sentiero misterioso, sulle tracce di una chiave che interviene in qualunque evoluzione umana e che spezza ogni incantesimo: iniziare ad amare sinceramente se stessi, così come si è.
(Seconda puntata- continua)

In copertina Jack Nicholson e Karen Black in "Cinque pezzi facili"

Per saperne di più:
Vedi la puntata precedente: Quando la violenza è silenziosa
Manuela Pompas: Un muro di bambole contro la violenza
Aniceta Perrini: Donne violate

Libri:
M.F. Hirigoyen, "Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro". Einaudi, Torino 2000.
R.D. Laing, "La politica dell’esperienza", Feltrinelli, Milano 1971.