Incontrare il passato

Un racconto, tratto da una memoria di una vita precedente

Incontrare il passato

di Giovanna Rossi. Un sogno, una memoria, una vita passata tra i Celti. E un incontro nel presente, simile a un tuffo nel passato, che rievoca un amore lontano.

Giovanna Rossi.

Era un sogno. O forse no. I sogni che giungono appena prima del risveglio lasciano a volte emozioni che difficilmente possiamo spiegare, ci restano dentro e sono così coinvolgenti da non riuscire a smettere di pensarci. Così lei decise di metterlo per iscritto.

Camminava in un bosco con alberi d'alto fusto, querce, pini, larici. Qua e là una radura, le saette del sole che attraversavano i rami ed illuminavano il terreno cespuglioso. Non era sola, qualcuno la seguiva da presso, un giovane uomo armato di ascia e coltello, vestito di stoffa e pelle. Non era ostile, anzi lei sapeva che era lì per proteggerla dal pericolo. Ogni tanto le si fermava a raccogliere qualcosa, erbe forse, e lui si fermava un po' discosto e aspettava. Poi lei riprendeva il cammino e lui ancora la seguiva.

All'improvviso nel sogno tutto svaniva, ma subito dopo le si presentava un'altra scena: si trovava davanti ad una pira funebre, nella penombra del crepuscolo illuminato solo dalle fiamme del fuoco, che ardeva per lui. Tante persone intorno e lei al centro, come se stesse officiando una cerimonia. Provava dolore per la sua perdita e un forte senso di colpa. Avrebbe voluto piangere, ma sapeva che non le era permesso.

A quel punto si era svegliata di colpo, con uno sgomento di cui non sapeva trovare la ragione.
Una brioche, un caffè e poi la vita di tutti i giorni, il sogno accantonato come un sogno appunto e niente di più. Ma quando si apre, anche solo di uno spiraglio, la porta su “altro”, piano piano lo spiraglio si allarga, anche non volendo.
Così una sera, mentre stava guardando alla TV un film ambientato all'epoca dei conflitti tra romani e celti, la vista di una abitazione particolare le diede un sobbalzo.

La casa nel bosco

Foto di David Mark.

Spense la TV, ad occhi chiusi richiamò alla mente l'immagine appena vista, ed ecco via via delinearsi una casa molto simile a quella, di pietra e legno, col tetto spiovente, non molto grande. Lei sentiva che quella era casa sua. Un grosso cane lupoide era sdraiato davanti alla porta , il suo cane. Aveva la certezza di viverci da sola e che a pochi vi fosse consentito l'accesso, forse neanche all'uomo del bosco.
Una fantasia, un sogno in stato di veglia? E se fossero state memorie di un'altra vita, che stavano riaffiorando?

Dopo qualche mese successe l'inaspettato. Lo incontrò ad una fiera, lo guardò e pensò di conoscerlo da sempre. Era un'attrazione strana, non c'era il richiamo dell'innamoramento o del sesso. Era qualcosa di diverso ed era reciproco. Parlarono e si raccontarono per tutto il giorno. Dopo che si furono salutati, tornando a casa in auto lei, ripensandolo, lo vide vestito di stoffa e pelli e lo riconobbe come l'uomo del bosco.
Lui viveva in un'altra città, non c'era molto modo di vedersi, ma di telefonarsi sì. Lui le confessò che, dal primo momento che l'aveva vista, aveva provato per lei una sorta di rispetto, quasi un timore reverenziale che non sapeva spiegarsi. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, se l'avesse saputa in difficoltà o in pericolo. E tutto questo non aveva poi alla fin fine molto senso.

Frammenti di un'altra vita
In lei si faceva sempre più strada l'idea che stessero affiorando frammenti di un'altra vita, in cui si erano già incontrati. Forse era arrivato il momento di cercare risposte e completare il quadro.
Con il supporto di un'amica, che si occupava di regressioni nelle vite precedenti, scavò dentro di sé e le memorie del passato fluirono senza sforzo fino a ricostruire molti episodi di quella vita.

