Sbagliando… si vince!

Sbagliando… si vince!

di Cristina Penco. La sconfitta fa parte del gioco. E per una partita persa nel gioco o nella vita, c’è un importante insegnamento da cogliere, per migliorarsi e cambiare schemi, in attesa della prossima sfida

Michael Jordan.

«Nella vita ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto». Parola del campione di basket Michael Jordan, uno che, come tutti sappiamo, di vittorie se ne intende. Ma anche dei loro opposti, come ha spiegato il diretto interessato.
«Avrò segnato undici volte canestri vincenti sulla sirena, e altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di novemila tiri», ha aggiunto Jordan. «Ho perso quasi trecento partite. Trentasei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l'ho sbagliato».
Questo, tuttavia, non gli ha certo impedito di essere il gigante dell’NBA, com’è universalmente riconosciuto.

L'esperienza dell'errore
Certo, fatichiamo a considerare positivamente il concetto di errore, che viene stigmatizzato e giudicato negativamente a livello sociale. Ci muoviamo in contesti quotidiani che spingono a cercare e mostrare il successo a tutti i costi, online e offline, dagli ambiti tangibili e reali alle vetrine dei social network. Il problema è che, spesso, finiamo pure per rincorrere modelli irraggiungibili che non esistono, sentendoci in colpa per la nostra mancata perfezione e fallibilità.
Ma l’esperienza dell’errore è qualcosa che riguarda tutti, è intrinseca alla natura umana e, prima e dopo, capita di viverla e di affrontarla in prima persona. Di sicuro bene non fa, e ci mette in forte discussione.

E se ribaltassimo il paradigma?
Tuttavia, il fatto di non aver raggiunto un obiettivo è legato anche a circostanze precise e delimitate, non dice nulla, in realtà, sulle nostre capacità tout court di studenti, di lavoratori, di genitori, di amanti in senso più ampio, anche se saremmo portati a estendere il suo significato. Perché non provare a ribaltare il paradigma e a guardare il fallimento da un’altra prospettiva? Un’opportunità di crescita. Un modo per testare la nostra volontà e determinazione. Un mezzo per lavorare sulla nostra consapevolezza e sul senso di umiltà. E, non da ultimo, spesso un’occasione di svolta, che può aprirci a nuovi mondi.

Dall’America alla penicillina
Non è forse andata così a Cristoforo Colombo, che s’imbatté nell’America convinto di approdare alle Indie? Pensiamo all’ambito medico-scientifico. Alexander Fleming, il padre della penicillina, arrivò a essa dopo una serie di studi su muffe e batteri. Anche le radiografie sono state frutto di risultati casuali. Wilhelm Röntgen era impegnato a studiare gli effetti del passaggio della corrente elettrica attraverso alcuni gas e notò invece quello che accadeva su un foglio di carta coperto con un sale di platino e bario diventato luminoso. Degli oggetti messi sulla traiettoria dei raggi si vedeva la struttura interna.

Percy Spencer è l’inventore del microonde, a cui è arrivato per caso osservando una tavoletta di cioccolato sciolta nella sua tasca, mentre si stava occupando di radar. Come sanno bene gli appassionati dei fornelli, alcuni cibi e piatti diventati celebri in tutto il mondo sono nati da clamorosi errori, al gorgonzola alle patatine fritte, dalla tarte tatin ai cookies con le gocce di cioccolato.

Quando l'errore diventa esperienza creativa
Insomma, certi scivoloni e cantonate possono trasformarsi in esperienze creative della nostra esistenza, tutto sommato pure piacevoli, in grado di ribaltare la percezione che abbiamo di noi stessi, ma anche di quel che abbiamo intorno, in ambito professionale e relazionale. Senza di essi non ci sarebbero cultura, amore, progresso, sostiene la giornalista americana Premio Pulitzer Kathryn Schulz, autrice del libro L’arte di sbagliare. Avventure nel margine d'errore.

A Modena, da pochi mesi, è stata aperta un'accademia come la Scuola di Fallimento, ideata dall'imprenditrice Francesca Corrado, autrice di Elogio del Fallimento. La stessa Corrado ha vissuto una serie di cadute, ma si è rialzata, rivalutando il suo percorso e cogliendo positivamente certi elementi di novità nella sua vita. Con un team composto da psicologi e neuroscienziati, ha creato un istituto formativo per studenti, lavoratori, manager, ma anche per tutti coloro che si sentono schiacciate dalla sconfitta. “Osa perdere per vincere”, è il motto che rappresenta la scuola e la filosofia della sua fondatrice.

