La ricetta della felicità

di Cristina Penco. Uno stato momentaneo di euforia o una situazione di benessere continuativo? Gli ideatori di The Happiness Museum di Copenaghen ci hanno suggerito alcune risposte

la ricetta della feliciitàLa felicità, si sa, sfugge a definizioni univoche ed tutto fuorché una scienza esatta. Ma può essere in qualche modo identificata con un luogo fisico e terrestre? Un punto di partenza per la sua difficile quanto appassionante ricerca, o almeno per qualche riflessione in merito, da ora in avanti potrebbe essere (anche) Copenaghen.

Al numero 19 di Admiralgade, nel centro storico della capitale danese, è sorto, infatti, The Happiness Museum, un progetto firmato da Happiness Research Institute. Quello di cui da tempo si occupa l’istituto è misurare il grado di soddisfazione e contentezza delle persone e degli stati, per suggerire politiche sociali che tendano a migliorare ogni giorno il benessere materiale ed emotivo su scala individuale e collettiva.

«La nostra speranza è che i visitatori ripartano un po’ più informati, un po’ più felici e un po’ più motivati nel rendere il mondo un posto migliore», ha dichiarato il fondatore del museo, Meik Wiking, ceo di Happiness Research Institute.

Il nuovo museo di Copenaghen
la ricetta della felicitàOtto stanze ospitate in un palazzo costruito alla fine del XVIII secolo, pensate ciascuna per esplorare la felicità da differenti prospettive.
Grazie alla multimedialità dell’esposizione, presso The Happiness Museum di Copenaghen l’interazione tra luogo e persona trasforma la visita in un’esperienza immersiva che indaga il rapporto tra realtà e illusione.

Attraverso esperimenti e test insoliti, come quello che misura la propria capacità di resistere alle risate contagiose, al museo danese i visitatori ricevono continue sollecitazioni per la loro personale ricerca. Nulla è lasciato al caso, dal ruolo giocato dall’ambiente alla geografia dello spazio nella definizione della felicità sociale fino al peso delle decisioni politiche nel dibattito ricchezza e povertà.

Trova spazio anche l’intelligenza artificiale, a cui è affidata la sfida di dare a sua volta delle risposte sull’argomento. Le persone sono invitate a riconoscere l’anatomia di un sorriso sincero, a interrogarsi sugli effetti delle nuove tecnologie sui sentimenti e a seguire gli scienziati alla scoperta di ciò che accade nel nostro cervello quando si accende quella scintilla chiamata felicità.

Le nazioni più felici al mondo
Tra dati, riflessioni e attività interattive su un tema quanto mai impalpabile, evanescente e soggettivo, sono analizzate anche le caratteristiche dei Paesi nordeuropei che sono sempre ai primi posti nelle classifiche delle nazioni più gioiose, in linea con le indicazioni dell’annuale World Happiness Report.

A partire dal 2012, quando fu diffuso il primo Rapporto Mondiale sulla Felicità, quelli che sono stati sempre al vertice della graduatoria – alternandosi sul podio – sono stati, in ordine cronologico crescente, Danimarca (2012, 2013 e 2016), Svizzera (2015), Norvegia (2017) e Finlandia (2018, 2019 e 2020). Proprio la patria per eccellenza delle aurore boreali, degli igloo e di Santa Claus con le sue renne, nell’ultimo triennio, è andata consolidando il suo primato ed è oggi in netto vantaggio sulla Danimarca, in seconda posizione.

Nella top ten 2020 figurano poi Svizzera, Islanda, Norvegia, Olanda, Svezia, Nuova Zelanda. Un caso interessante, lo Stato dell’Oceania, anche per quanto riguarda le ripercussioni della qualità della vita sulla politica.
Significativamente alcuni mesi fa la prima ministra Jacinda Ardern ha illustrato le priorità delle attività dell’esecutivo, facendo perno sul concetto di “benessere”, asse portante attorno al quale è stata ridefinita la struttura del bilancio pubblico:

Questo, tenendo conto di alcune categorie, come la lotta al disagio mentale e alle disuguaglianze, l’eliminazione della povertà minorile, il passaggio sempre più accelerato verso il digitale e verso il sostenibile. New entry della classifica: Lussemburgo e Austria, al nono e decimo posto. L’Italia è passata dal cinquantesimo posto del 2015 alla trentesima posizione quest’anno, guadagnando sei posti dallo scorso anno.

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Uno spazio dell’Happiness Museum.

«Il World Happiness Report (pubblicazione a cura di Sustainable Development Solutions Network, ndr) si è dimostrato uno strumento indispensabile per i governi e le istituzioni mondiali, che vogliono meglio comprendere cosa rende felici le persone e di conseguenza per promuovere il benessere dei propri cittadini», ha affermato uno degli autori, Jeffrey Sachs.
«Ancora una volta rileviamo, tra i principali motivi di benessere, una buona rete di supporto sociale, il senso di fiducia, governi onesti, sicurezza dell’ambiente e uno stile di vita sano».