Scozia. Il Vallo di Adriano.

Era vissuta da qualche parte sopra il Vallo di Adriano, nell'attuale Scozia, in un villaggio nel quale aveva un qualche ruolo sacerdotale, ma anche di guaritrice. Partecipava alle riunioni dei capi ed era ascoltata e rispettata da tutti. Anche l'uomo del bosco partecipava a quelle riunioni.
Ad un certo punto, a causa di scorrerie di altre tribù, a lui venne affidato l'incarico di seguirla e proteggerla quando doveva recarsi nel bosco a raccogliere erbe e piante.
Tra loro non c'era mai stato niente di fisico, a lei non era concesso dal suo ruolo e lui non avrebbe mai osato per il rispetto che le portava, ma certo una grossa affinità li legava e forse qualcosa di più, mai confessato neanche a sé stessi.

Poi, un giorno di fine inverno, quando ancora la neve imbiancava la terra, Lui partì con altri del villaggio per la caccia, accompagnato dalle benedizioni e i buoni auspici di lei, che sempre veniva interpellata prima di ogni impresa. La caccia era stata buona durante la giornata e alla sera li aspettava il caldo di una casa di amici in una radura del bosco. L'attacco arrivò di sorpresa, guerrieri sbandati, forse stranieri, forse solo disperati affamati. Gli uomini si prepararono a difendere le donne e i bambini. Chi per primo si slanciò sul nemico fu proprio lui, ma presto un colpo d'ascia in pieno petto lo abbattè. Rimane un attimo sgomento, inginocchiato sulla neve, che si tingeva di rosso. Poi cadde.

Toccò a lei officiare la cerimonia funebre. Tenne il contegno che doveva tenere, poi a casa pianse tutto il suo dolore abbracciata al suo cane, distrutta dal senso di colpa per avergli dato un buon auspicio per una caccia in realtà per lui fatale.
Era decisa a non raccontare niente di tutto questo a lui, ma una sera, durante una telefonata, lui le disse che era sicuro che si fossero già incontrati in un'altra vita, in cui lui era una sorta di guerriero. Era anche certo di essere morto in inverno, perché più volte in sogno gli era apparsa la stessa immagine della neve bagnata di sangue , il suo sangue.

A quel punto lei gli raccontò tutto. Tanti tasselli andarono a posto, per quel che riguardava lo strano legame, che in qualche modo ancora li univa in questa vita. Lei gli chiese se avesse mai provato della rabbia o del rancore, se pure immotivati, nei suoi confronti, perché si sentiva ancora responsabile in qualche modo della sua morte. Lui le confermò che gli unici sentimenti percepiti al loro primo incontro erano stati di stima e rispetto. Lei allora riuscì a fare pace col suo senso di colpa.

Un colpo d'ascia nel petto

foto di Klimkim

Dopo più di un anno dal loro primo incontro lui la chiamò.
“Sai, era un po' di tempo che avevo strani dolori e disturbi, di cui nessun medico capiva niente. Oggi sono andato a fare accertamenti specialistici ed ho una diagnosi: sindrome dell'egresso toracico.

Il medico mi ha detto che quasi sempre è causato da un forte colpo al torace, magari dovuto ad un incidente. Mi sono messo a ridere e lui mi ha detto che non c'era proprio niente da ridere o da scherzare. Gli ho detto che non ho mai fatto incidenti. Ma non potevo certo dirgli che un colpo d'ascia mi aveva spaccato il torace quasi 1800 anni fa.

D'altronde, come scrive Andy Tomlinson “Di vita in vita”, “È nel corpo che i ricordi fisici, derivanti dalla vita presente come da una vita passata, sono registrati in maniera più vivida.”

(Tutte le immagini sono prese da Pixabay)