A Cannes torna il tema dell’incomunicabilità

La 67° edizione del Festival di Cannes, conclusasi la sera del 24 Maggio (con un giorno di anticipo rispetto al solito, a causa della coincidenza con le elezioni europee) ha dato molte conferme e altrettante sorprese su quelli che erano i pronostici.

Il Vincitore della Palma d’Oro, il massimo riconoscimento del Festival, è andato a Winter Sleep, film di tre ore del regista turco Nuri Bilge Ceylan. La pellicola è ambientata in uno sperduto hotel in Anatolia e si basa sulle complesse relazioni fra tre personaggi. Nel complesso rispecchia perfettamente lo stile di Nuri Bilge Ceylan, non solo per l’ambientazione della storia nella sua terra di origine, ma anche e soprattutto per l’inquietudine e l’angoscia che le riprese, il montaggio e i dialoghi riescono a tramettere. La storia, o meglio le storie narrate, ruotano tutte attorno alla figura di Aydin (Haluk Bilginer), ricco ex attore e scrittore, che cerca di darsi alla scrittura e portando avanti un’occupazione piuttosto sporadica come proprietario di una pensione in una cornice di pietra (la natura è quasi assente).winter sleep
Attorno a quest’uomo gravitano numerosi personaggi colti nel pieno del loro stato di crisi. Dalla giovane e bella moglie pienamente insoddisfatta della propria vita, alla sorella separatasi da poco e pronta a sputare il proprio veleno/rabbia su chiunque le capiti a tiro, fino ad arrivare ai vicini (affittuari) che rivendicano il loro stato di miseria con esternazioni più o meno subdole. Tutti sembrano andare avanti per inerzia in una vita fatta di consuetudini e finti colpi di scena
Il titolo azzeccatissimo per il messaggio che vuole trasmettere l’autore: i protagonisti del film sembrano infatti seguire sempre gli stessi binari e quei luoghi così remoti e dimenticati costituiscono quella prigione/rifugio dove stereotipi e condizionamenti costituiscono il consuntivo con le proprie ambizioni personali. Un po’ come l’animale che in letargo attende, nell’inconsapevolezza del sonno, la primavera, ovvero la possibilità di agire.
Effettivamente, per gli amanti del cinema americano e dei film d’azione, in questo film non succede nulla, come in un cerchio non ci sono variazioni ma solamente il racconto di una condizione: nulla di fatto, nulla di aggiunto, ma molto su cui pensare.cannes2014_winners4
Un film antropologico che racconta la complessità e l’insondabilità dell’essere umano, perfettamente attuabile nella nostra società dove viviamo in una continua attesa del cambiamento, senza prenderne mai possesso. Insoddisfatti e chiusi in quello che ci viene imposto, ma con dentro un mondo di speranze e aspettative che soffochiamo per paura di rischiare o di metterci davvero in gioco. Un film che, nonostante sembri poco avvincente, riesce a portare in scena quella realtà che il regista si era messo come fine.
In un’intervista Ceylan racconta come il lavoro degli attori non sia solo frutto del copione: “Abbiamo lavorato per lungo tempo con la macchina da presa accesa. Molte cose quindi sono state improvvisate dagli attori. Ho filmato tutto il tempo. Un po’ come a teatro, ho lasciato lo spazio e il tempo necessari per esprimersi. Ho parlato molto con gli attori e ho cercato di non dare più importanza alla messinscena, facendo tesoro anche delle mie esperienze davanti alla macchina da presa”.
La realtà irrompe nella scena e viene premiata, che sia il ricordo malinconico dell’infanzia e del rifugio della famiglia, quando l’abitudine era una sicurezza, quando la primavera sembrava possibile (come per Le Meraviglie), o la consapevolezza di un rifugio troppo stretto da adulti, di un inverno infinito, di un insieme di regole e preconcetti che costituiscono la nostra prigione (come per Winter Sleep).

Il Premio per la regia va a Bennett Miller, grazie al suo film Foxcatcher, dramma tratto da una vicenda di cronaca nera del 1996, l’assassinio del lottatore campione olimpico David Schultz, avvenuta per mano John du Pont, amico ed allenatore del lottatore. Fantastica la tripletta di star interpreti: Channing Tatum, Mark Ruffalo e Steve Carell.

Adieu-au-langage-TrailerIl Premio della giuria viene assegnato ad un maestro come Jean-Luc Godard, noto esponente di punta della Nouvelle Vague, per il suo film Adieu au langage, pellicola dove sembra non raccontarsi nulla ma che, ad uno sguardo più profondo, trasmette l’incomunicabilità nei rapporti moderni (il film racconta dei problemi comunicativi di una coppia di fidanzati ma il messaggio per Godard sembra avere portata universale). Qualche polemica per l’insulto che Godard ha lanciato a Sorrentino, definendolo faquin, brigante.
La giuria premia anche Xavier Dolan, regista canadese che ha presentato il melodramma Mommy, pellicola in cui descrive il complicato rapporto tra una madre single e un figlio con problemi psichici, film estremamente realistico molto apprezzato anche per la colonna sonora.

