Storia di un senzatetto 2.0

Una toccante testimonianza

Storia di un senzatetto 2.0

di Maurizio Falcioni. Gabriele che, pur prigioniero a tratti della malattia mentale, grazie a una telecamera è diventato un homeless digitale

Questa è la storia di un senzatetto, non quella di un barbone. Un barbone, come lui stesso tiene a precisare, è una persona che in qualche modo ha abbandonato il tentativo di vivere la vita, un senzatetto invece si confonde tra la folla, è curato e pulito ma con la sola differenza di non avere un tetto sulla testa. È, semplicemente - come la parola indica - un senzatetto, costretto però dalla sua stessa ombra a dormire per strada fino a quando qualcosa dentro di lui non cambierà.

Una telecamera per raccontarsi
Lui si chiama Gabriele Mei, ma tutti, i sedicimila followers che lo seguono sulla rete, lo conoscono con il nome di a homeless, il senzatetto 2.0.
È proprio questa sua particolarità che mi ha spinto a conoscerlo e farmi raccontare la sua storia. Gabriele un giorno ha deciso di accendere quella piccola telecamera che ormai abbiamo tutti a disposizione nelle nostre tasche, piccola ed efficace, estremamente tecnologica e incredibilmente disponibile a chiunque, anche ad un senzatetto. Con quello smartphone Gabriele, senza accorgersene, ha fatto qualcosa per se stesso e per gli altri, ha cominciato a raccontarsi alla gente su una piazza virtuale che ormai è diventata un centro d'interesse planetario, YouTube.

Mentre parla sento in lui una profonda esperienza e una saggezza che nel tempo ha coltivato attraverso dolorose esperienze. La sua storia incomincia molto tempo fa. Sono passati ormai più di vent'anni da quando i suoi genitori lo abbandonarono, rapiti entrambi da un tumore; giovane e fragile accusò il colpo, la vita gli tolse la terra da sotto i piedi e un tetto sopra la testa. Dopo la morte dei genitori andò a vivere con la sorella, poi i rapporti s'incrinarono, la vendita della casa e lo sperpero del denaro che gli restava lo portarono ad una lenta degenerazione psicologica.

Quando i sintomi diventano invalidanti
Gabriele racconta i primi anni trascorsi a dormire in macchina, da solo, al freddo, perduto in una mente fuori controllo; poi il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e la diagnosi dei medici: disturbo schizo-paranoide e sindrome bipolare. Le voci nella testa non lo lasciano in pace, mi dice che quando arrivano i sintomi allora è in qualche modo immobilizzato e non può fare nulla, neppure raccontarsi ai suoi followers. È qui che s'interrompe il legame creativo con la rete. Le sue parole sono molto chiare: «Quando sto bene posso dedicarmi alla realizzazione dei video o scrivere sul mio blog», mi dice. «Ma quando sto male rimango fermo nel mio dolore. YuoTube mi aiuta a stare bene, il calore della gente che mi segue è per me di aiuto; ma quando sto veramente male e le voci nella mia testa ritornano prepotentemente allora non c'è niente che mi possa veramente aiutare».

Una prossima rinascita
Mentre parlo con Gabriele qualcosa mi fa pensare ad una rinascita che lui stesso non riesce ancora a vedere; il fatto di essersi messo in gioco ed essersi aperto al mondo lo sta trasformando in qualcosa di nuovo, perché, è vero, in lui si vedono profonde contraddizioni, ma tutto resta di assoluta trasparenza. Sono convinto che le persone che lo guardano e lo ascoltano rivedono qualcosa di familiare, qualcosa che si trova in ognuno di noi. Dai commenti sotto ai suoi video si capisce che c'è un desiderio recondito nel volersi liberare da pesanti catene; il sistema che ci obbliga all'omologazione per molti è insostenibile. Gabriele invece non ha scelto la vita del senzatetto, questa per lui non è una rivoluzione, il suo consiglio è quello di stare dove si sta bene, dove ci si sente a proprio agio, poi accenna alla vera causa che spinge le persone a naufragare sui marciapiedi: parla della malattia mentale che come un tarlo consuma giorno dopo giorno le risorse interiori dell'individuo.

