L’Amazzonia in fiamme non si spegne

AMAZZONIA, UNA CATASTROFE MONDIALE

L’Amazzonia in fiamme non si spegne

di Manuela Pompas. Brucia un polmone della Terra che alimenta tutto il mondo. E Bolsonaro, che all'inizio aveva dichiatao «L'Amazzonia è nostra»,  manda l'esercito.

L’Amazzonia brucia (ma anche la Siberia, l'Alaska, l'Africa sub-sahariana, la California). Il fuoco che dura da mesi in Brasile sembra quasi impossibile da spegnere. Il Presidente Jair Bolsonaro,  reagendo agli attacchi internazionali aveva dichiarato in TV: «L’Amazzonia è nostra». Come dire che nessuno Stato deve intervenire.

Anzi, ha licenziato Ricardo Galvao, lo scienziato a capo delle ricerche dell’Istituto di ricerca spaziale brasiliana (Inpe) che gli aveva sottoposto i dati raccolti con i satelliti (“Dati fasulli, in accordo con le Ong”, ha sostenuto), di una foresta allo stremo, con l’83% di roghi in più dell’anno scorso, 20.000 ettari carbonizzati, in una foresta che prima forniva alla Terra il 20% dell’ossigeno e che ora potrebbe avere meno di dieci anni di vita, diventando una savana. Con conseguenze disastrose per l’intero pianeta.

Ma perché l’Amazzonia brucia?
Ogni anno coltivatori e allevatori accendono nella foresta fuochi (le queimadas) per ricavare nuovi pascoli e campi da coltivare e rifertilizzare, con un modello di agricoltura sostenibile. Come scrive Andrea Palladino sull'Espresso, "l'Amazzonia funziona a cicli economici predatori". "Prima si prende il legno, con il taglio delgi alberi secolari di mogano", spiega; "poi c'è l'incendio, che lascia una terra povera esposta alle piogge torrenziali; quindi l'arrivo dei manzi...". "E infine la coltivazione della soia per produrre mangimi animali".
In campagna elettorale Bolsonaro, opponendosi alle politiche ambientaliste, aveva promesso – e così ha fatto – di allentare i vincoli ambientali a vantaggio di agricoltura intensiva e allevamento. Ogni anno anche gli indigeni usano il fuoco per mettere a cultura i terreni. Ma rispetto agli anni passati i fuochi appiccati sono quasi il 40% in più e l’estensione degli incendi è diventata incontrollabile.

 Macron prima voce forte contro Bolsonaro
In Europa c’è stata una vera e propria sollevazione politica. Il Presidente francese Macron (a sin nella foto, alla sua dx Bolsonaro) ha parlato di una crisi internazionale e ha minacciato di sospendere l’accordo di libero scambio UE-Mercosour che riguarda i dazi su molte merci, affiancato da altri leader europei. E molte figure importanti del mondo imprenditoriale, economisti e politici, hanno preso le distanze da lui. All’inizio Bolsonaro ha reagito con una pessima battuta («Adesso sono Nerone!»), che poi si è rimangiato.
All’inizio del G7, in cui l’Amazzonia è stata “in cima all’agenda”, come ha sottolineato Angela Merkel, cambiando registro ha parlato dalla Tv brasiliana di tolleranza zero per i responsabili (gli incendi sono dolosi, per creare terreni per l’agricoltura e per i pascoli) e ha spedito 44.000 soldati con aerei militari per spegnere il fuoco, peraltro ormai incontrollabile, con un’operazione che durerà fino al 24 settembre.

Proteste in tutto il mondo: ma siamo tutti responsabili
E contro Bolsonaro oggi si levano proteste da tutto il mondo, ovviamente Greta Thunberg, che ha organizzato proteste davanti a molte brasiliane, politici, economisti, ambientalisti e anche gli indigeni. «Non dobbiamo trattare l’Amazzonia come luogo di un incidente», ha dichiarato in un’intervista al Corriere della sera Naomi Klein, attivista canadese contro i danni all’ambiente «ma come la scena di un crimine».
Bruciare gli alberi è un genocidio, ribadisce Emanuele Coccia, sull'inserto 7 dello Corsera. Ma se la responsabilità maggiore è della politica di Bolsonaro - che permette uno sfruttamento delle risorse naturali e di un'agricoltura a dir poco aggressiva, tutti gli Stati hanno una parte di responsabilità.  Ad esempio l'Italia quest'anno ha importato più di 130 milioni di dollari di prodotto non lavorato, fra semi e macinato di soia.