I bambini orchidea

Bambini. Da Pixabay

di Cristina Penco. Secondo T. Boyce ci sono due categorie di bambini: i “dente di leone”, più forti, e gli “orchidea”, più delicati. Che, curati nel modo giusto, possono avere una fioritura fuori dal comune

Thomas Boyce, professore di Pediatria e Psichiatria infantile presso l’Università della California.

Molto resistente, non richiede particolari cure e può essere coltivato anche in luoghi dalle temperature rigide. È il “dente di leone”, pianta dai fiori gialli diffusa nei prati di tutto il mondo. Nota anche come tarassaco, soffione o cicoria selvatica, cresce ovunque, persino nei crepacci, tra le rocce, in climi aridi o umidissimi, fino ai contesti più ostici.

È significativo che, anni fa, l’azienda Continental abbia utilizzato la radice di questa pianta per progettare i primi prototipi di pneumatico green, battezzato dall’azienda Taraxagum, dalla denominazione botanica del vegetale e presentato durante una fiera di settore.

Di tutt’altro genere, invece, è l’orchidea, una delle piante decorative più belle in assoluto, dalle molteplici varietà, tutte caratterizzate da fiori incantevoli e affascinanti, un po’ avvolti nel mistero: si pensi, per esempio, agli stratagemmi messi in atto da alcuni esemplari per attirare gli insetti impollinatori, secernendo sostanze odorose e facendole assomigliare ai feromoni, l’ormone dello stimolo sessuale.
Allo stesso tempo le orchidee sono estremamente delicate e “difficili”: per svilupparsi in modo florido e rigoglioso hanno bisogno di condizioni particolari, dal terreno al clima, e di molte cure da parte di chi vive intorno a loro.

Non tutti i bambini sono uguali
Thomas W. Boyce è ricorso a queste due immagini del mondo naturale per descrivere altrettante tipologie di bambini oggetto di ricerche trentennali, di cui parla anche nel recente libro La forza gentile dei bambini orchidea (Garzanti).

L’autore è professore di Pediatria e Psichiatria infantile presso l’Università della California, a San Francisco, dove è a capo del centro di Pediatria comportamentale, nonché co-direttore del Programma per lo sviluppo del bambino e del cervello dell’Istituto canadese di ricerca avanzata.

Essere genitori, premette Boyce, è il mestiere più complicato e sfidante del mondo, a volte anche più arduo perché non tutti i figli sono forti, resistenti, capaci, come quelli del tipo “dente di leone”, di crescere e adattarsi a ogni ambiente.
Alcuni, almeno in apparenza, sembrano più fragili, e come le orchidee hanno bisogno di maggiori premure e attenzioni per evitare che “appassiscano” in fretta, anzi, affinché sboccino in tutta la loro bellezza.

Boyce ha attinto dalla sua esperienza diretta, fondendo l sue competenze di scienziato con le sue memorie d’infanzia e di adolescenza. Cresciuto in una famiglia conflittuale, il medico, ex bambino dente di leone, si è poi costruito una vita professionale gratificante, una famiglia stabile e amorevole. La sorella Mary, invece, era un’orchidea dotata di intelligenza e sensibilità superiori alla media ed è morta suicida dopo un percorso lastricato di delusioni e fallimenti. È proprio a lei che Boyce ha dedicato i suoi studi.

Genetica e ambiente

Susan Horowitz Cain.

“Basato su ricerche rivoluzionarie, questo libro cambierà la vita a tantissimi bambini e agli adulti che li amano”, così la docente statunitense Susan Cain ha commentato l’opera di Boyce. Qualche anno fa l’autrice aveva raccontato la sua esperienza di consulente in Quiet. Il potere degli introversi in un mondo che non sa smettere di parlare (Bompiani), accanto al suo passaggio da una “timidezza riluttante” a una “timidezza orgogliosa”.

Nell’era dei reality e della selfie-mania, Cain aveva contribuito ad accendere i riflettori sulle personalità silenziose, a volte reticenti, spesso però ancora più creative e con idee più brillanti di egocentrici estroversi, spiegandone la forza e il ruolo nella nostra società.

Allo stesso modo, al pari di Cain, anche Boyce, con i suoi studi, sta contribuendo a sfatare luoghi comuni e falsi miti. Oggi, in base alle sue indagini, sappiamo che i geni rischiosi alla base delle difficoltà che spesso riscontrano gli “orchidea” possono rappresentare non più una debolezza su cui intervenire o con cui si è costretti a convivere, ma un reale vantaggio nelle opportune condizioni circostanti.