Una sensibilità in progress
«Le persone psicologicamente sane, le cosiddette persone normali non troverebbero gli stessi problemi che trovo io nel vivere in questa condizione», mi dice. E aggiunge che nella maggior parte dei casi le strutture comunali riescono a colmare i bisogni primari dei senzatetto. Anche se ciò mi appare inverosimile, credo che l'esperienza di Gabriele non sia affatto qualcosa da sottovalutare.
La spiritualità e la filosofia sembrano non interessarlo, tutto quel lavorio mentale tipico del pensatore di certo non gli è di giovamento, però ad un certo punto mi dice qualcosa di straordinaria importanza: mi fa notare la sua ritrovata capacità di sentire il vento che accarezza le foglie in quei luoghi isolati che lui stesso predilige, avvolto dal silenzio della solitudine.

La rivoluzione di Gabriel: mostrarsi senza filtri
Gabriele Mei è un uomo di quarant'anni con una storia difficile alle spalle, uno come tanti che percorre le strade del mondo in cerca di un po' di pace. La sua vita non è un inferno, ci tiene a precisarlo, ma come fare a crederlo? Eppure mi sembra che ci sia qualcosa di incredibilmente autentico in lui ed è proprio questa sua autenticità che sta portando tante persone a seguirlo sui social.
La vera rivoluzione di Gabriele è quella di far vedere senza alcun filtro mediatico la realtà di un senzatetto, la rivoluzione di mostrarsi senza filtri e senza contaminazioni da parte del grande circo della televisione. Oggi è l'uomo della strada a fare la differenza, a diventare lui stesso televisione. Non ci sono più filtri che confondono la realtà, ma una piccola telecamera nelle mani di chi quella realtà la vive ogni giorno. Credo che  stia dimostrando un grande coraggio nel rendere pubblica la sua vita sottoponendosi al giudizio dei tanti che lo guardano.

Ma cos'ha da perdere chi in questo mondo non possiede nulla, neppure una famiglia a sostenerlo? L'atto creativo è figlio di quella spinta primordiale che abbiamo chiamato arte, ed è forse questa che ci aiuta lentamente a liberarci dalle catene della malattia. Così questo senzatetto 2.0 trova una strategia per curarsi, per esprimere il suo malessere attraverso la tecnologia, un modo intelligente per dichiarare al mondo la sua appartenenza, per dire a tutti noi : io esisto.

Un nomade digitale
Cosa resta di una persona quando gli viene strappata via la propria identità sociale? Quando non sei più dottore, avvocato o panettiere, cosa rimane di un individuo quando è l'individuo stesso, a causa della malattia o attraverso un atto cosciente, a scegliere di saltare giù dal grande carrozzone della quotidianità... E questa malattia mentale non è forse figlia dei nostri tempi? Non c'è forse un'origine sistemica legata ad una biografia occulta del genere umano? Oggi più che mai è chiaramente visibile la necessità di un'alternativa, quello che viene definito “nomade digitale” è la rappresentazione più emblematica di questa disperata richiesta. Quando un homeless digitale raggiunge numeri importanti all'ora diviene un nomade digitale.

Video, un occhio sulla  realtà
Grazie a queste tecnologie oggi possiamo veramente filmare la realtà, l'occhio che vede e mostra allo stesso tempo ciò che la gente immagina ma non può vedere. È grazie a questa spinta creativa che anche un homeless riesce ad urlare il suo barbarico YAWP sopra i tetti del mondo, un disperato urlo che rimane indelebile e visibile per generazioni e generazioni.
È così difficile vedere un altro essere umano in condizioni disperate; quando l'occhio vede, dentro accade l'infinito e risuonano antiche memorie che ci comunicano di questa interconnessione dalla quale non possiamo fuggire. L'indifferenza come un'anestesia ci porta lontano dal dolore e quello che resta è solo un grande circo mediatico dove tutto diventa oggetto di marketing, anche le disperate sequenze della vita di Gabriele. Un ciclo utile e al tempo stesso spietato dove il numero delle visualizzazione diviene l'unico vero protagonista e fautore di monetizzazione.

Il coraggio di mettersi a nudo
Allora anche la malattia, anche la disperazione, anche la condizione più indigente può diventare un punto di osservazione per la molteplicità, basta avere il coraggio di filmarsi e dire la verità al mondo. Gabriele oggi è sicuramente nei pensieri di molti, non è più solo ma seguito dal calore delle persone che commentano e guardano i suoi video. Queste persone però voglio vedere sempre di più, sempre meglio e con una panoramica crescente le gesta di Gabriele, l'unica cosa che davvero conta adesso è che lui riesca a trasmettere nel miglior modo possibile al suo pubblico, emozioni, realtà e poesia infinita.