Lo studio guarda anche a quanto la disparità tra singoli e gruppi incida sulla percezione della felicità individuale e a quanto, invece, un ambiente sociale positivo possa contribuire a mitigare gli effetti della diseguaglianza stessa. «La disuguaglianza della felicità riduce di molto la valutazione media della propria vita», ha commentato l’esperto Richard Layard. «Questo significa che le persone sono più felici quando vivono in società senza estreme disparità nella qualità della vita».

Città e campagna a confronto
Nel Rapporto Mondiale sulla Felicità 2020 per la prima volta in questo genere di report è stata redatta anche una lista delle città più felici al mondo in termini di benessere individuale. La città più felice a livello globale è risultata Helsinki, la capitale della Finlandia. Merito pure degli spazi verdi a disposizione dei cittadini, ma anche della possibilità di goderne in compagnia con qualcuno di caro.

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foto di Jill Wellington da Pixabay.

«Un ambiente sociale, sia esso urbano o rurale, è quello in cui la gente sente un senso di appartenenza, in cui gli individui condividono fiducia e piacere nello stare gli uni con gli altri e nei confronti delle loro istituzioni», ha spiegato un altro degli editor dell’indagine, John Helliwell. «In queste comunità si sviluppa anche una forma più alta di resilienza, perché la fiducia condivisa riduce il peso delle difficoltà, diminuendo di conseguenza la diseguaglianza del benessere».

I centri urbani giocano un ruolo fondamentale nella crescita economica e nell’interazione umana. In un panel più ristretto, composto da circa 13.000 volontari a Londra, è stato domandato ai partecipanti quale fosse il loro stato emotivo, incrociandolo con i dati ambientali, come, per esempio, la vicinanza con un corso d’acqua o uno spazio verde, fino alla qualità dell’aria, così come il livello di rumore e le condizioni meteorologiche.

Il Rapporto valuta anche come la popolazione urbana sia felice rispetto a quella non urbana all’interno dello stesso Paese. Quello che è emerso – come ha sottolineato lo studioso Jan-Emmanuel De Neve – è che, spesso, la felicità media di chi vive in città risulta più alta della media della popolazione generale di un Paese, soprattutto negli Stati ancora in via di sviluppo. Ma il vantaggio di questa felicità urbana sembra svanire e addirittura a volte mostrare un segno meno per città situate in Paesi molto sviluppati, suggerendo in qualche modo che la ricerca della felicità possa essere persino più fruttuosa se si vive in aree rurali.

La felicità in salsa danese: hygge

Meik Wiking, autore di “La via danese alla felicità”

Al di là dei parametri dello studio, resta una considerazione di fondo da fare, evidenziata fin dall’ingresso del museo danese. Se, per felicità, facciamo riferimento non a uno stato d’animo effimero, ma a una vera e propria conquista quotidiana, dovremmo concentrarci su quello che in Danimarca chiamano hygge (si pronuncia hughae), come ha scritto Meik Wiking, nel libro La via danese alla felicità (Mondadori).

Hygge è “arte di creare intimità”, “benessere dello spirito”, “assenza di fastidi”, “trarre piacere dalla presenza di elementi consolatori”, “compagnia confortevole” o, ancora, “cioccolata a lume di candela”. Il vocabolo può essere tradotto in molti modi diversi. Si tratta comunque non di oggetti tangibili, ma di atmosfere ed esperienze.

«È stare con le persone che amiamo. È la sensazione di essere a casa, di trovarci al sicuro, di essere protetti dal mondo e poter quindi abbassare la guardia. Magari semplicemente conversando sulle piccole o grandi cose della vita, godendoci una compagnia tranquilla e silenziosa oppure sorseggiando una tazza di tè da soli», ha scritto Wiking.

La ricetta della felicità: concedersi qualche coccola
Ed è anche una questione di chimica. Cosa succede nel cervello quando facciamo qualcosa di gratificante? Viene prodotta la dopamina. «Tramite le fibre nervose, la dopamina viene trasferita ai recettori situati in punti diversi del cervello, e allora proviamo piacere. I ricordi di un evento piacevole sono immagazzinati nella corteccia cerebrale per evitare che vadano persi», ha spiegato l’autore del testo e direttore dell’Happiness Museum. «Associamo a certe situazioni appaganti e a determinati alimenti la sensazione di piacere che ci spinge a volerne ancora. Al tempo stesso, però, dobbiamo sapere quando smettere».

Allo stesso modo, per esempio, a tavola, bisogna essere autoindulgenti e concedersi qualche coccola, a patto di non esagerare. I cibi più hyggelige? Carne, torte, dolciumi e caffè (o bevande calde in generale). L’importante è che siano golosità semplici e rustiche, nulla di troppo costoso o ricercato. Dei popcorn in una ciotola da condividere con ospiti e amici o dei marshmallow arrostiti sul fuoco andranno benissimo.

Per saperne di più
Fonti
: World Happiness Report 2020
Meik Wiking, La via danese alla felicità (Mondadori).,
Articolo del Sole

Cristina Penco
Giornalista, genovese di nascita ma milanese di adozione, si occupa di attualità, costume, società, non profit, moda ed entertainment, e anche di teatro e cinema ("grandi fabbriche di sogni", dice, "officine di creatività e cultura"). Anche se si è dedicata prevalentemente alla carta stampata, è presente in rete e ha fatto brevi incursioni in radio e in Tv. Mailto: [email protected]