La genetica, certamente, ha un ruolo molto importante, “ma i geni sono come libri chiusi, che vanno aperti e letti perché prendano vita: è l’ambiente a scegliere quali libri aprire”, ha spiegato Boyce, secondo quanto riportato da Vogue Italia. È dunque una combinazione di fattori, Dna e contesto esterno, a determinare il successo o il fallimento dei bambini orchidea e anche, in parte, di quelli “dente di leone”.

Gentilezza e accoglienza per gli “orchidea”

Un bimbo “orchidea”.

Ma come riconoscere i bambini orchidea? “Sono spesso timidi, a volte introversi, amano la routine; sono estremamente sensibili e sovente considerati “difficili”. Ai loro genitori e agli insegnanti dico che non solo c’è speranza, ma che se aiutati con gentilezza e rispetto fioriranno, e saranno i grandi artisti, scienziati, innovatori e politici empatici di cui abbiamo bisogno”, ha risposto il medico americano.

Che si raccomanda di non considerarli, come invece avviene spesso, “dente di leone” mancati, ma di vederli, piuttosto, come dei fiori differenti, capaci di tirare fuori una forza inimmaginabile ed emanare una bellezza straordinaria.

Dalla ricerca di Boyce e del suo team scientifico è emerso ripetutamente che i bambini sensibili e suscettibili rispondono in modo più potente e incisivo sia alle circostanze negative e stressanti, sia alle condizioni positive di accudimento e supporto. Se è facile che, crescendo, inciampino e si blocchino per via di situazioni molto sfavorevoli, è altrettanto probabile che abbiano successo se il mondo offre loro gentilezza e benevolenza.

“E se i bambini per cui più di tutti ci preoccupiamo fossero in realtà quelli più promettenti? E se quei giovani segnati da sconvolgimenti e difficoltà fossero potenzialmente destinati ai futuri più radiosi e creativi?”, si chiede, infatti, Boyce all’inizio del libro, per poi trattare un’ampia casistica attingendo dagli studi scientifici, dalle sue esperienze personali di figlio, fratello, padre e oggi anche nonno, e da vicende professionali di pediatra e psichiatra, dando consigli utili per genitori, insegnanti, educatori.
Ma anche per coloro che sono stati bambini orchidea e magari non hanno ricevuto, a suo tempo, la giusta comprensione e le cure adatte alle loro caratteristiche specifiche e individuali, per far pace con il loro lato rimasto inascoltato allora e per non sentirsi più “in difetto”.

La sensibilità non è una colpa

Bimbi “dente di leone”.

La forza gentile dei bambini orchidea intende essere il racconto di un sorprendente riscatto. Scrive l’autore: “Alla fine, a caratterizzare l’orchidea non è la vulnerabilità, bensì la sensibilità, e qualora venga offerto il giusto supporto, quella sensibilità può sbocciare in esistenze di grande gioia, successo e bellezza.

La sensibilità non è una colpa e che può trasformarsi nella più potente delle forze. “Siamo inclini a considerare responsabile della propria sconfitta chi non è riuscito a sopravvivere, anziché condannare le terrificanti condizioni che ha dovuto affrontare”, sottolinea. “Nessun bambino è indistruttibile e, in situazioni sufficientemente disperate e crudeli, quasi tutti vacilleranno e cadranno”.

In qualche modo, conclude il medico, tutti i piccoli sono delle orchidee, reattivi e sensibili, da proteggere e amare con cure costanti. Altrettanto erroneo e fuorviante, infatti, sarebbe pensare che i “denti di leone” non abbiano a loro volta bisogni emotivi che devono essere ascoltati. Sotto queste due categorie funzionali si nasconde un continuum, uno spettro di sensibilità nei confronti del mondo, nel quale tutti abbiamo un nostro posto.

Va solo trovato con pazienza e fiducia, che devono mostrare in primis le guide dell’infanzia. Consapevoli che, talvolta, saper manifestare le proprie paure non indica fragilità, bensì è un modo, per alcuni, di diventare più forti. L’importante sarebbe poter esprimersi – e lasciare esprimere l’altro – con la massima libertà. Sempre.

Cristina Penco
Giornalista, genovese di nascita ma milanese di adozione, si occupa di attualità, costume, società, non profit, moda ed entertainment, e anche di teatro e cinema ("grandi fabbriche di sogni", dice, "officine di creatività e cultura"). Anche se si è dedicata prevalentemente alla carta stampata, è presente in rete e ha fatto brevi incursioni in radio e in Tv. Mailto: [email protected]