«Spogliarsi dell’inessenziale»
Negli ultimi tempi, riscuotono sempre più interesse e apprezzamento gli interventi pubblici di personaggi famosi che parlano apertamente delle loro passate débâcle. Condividere, peraltro, è uno dei passaggi chiave per la “rielaborazione creativa” dell’errore e della sconfitta, spiegano diversi psicologi.
Un esempio? Elizabeth Gilbert, autrice del bestseller che ha venduto più di 10 milioni di copie Mangia prega ama, la quale, di recente, ha voluto ricordare di quando faceva la cameriera per sbarcare il lunario e intanto continuavano a susseguirsi i “no” degli editori.

Ne sa qualcosa anche la “mamma” di Harry Potter, J. K. Rowling (foto a dx). Oggi è una delle donne più ricche del Regno Unito, ma per lei non è stato sempre tutto rose e fiori. Tempo fa la scrittrice fantasy ha tenuto un discorso davanti ai neolaureati di Harvard durante la cerimonia di consegna dei diplomi.
«Oltre ogni misura, nei soli sette anni seguenti il giorno della laurea, ho fallito in modo epico», ha affermato la Rowling. «Un matrimonio eccezionalmente corto si è sgretolato, ed ero senza lavoro, orfana di mia madre, e povera tanto quanto è stato possibile nell’Inghilterra moderna, senza contare la mancanza di una casa. Le paure che i miei genitori avevano manifestato e che io mi ero figurata, erano arrivate e, come da manuale, ero il più grande fallimento che sapessi».

Ho smesso di fingere di essere altro se non me stessa
Ha proseguito l’autrice: «Non starò qui a dirvi che il fallimento è divertente. Quel periodo della mia vita fu brutto, e non avevo idea che la stampa lo avrebbe da allora rappresentato come una sorta di fiabesca determinazione. Non avevo idea quanto lungo fosse quel tunnel». Eppure, da lì ha imparato molto.

«Fallire ha voluto dire spogliarsi dell’inessenziale. Ho smesso di fingere di essere qualcos’altro se non me stessa e ho iniziato a indirizzare tutte le mie energie verso la conclusione dell’unico lavoro che per me aveva importanza».
Fallire rende più consapevoli, e più liberi. «Ero finalmente libera perché la mia più grande paura si era davvero avverata, ed ero ancora viva e avevo già una figlia che ho adorato, e avevo una vecchia macchina da scrivere e una grande idea. Concrete basi divennero solide fondamenta su cui ricostruire la mia vita».

«Domani è un altro giorno»
«L’esperienza è come una lanterna agganciata sulla schiena, illumina il passato, ma non il futuro», insegna Confucio. Uno sbaglio parla di quello che non siamo stati in grado di fare ieri, o di non farlo bene, non quello che potremmo ottenere domani. Certo, come recita il vecchio e saggio adagio, “sbagliando s’impara”.
Conoscete la storia raccontata in Chi ha spostato il mio formaggio? di Spencer Jhonson? Protagonisti della storia sono dei topolini che si muovono in un circuito fatto di abitudini, di convinzioni-convenzioni, di preconcetti. Appena qualcuno sposta loro il formaggio e lo toglie dal solito posto, i roditori impazziscono. A parte uno, che costituisce un’eccezione, la maggior parte fa fatica a “pensare fuori dalla scatola” e continua a ripetere all’infinito i gesti che è abituata a compiere. Litigano tra di loro, se la prendono con gli altri, ma non mettono a fuoco che è necessario fare diversamente. Eppure, nel momento in cui si superano il disagio e l’imbarazzo che si avvertono uscendo dalla “zona di comfort”, si possono fare anche passi in avanti di notevole portata.

Davanti a un ostacolo, raccogli la sfida
La buona notizia è anche un’altra: «Tutti possediamo la capacità di affrontare le difficoltà», come hanno sottolineato due professori di psichiatria del calibro di Dennis S. Charney e Steven M. Southwick, autori del saggio Resilience: the science of mastering the life’s greatest challenges.
Di fronte alle difficoltà, si può essere più o meno resistenti e strong, ma potenzialmente sono doti che non mancano a nessuno, non c’è nessuna predisposizione genetica che sia prerogativa di pochi eletti a scapito di altri. Basta iniziare a tirarle fuori e ad “allenarle”, ispirandosi anche agli esempi positivi di grandi personaggi del passato e del presente. «Quando hai davanti un ostacolo, devi raccogliere la sfida», sosteneva Louis Zamperini, compianto campione olimpico protagonista di Unbroken, film diretto e interpretato da Angelina Jolie.

Foto di copertina di Niek Verlaan da Pixabay