Regina José Galindo: il colore del sangue

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Spesso l’arte contemporanea ha utilizzato il sangue come sostanza delle sue opere, dai rituali messi in scena dall’austriaco Hermann Nitsch che già nei primi anni Sessanta inondava di sangue le tele e i corpi, al famoso autoritratto dell’inglese Marc Quinn, Self, fatto con 4,5 litri del suo sangue congelato (1991).004-Galindo
La Body Art ci ha abituato ad assistere ad azioni estreme, agite davanti ai visitatori, filmate e fotografate, che gli artisti hanno compiuto sfidando la propria resistenza fisica e psichica, con performance in cui il corpo è stato portato ai limiti estremi, come nel caso dell’austriaco Rudolf Schwarzkogler che nel 1969 si evirò in pubblico, morto suicida a soli trent’anni.
C’è da domandarsi se è giusto che i curatori, i critici e il pubblico accettino il ruolo voyeuristico e passivo in cui gli artisti di queste azioni li costringono.

Un paese in conflitto
La guatemalteca Regina José Galindo (1974) usa il suo corpo esile e all’apparenza delicato per raccontare i trentasei anni di guerra civile che hanno martirizzato il suo Paese, nella prima ampia retrospettiva italiana dedicata alle sue opere, al PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) di Milano. La mostra si intitola Estoy viva (Sono viva), che è la frase che le donne maya sopravvissute al genocidio perpetrato nei loro confronti dai reparti governativi e dalle milizie paramilitari, ripetevano continuamente durante la loro testimonianza al processo al generale Efraín Rios Montt, condannato nel 2013 a ottant’anni di carcere per crimini contro l’umanità e per il genocidio di indigeni maya, condanna annullata dalla Corte Costituzionale del Guatemala che riaprirà il dibattito a maggio di quest’anno.

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Particolare di “¿Quién puede borrar las huellas?” (2003).

La denuncia delle atrocità commesse accoglie i visitatori nel video La verdad (La verità, 2013) in cui l’artista legge con grande sforzo le testimonianze rese al processo dalle donne violate, riuscendo appena a muovere le labbra anestetizzate per simboleggiare l’azione di farla tacere. Si viene così immessi in uno scenario di soprusi, umiliazioni fisiche e torture, che Galindo rappresenta con determinazione e ossessione, sottoponendosi in prima persona alla loro replica, con una spettacolarizzazione della violenza che a sua volta violenta lo spettatore, reso testimone inerte delle crudeltà a cui assiste.

Narrare con il sangue
In No perdemos nada con nacer (2000) si fa avvolgere nuda in un sacco di rete e poi gettare in una discarica; in Esperando al príncipe azul (2001) è distesa nuda su un letto, con le gambe spalancate, coperta da un lenzuolo bianco che si apre con un taglio sulla vagina spalancata e arrossata, immagine di una violenza sessuale inesorabile. Nel 2003, quando il generale Rios Montt si candida alle elezioni presidenziali, si veste di nero a lutto, riempie un catino di sangue e vi immerge ripetutamente i piedi nudi, camminando dalla Corte Costituzionale al Palazzo Nazionale, lasciando rosse impronte di sangue a denunciarne l’orrore, in ¿Quién puede borrar las huellas? (Chi può cancellare le tracce?).

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Altro particolare di “¿Quién puede borrar las huellas?” (Chi può cancellare le tracce?).

Regina José Galindo ripete sul suo corpo le violenze che denuncia: si rade completamente i capelli, come nelle pratiche di depersonalizzazione applicate ai prigionieri politici, in Piel (2001); riceve scariche elettriche fortissime in 150.000 voltos (2007); si fa incatenare per ore collo, polsi e caviglie in Libertad condicional (2009).
Giunge anche a pratiche estreme, come quando si incide la coscia con un coltello affilato scrivendo con il sangue della ferita la parola Perra (Cagna,   2000), o nell’insopportabile Himenoplastia (2004) in cui fa filmare i suoi genitali insanguinati, durante l’operazione di ricostruzione della verginità, prerequisito fondamentale di rispettabilità della donna in tante culture.
Ci sono limiti fisici?
Se il sangue è catarsi l’acqua dovrebbe essere purificazione, ma in Limpieza social (2006) l’acqua è quella impetuosa delle pompe a pressione degli idranti usati per disperdere i manifestanti, a cui cerca di resistere con il suo corpo nudo. Ma in Galindo nulla può redimere l’orrore, in Piedra (2013) è accovacciata su se stessa, nuda e resa quasi minerale da una sostanza nera che la ricopre, mentre un uomo le urina addosso per lavarla, con un gesto di disprezzo e umiliazione. Dice l’artista a Cristiana Camparini che la intervista: “Il corpo è una pietra dove scolpire il dolore. La mia arte non è politica. Sono io un essere politico, e il corpo non ha limiti”.

Un’arte disturbata e disturbante
001-GalindoMa che dire, a proposito di limiti, delle sue performance quando incinta di sei mesi in Un espejo para la pequeña muerte (Uno specchio per la piccola morte, 2006) si fa legare mani e piedi, riversa nella propria urina, o quando, incinta di otto, in Mientras, ellos siguen libres (Mentre sono ancora liberi, 2007) si fa legare nuda su un letto con dei cordoni ombelicali, in posizione crocefissa?
Scrive Diego Sileo in catalogo che l’artista fa della “crudeltà una pulsione conoscitiva (…) per rendere visibile quello che Deleuze dice essere il compito del pensiero: esaltare la bestialità”.
Penso che le ‘opere/azioni’ di Regina José Galindo siano indimenticabili, di grande impatto emotivo, esteticamente accurate e sintetiche, espressioni violentemente disturbanti di un’arte ‘disturbata’.

YouTube (in spagnolo) La verdad:
https://www.youtube.com/watch?v=aNMjcPVgXZM

Dopo essersi laureata a pieni voti all’Accademia di Belle Arti di Brera (MI), si è specializzata nei settori: Colore, Textile Design, Fiber Art. E’ stata tra le fondatrici dello Studio di textile design BLU5, lavorando per prestigiose aziende. Attiva a livello internazionale, ha presentato i suoi lavori in tutto il mondo: Europa, Argentina, Australia, Brasile, Cile, Cina, Sud Africa, Tailandia, Taiwan, Messico. E’ stata Direttore del corso Digita Textile Design AFOL-Moda, ha tenuto lezioni in Università e Accademie in Italia e all’estero. E’ membro di giuria di diversi concorsi internazionali. E’ membro di prestigiose associazioni internazionali. Tra i fondatori del Gruppo del Colore-Associazione Italiana Colore, è nel Consiglio di Presidenza e nel Comitato Scientifico. Giornalista pubblicista, è iscritta all’Ordine Nazionale dal 1991. Saggista, ha pubblicato diversi libri e centinaia di articoli specializzati. Sito web: www.color-and-colors.it