Hikikomori: una vita virtuale

I PROBLEMI DEI GIOVANI D'OGGI

Hikikomori: una vita virtuale

di Silvia Leghissa. Molti giovani, per non affrontare sfide e problemi spesso faticosi, preferiscono vivere sul web, sviluppando vere patologie

Foto di Lisa Runnels da Pixabay.

Arriva il giorno in cui ci ritroviamo adulti, quasi scordando quella parte della nostra vita passata fatta di emozioni travolgenti, di prime cotte ed abbandoni, di risate e di pianti, di sogni impossibili e di grandi valori, che credevamo assolutamente realizzabili.
Eravamo adolescenti e ci sentivamo forti e fragili allo stesso tempo, con una fiducia incrollabile che non ci abbandonava mai pensando al futuro. E poi siamo cresciuti.

Il passaggio dall’infanzia all’età adulta comporta molti cambiamenti fisici e psicologici. Tale transizione spesso si manifesta con eccessi emotivi, cambi repentini dell’umore, irritabilità, sentimenti dirompenti.

Ciò che varia è la modalità di espressione degli stati d’animo. I ragazzi di oggi hanno le stesse emozioni di quelli di ieri, ma differenti modi di esprimerle. Ogni epoca ha le sue caratteristiche e ogni generazione possiede modalità specifiche per affrontare la vita.

Il mondo virtuale fa meno paura di quello reale
Il mezzo di comunicazione preferito dai ragazzi di oggi è il web.
Internet è un universo di mondi alternativi, dove ognuno può trovare uno spazio in cui sentirsi a proprio agio, condividere le proprie idee, i propri gusti, le proprie speranze.
Nel web si può socializzare, lavorare, giocare, trovare nuovi amici, intrecciare storie d’amore. Nel mondo virtuale nascono miti che spopolano su Youtube. Trionfano dei perfetti sconosciuti, non necessariamente belli o talentuosi, ma amati proprio per questo. Persone in cui è più facile identificarsi perchè alleviano dalle ansie da prestazione, da quell’idea di perfezione che troppo spesso ci richiede la vita reale.

Là, fuori, c'è la paura, le insicurezze, le battaglie...
Fuori dalla porta di casa bisogna essere sempre belli, agguerriti, competitivi. Bisogna avere capacità multitasking, essere pronti a cambiare e a mettersi continuamente in gioco. E bisogna farlo velocemente. Vince chi si vende meglio, chi ha buone doti oratorie, chi è più furbo.

Foto di Moritz Bechert da Pixabay.

C’è, tuttavia, anche chi non è abbastanza sicuro di sé, chi, per esprimersi, ci mette più tempo, chi ama la calma ed odia la competizione, chi preferisce il silenzio alla polemica, chi rimane in un angolo perché non sa sgomitare.
I più deboli sono, spesso, proprio i ragazzi che, più pragmatici di quanto lo fossimo noi alla loro età, sembra leggano la realtà senza farsi troppe illusioni. Hanno meno speranze verso quel futuro che noi idealizzavamo. Sono consapevoli di dover superare alla svelta le paure, le insicurezze, il senso di inadeguatezza e farsi strada in un mondo sempre più spietato.
Il rischio è quello di non farcela, di essere tagliati fuori. Alcuni si rassegnano già prima di provare ad affrontare le difficoltà, nascondendosi dietro allo schermo del PC, dove tutto è più facile.

 Il Gaming Disorder, i Neet e Hikikomori
La sicurezza di sé e la fiducia verso la vita nascono, in genere, nel contesto familiare, dove i bambini dovrebbero avere la possibilità di costruirsi un’identità forte e capace di resilienza. Un compito che sembra essere diventato quasi impossibile.
Ogni giorno si sentono fatti che riguardano genitori incapaci di occuparsi dei propri figli, insegnanti denigrati dagli studenti, ragazzini vittime di bullismo e altri che commettono crimini per noia, per passare il tempo.

Foto: Gerd Altmann da Pixabay (anche in home page).

Ci si sente fortunati se il proprio ragazzo trascorre le giornate davanti alla Play Station o navigando sul web.
La realtà virtuale, tuttavia, può risucchiare in un buco nero, da cui è difficile uscire. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la dipendenza da videogiochi una vera e propria malattia mentale.

Il Gaming Disorder è stato inserito nell’ultima versione del manuale diagnostico ICD-11 (International Classification of Diseases), che verrà pubblicato nel 2022.
Una patologia con criteri diagnostici ben definiti, con sintomi che interessano la sfera dell’umore e del pensiero. Gli interessi di chi ne soffre, soprattutto giovani e giovanissimi, sono rivolti esclusivamente ai giochi virtuali. Se non ci si piazza davanti alla consolle, si cade in uno stato di apatia. Le persone che soffrono del Gaming Disorder possono manifestare cefalee, disturbi depressivi e attacchi epilettici veri e propri.

