Il dramma dei Rohingya

Un popolo perseguitato, distrutto, che nessuno riconosce. Finora

Il dramma dei Rohingya

di Manuela Pompas. Il dramma di un'etnia apolide, cacciata dall'esercito birmano in Bangladesh dopo stupri e massacri. Ma oggi si muove l'Aia con accuse di sterminio

Due anni fa sono stata in Birmania, un Paese che è rimasto nel cuore. Ho passato momenti intensi (vedi il mio articolo), visitando le città secondo un classico tour turistico.

E sono tornata con molti ricordi intensi, di quelli che non si dimenticano, come un tempio buddista a vuoto e dal silenzio era assordante, o il rumorosissimo mercato della giada, tempio degli artigiani, i quali passano ore a contemplare questa preziosa pietra (connessa con il chakra del cuore).

E poi la dolcissima Bagan, la valle dei templi, centinaia di tempietti di mattoni rossi, dove si respira armonia e pace. E Yangoon, con la Pagoda Shwedagon circondata da altri templi e guglie, tutti in oro (tanto oro solo nei tampli e povertà nei paesi), dentro i quali si prega, si mangia, si chiacchiera.

Una speranza di progresso democratico

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Aung San Suu Kyi

Però il nostro sguardo era da turisti, quel poco che abbiamo intravisto non è stato sufficiente per renderci conto della reale situazione sociale, culturale e politica. Abbiamo incontrato solo contadini, venditori, negozianti, ristoratori.

Molti di loro considerano Aung San Suu Kyi (oggi Consigliere di Stato della Birmania, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell'Ufficio del Presidente) una santa, che ha migliorato lo stato del Paese, usando i soldi del Nobel per costituire un sistema sanitario e di istruzione a favore del suo popolo.

Nel 2015 il suo partito aveva vinto le elezioni e sembrava che, finiti i regimi forti, sotto la sua guida si aprisse la speranza di progresso democratico. Ma nel 2008 l’esercito aveva ottenuto l’approvazione costituzionale che gli garantiva ampi poteri e il controllo dei ministeri chiave. E in casi di emergenza, il capo di stato maggiore può assumere il controllo totale del Paese. Una situazione molto complicata.

Rohingya: un genocidio voluto dall’esercito
Peccato che il popolo ignori – o non ritiene importante - che San Suu Kyi non abbia fatto niente per opporsi o per criticare l’esercito, che dal 2017 ha perpetrato una brutale campagna di repressione ai danni dei Rohingya, il gruppo etnico musulmano composto da circa 2 milioni di persone che vive nello stato del Rakhine, cui lei non ha concesso la cittadinanza.
Oltre 700 mila persone sono state costrette a rifugiarsi in Bangladesh in campi profughi al limite del collasso, in un genocidio che ha visto stupri, omicidi e distruzione dei villaggi.

Una guerra santa appoggiata dai monaci nazionalisti, che hanno contribuito a diffondere l’idea che da loro il buddismo sia in grande pericolo.
Il loro leader, Ashin Wirathu, chiamato il “Bin Laden buddista”, è stato accusato di incitare alla violenza contro i musulmani del paese e in particolare contro i Rohingya. Ricercato dalla polizia, sembra sparito. 

Ma proprio a causa dei suoi sermoni, la maggior parte dei birmani - che è buddista - è convinta che i Rohingya (o bangladesi, come vengono chiamati dai nazionalisti) siano immigrati irregolari provenienti dal Bangladesh. Un’etnia non riconosciuta come minoranza etnica, quindi apolide.

Nello scegliere le foto, ne ho viste alcune terrificanti: corpi di uomini, donne, bambini, nudi e accatastati, che ci ricordono altri corpi straziati nei campi di concentramento. Un massacro che in un mondo che si considera moderno non è più concesso.

La protesta delle organizzazioni internazionali
Finalmente qualcosa si è mosso: l’ONU ha accusato di massacri, stupri di massa e di operazioni di pulizia etnica l’esercito birmano, che ha negato.
La Corte penale internazionale dell’Aia, sollecitata dal Gambia e dalle Maldive su richiesta dell’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic), ha ordinato in un primo pronunciamento di adottare misure urgenti per proteggere i Rohingya dal pericolo di genocidio, accusando la Birmania di crimini contro l’umanità.

Un legale d’eccezione: Amal Ramzi Alamuddin
Le Maldive hanno scelto come legale l’avvocatessa Amal Ramzi Alamuddin, forse più nota al grande pubblico come signora Clooney, che ha al suo attivo un importante curriculum nei più importanti studi legali internazionali.

Tra l’altro ha difeso e fatto scarcerare Wa Lone e Kyaw Soe Oo, i due giornalisti della Reuters - cresciuti nella speranza di una (vera) svolta democratica del Paese - che, rischiando la vita, hanno pubblicato un articolo molto documentato sulla questione Rohingya, per il quale sono stati arrestati nel 2017 con l'accusa di aver violato la Official Secrets Act, una normativa risalente all'epoca coloniale britannica che sanziona l'ottenimento e l'utilizzo di documenti ed immagini che potrebbero essere utili al nemico.

Nel corso delle loro indagini i due sono entrati in possesso di documenti segreti, forniti dal personale della polizia al solo scopo di incastrarli. Dopo 500 giorni di prigionia, per fortuna non violenta, soprattutto perché tutto il mondo guardava alla loro sorte sono stati scarcerati.

E il Premio Nobel Aung San Suu Khy, presente all’Aia, forse dimenticando quello che ha passato negli anni di prigionia, o forse per paura di essere di nuovo perseguitata, esclude ogni volontà di genocidio.

La speranza nel Bangladesh
Scampati ai militari che sparavano dagli elicotteri, bruciavano le case e uccidevano, molti Rohingya - 1 milione e 200 mila - se pur in condizioni disumane sono riusciti a entrare in Bangladesh. Grazie all'assistenza internazionale, hanno costruito per loro il Cox's Bazar, che un tempo ospitava 28 elefanti selvaggi e oggi è diventato un campo profughi, il più grande del mondo.

Vivono in condizioni precarie, ma hanno un tetto di bambù sopra la testa, teli di plastica che li proteggono dalla pioggia, un pranzo completo. I bambini (secondo un bel servizio sull'inserto 7 del Corsera ne nascono 50 ogni giorno) vanno a scuola, ma solo fino alle elementari, dopo ci sono la madrasse, le scuole coraniche, un bel serbatoio per il reclutamento nelle file dell'Isis o di Al Qaeda.

E oggi si aggiunge un altro pericolo, forse ancora più grande, il coronavirus. Come faranno a difendersi e a sopravvivere, vivendo in così grande numero, ammassati, in precarie condizioni igieniche e sanitarie?

Per saperne di più:
Un articolo interessante sui monaci nazionalisti in Birmania