Il Trofeo per la miglior sceneggiatura va invece a Leviathan, diretto da Andrej Zvjagincev. Il film analizza l’insicurezza e l’instabilità della società contemporanea tramite la vicenda di un padre che si trova a difendere la casa della sua famiglia, venendo a conti con la corruzione politica.

Il Premio come Miglior Attore va all’inglese Timothy Spall, premiato per la sua interpretazione da protagonista assoluto (per la prima volta) in Mr. Turner, biografia del pittore romantico William Turner ad opera di Mike Leigh.
julianne-moore-david-cronenberg-maps-to-the-stars-artinfo-spotlight-in-fiveMentre il Premio come Miglior Attrice se lo aggiudica l’americana Julianne Moore (già vincitrice della Coppa Volpi a Venezia per Lontano dal paradiso e l’Orso d’Argento a Berlino per The Hours), che in Maps to the Stars, del regista David Cronenberg, si cala con intensità nei panni di una star di mezza età in declino professionale e in una profonda crisi personale, tormentata dallo spettro della madre.

Nella sezione Un Certain Regard, il premio principale è andato a White God dell’ungherese Kornél Mundruczó. La pellicola è ambientato a Budapest e racconta la ribellione dei cani nei confronti dei loro padroni, sulle orme del racconto orwelliano. Il film è una chiara denuncia al razzismo nascosto della nostra società. Nessun premio invece per Incompresa, il nuovo lungometraggio scritto da Asia Argento, che narra le vicende di Aria, una bambina di 9 anni cresciuta in una totale indifferenza dei genitori. Ma più che la storia Asia racconta i sentimenti: il senso di solitudine e di abbandono della piccola Aria è qualcosa che più o meno ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita.

Il Gran Premio speciale della Giuria è assegnato all’unica pellicola italiana in concorso, Le meraviglie, di Alice Rohrwacher. Considerato inizialmente una della “delusioni” e poco apprezzato dal pubblico, ha invece sbaragliato i concorrenti facendo vincere per la prima volta, non tanto un nostro connazionale (già in passato si erano aggiudicati il Gran Premio della Giuria due film italiani: Gomorra e Reality, entrambi per la regia di Matteo Garrone), quanto una donna… A consegnare il riconoscimento alla regista è stata una commossa Sofia Loren.
images Nel cast la sorella della regista Alba Rohrwacher, Monica Bellucci, Sam Louwyck e le giovanissime Sabine Timoteo e Agnese Graziani. Emozionante il momento della premiazione: lacrime di entrambe le sorelle, Alice e Alba (nella foto, a sinistra), e di Monica Bellucci (sotto). Il film racconta l’estate di Gelsomina e delle sue sorelle che, insieme al papà, si occupano della produzione del miele in campagna. Il mondo raccontato è un mondo/rifugio che il padre ha costruito per difendere la famiglia dall’imminente “fine del mondo”, da non intendersi come una catastrofe naturale ma come la fine dei valori e del mondo conosciuto dalla gente “per bene”. La pellicola è girata tra Umbria, Toscana e Lazio, si parla di “68” e della morte della terrorista Ulriche Mainhof, ma il tempo sembra essere quello dell’Assoluto e del “sempre e ovunque” dove le giornate si succedono ciclicamente, come previsto dalla vita in campagna, a contatto con la natura, le stagioni e le loro regole. Si dorme sui materassi per terra, l’igiene è assente e i doveri sono assolti quotidianamente per assicurarsi il mantenimento. In questo scenario bucolico subentrano due elementi nuovi che sembrano rompere il ciclo degli eventi: un bambino tedesco che viene dato in affido e la televisione (che intende fare un documentario folkloristico della vita nella regione). Tutto il paese vuole partecipare alle riprese, compresa Gelsomina, che coinvolge anche il padre nel programma. Monica Bellucci, che fa un bel cameo, è la conduttrice del programma tv.monica-bellucci-cannes-2014
Un film che commuove per la sua dolcezza e veridicità nella descrizione di un mondo che tutti sentiamo come un mondo puro, delle origini, ma che davanti ai nostri occhi è stato cambiato per far posto ad un “nuovo mondo”. Un film interessante e intelligente con un tono azzeccato e costante che non cade mai nel dramma o nell’angoscia ma che sa mantenere il ritmo della favola. L’infanzia raccontata è un infanzia pura, dove il rifugio è il paese e tutto sembra succedersi come in un libro già scritto. Lo spettatore non può che commuoversi rimpiangendo quel mondo passato, che a prescindere dal ceto sente come suo.

Una presenza importante per il nostro cinema è stata quella di una splendida Sophia Loren, che ha presentato La voce umana (dal testo di Jean Cocteau, rivisitato in napoletano da Erri de Luca), diretto dal figlio Edoardo. Il festival ha festeggiato la nostra massima Diva con la proiezione della nuova pellicola, con quella di Matrimonio all’italiana – presentato in versione restaurata – e con una Masterclass in cui Sophia ha incontrato il pubblico per raccontare la sua storia.

Ancora una volta il Festival di Cannes è riuscito a mettere sotto i riflettori non solo intrattenimento, ma anche e soprattutto arte e riflessione. Come dice Woody Allen: “E’ assolutamente evidente che l’arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla televisione”.