Il web, una delle droghe del nuovo millennio
Crescere non è un gioco da ragazzi. E non è un gioco virtuale. Eppure, a volte le nuove generazioni preferiscono le piattaforme del web alle piazze reali. Affrontare gli ostacoli fatti di pixel può essere più gratificante rispetto ai fallimenti a cui si teme di andare incontro nel quotidiano. Una dipendenza vera e propria, pervasiva e autodistruttiva. Una delle droghe del nuovo millennio.

Il senso di inadeguatezza può paralizzare così tanto da portare al fenomeno dei Neet (Neither in employment nor in education and training). Detti anche né-né, sono ragazzi tra i 15 e i 35 anni che non studiano e non cercano un lavoro. Giovani senza prospettive, che rischiano di sviluppare dei veri e prorpi disturbi mentali come la depressione e, a lungo andare, di finire nella totale emarginazione.

Quel desiderio di isolarsi dal mondo
Ma c’è un altro disturbo che sembra colpire le nuove generazioni: una condizione definita Hikikomori. La strada per il raggiungimento della maturità non è sempre priva di difficoltà. La vita, tuttavia, ci mette a disposizione degli insegnamenti che ci permettono di sviluppare capacità di problem-solving sempre più elaborate.
I fallimenti sono i nostri maestri. Grazie ad essi, capiamo come agire e come comportarci, quali azioni mettere in atto nelle diverse situazioni e come superare gli ostacoli che incontriamo durante il nostro cammino. Se non si impara ad accettare le sconfitte, ogni contrattempo può trasformarsi in delusione, ogni avversità in disperazione. Davanti agli insuccessi, c’è chi scappa dalla vita, rinchiudendosi in casa.

Gli Hikikomori, ragazzi che si isolano in casa
Hikikomori
è una condizione identificata per la prima volta in Giappone, ma che non risparmia nessuna delle società capitalistiche. Il termine, che significa letteralmente “isolarsi, stare in disparte”, è stato coniato dallo psicologo Tamaki Saito, specializzato in problematiche adolescenziali. Indica dei soggetti, per lo più adolescenti, che si sono ritirati dal mondo e hanno deciso di non frequentarlo più.

ll fenomeno è nato in Giappone, un paese estremamente competitivo già a partire dal sistema scolastico. Gli studenti ambiscono ad entrare nelle scuole e nelle università più prestigiose, istituti privati molto costosi. Devono superare molti test durante tutto l’anno scolastico ed affrontare esami di ammissione spietati per accedere agli atenei. La mattina vanno a scuola e durante il pomeriggio frequentano corsi di preparazione per l’ingresso all’università. Solo gli allievi più bravi, quelli che riescono a laurearsi a pieni voti, otterranno i posti di lavoro migliori.

La competizione, pertanto, è molto alta e, fin dalla più tenera età, i bambini nipponici sono costretti a far fronte a pressioni familiari e sociali estremamente pesanti. Il fallimento agli esami di ammissione universitari porta all’hikikomori. I ragazzi si chiudono in casa, isolandosi dal mondo per studiare e per ripresentarsi ai test di ingresso un anno più tardi. Ma alle volte non escono più.

Un fenomeno che si è esteso anche in Occidente
Il fenomeno degli isolati si è esteso dal Giappone a tutto il mondo occidentale ed identifica quegli individui che si confinano tra le mura domestiche, perdendo ogni contatto con la società. Non frequentano più gli amici, non studiano, non lavorano e rimangono autosegregati anche per anni. È un meccanismo di difesa che si sviluppa come reazione all’ansia da prestazione generata da aspettative sociali troppo elevate.

Lo psicanalista (Judd Hirsch) con il giovane paziente (Thimothy Hutton) in "Gente comune".

Chi non riesce a soddisfarle, sviluppa un senso di fallimento risolvibile solamente con la fuga. Si scappa dalla vergogna di non essere abbastanza bravi, abbastanza forti e competitivi. E ci si nasconde dentro la propria cameretta. Si tratta di persone più sensibili della media, introverse, con famiglie troppo esigenti alle spalle. Spesso vittime di bullismo, iniziano a marinare le lezioni, fino ad arrivare all’abbandono scolastico. Giovani che si fanno invisibili, preferendo sparire dalla vista di tutti piuttosto che affrontare il disagio quotidiano di una vita troppo difficile.

Aiutarli si può, affrontando una psicoterapia familiare
Tutti sono chiamati a mettersi in gioco, a partire dai genitori, a cui va insegnato a pensare ai figli come a persone con un’identità diversa dalla loro. Senza giudizio, senza pressioni.

E loro, gli adolescenti, devono essere aiutati a trovare la propria essenza, a sviluppare le proprie passioni, ad alimentare i propri desideri, a lottare per realizzare i propri sogni e non quelli altrui.

E devono imparare anche a commettere errori e a capire che sbagliare fa parte del gioco. Nella vita reale, il fallimento non è un “game over”, ma un grande insegnamento.
È bene che i ragazzi lo sappiano.