Milano, a teatro: Il venditore di sigari

Un testo scomodo ma indispensabile

Milano, a teatro: Il venditore di sigari

di Roberto Brancati. In scena la memoria di una guerra devastante che spazza via come una tormenta il confine tra il bene e il male

Testo di Amos Kamil,  traduzione di Flavia Tolnay con la collaborazione di Alberto Oliva.
Regia Alberto Oliva.
Interpreti: Gaetano Callegaro, Francesco Paolo Cosenza.
Scene e costumi Francesca Pedrotti.
Realizzazione scenografia Ahmad Shalabi.
Disegno luci Fulvio Melli.
Direttore di produzione Elisa Mondandori – produzione Manifatture Teatrali Milanesi.
Milano, Teatro Litta, dal 23-27 gennaio 2019.
https://www.mtmteatro.it/events/il-venditore-di-sigari/

“Alcune persone fuggono all’esterno, altre all’interno”: tocca ad ogni spettatore chiarire a se stesso di che tipo sia. Il serrato dialogo ne Il Venditore di Sigari accompagna con materna pietà la città di Milano verso la Giornata della Memoria, tappa conclusiva di quest’ennesima applauditissima ripresa. Ed è proprio la Memoria la protagonista di uno testo scomodo ma indispensabile come quello uscito nel 2010 dalla penna tagliente dell’israeliano Amos Kamil, portato con coraggio in scena dal regista Alberto Oliva e interpretato in maniera carnale e commovente da Gaetano Callogero (Herr Gruber, il negoziante) e Francesco Paolo Cosenza (Doktor Reiter, il cliente).

Metamorfosi di ruoli e intenzioni

Francesco Paolo Cosenza (a sin.) e Francesco Callegaro.

La memoria di una guerra devastante che, spazzando via come una tormenta il confine tra il bene e il male, impone ai presenti di attendere più di un momento prima di prendere una posizione giudicante. Perché il testo e il ritmo incalzante della pièce si dibattono e abbattono, dalla scena ben disegnata, sulla platea impietrita in un susseguirsi di inversioni, riflessioni distorcenti, metamorfosi di ruoli e intenzioni. Impossibile non cadere nel tranello dell’ambiguità che, nella spietata danza tra vittima e carnefice, incatena la sala nella prigione di sbarre distese in bell’ordine in bare odorose di tabacco.

Denso come il fumo e come il fumo invadente è l’ingresso in scena del cliente che, alle sei e mezzo di un mattino di primavera, bussa impaziente alla porta del tabaccaio. Denso come le geometrie sacre di Bach che introducono, incenso sonoro, nel vivo dell’atto. Un inizio opprimente e grave che da subito confonde lo spettatore col fare inquisitorio del Doktor Reiter, professore di filosofia ebreo che, sul confine tra l’interrogatorio e la confessione, trascina gli eventi in un caustico incalzare di accuse. Il venditore di sigari è infatti in apparenza un rispettabile tedesco sulla cui coscienza grava la responsabilità dell’abominio passato alla storia come Shoah.

Inchiodati dalla Storia
Ma l’accusatore stesso, che fugge in America poco prima che si abbatta la furia distruttrice del Reich sul Popolo Eletto, porta sulle proprie spalle il pesante fardello della resa, del “si salvi chi può”, vomitando corrosiva e fanatica ferocia sul misterioso, esausto venditore, senza però riuscire scaricarsi, come dannato dantesco, del proprio gravame. Entrambi sono tuttavia inchiodati dalla Storia in marcescenti maschere di vergogna e ribrezzo, disilluse, reattive all’odio vissuto e subìto più o meno pienamente. Il fantasma di una penosa ignavia e di un’impotenza disperata si aggirano tra platea e palcoscenico, come lo zolfo di fiammifero che accende l’effimera nuvola di tabacco e si imprime nelle narici malgrado tutto, lasciando una traccia olfattiva che si fa tutt’uno col calore avvolgete del legno sapientemente illuminato degli scaffali del negozio berlinese.

Verso la Terra Promessa?
Il Doktor Reiter è ansioso di partire verso la nuova Terra Promessa, inneggiando alla fondazione dello Stato di Israele teorizzato da Theodor Herzl e attuata dalle Nazioni Unite nel 1947, anno nel quale si svolge la scena. Ferino il biasimo di ennesima fuga verso un paradiso illusorio che il venditore Gruber scaglia verso l’amico-nemico, fuga che non potrà mai cancellare il sangue dagli occhi di chi ha vissuto l’orrore da dentro o fuori una maledetta uniforme. “Per essere uomo tra gli uomini bisogna obbedire solo a se stessi” ricorda l’ex soldato tedesco… la cosa più difficile però è riuscire a continuare sentire e ascoltare la flebile voce lontana: immaginando ancora udibile il comando di un’anima che si nasconde, infelice, in un cuore dolente. Bisogna insomma smettere di fuggire e, per farlo, imparare a non avere paura né dei fantasmi del passato né di quelli del futuro.