La Semele o sia la richiesta fatale

Al Festival delle Settimane di Musica Antica di Innsbruck

La Semele o sia la richiesta fatale

di Roberto Brancati. In scena al Festival Alten Music di Innsbruck il mito di Semele, una storia d’amore e possesso, di libertà e gerarchia, di morte e rinascita.

Innsbrucker Festwochen der Alten Musik, 2018

Innsbruck. Il Tiroler Landestheatre.

È bastato dire che questo articolo sarebbe stato destinato ad un giornale di ricerca sulla conoscenza umana e le porte dell’accoglienza si sono spalancate. Ad aprire a Karmanews è stato il Festival Alten Music di Innsbruck, (www.altemusik.at) che dal 1976 è una sorta di santuario per gli amanti della musica antica.
La musica barocca è quindi di casa nella cittadina austriaca circondata come in un abbraccio dalle brune vette tirolesi. Il genere Barocco, erede epocale di Umanesimo e Rinascimento, porta in sé i fortunati e suggestivi tratti genetici e il fascino sorgivo della mitologia greca, nelle intense rappresentazioni esperienziali permesse al palcoscenico.

Il Teatro in musica, nato nelle elitarie stanze delle Corti italiane del Cinquecento, ritornerà di fruizione pubblica-popolare allorché si inaugurerà a Venezia il Teatro di San Cassiano nel 1637. La Storia vuole che il Teatro sia nato nella Grecia del VI secolo a. C. del tiranno Pisistrato in onore di Dioniso, il futuro Bacco, divino figlio di Giove e della mortale Semele. Proprio quest’ultima è colei che dà il titolo alla composizione del tedesco Johann Adolf Hasse, scritta a Napoli nel 1726 e in scena al Tiroler Landestheatre di Innsbruck in occasione del Innsbrucker Festwochen der Alten Musik 2018.
La nascita del Teatro torna in Teatro quindi, per raccontare in musica il prequel del concepimento del dio della Follia, della Commedia e della Tragedia.

Il Festival delle Settimane di Musica Antica di Innsbruck quest’anno dedica lo spazio dell’inedito barocco ad un’opera del “caro sassone” Hasse, che recentemente sta vivendo una lenta riscoperta sui palcoscenici europei (6 titoli per 15 allestimenti negli ultimi 5 anni).
Il direttore artistico Alessandro De Marchi vince la scommessa investendo sulla rarità musicale della La Semele o sia la richiesta fatale, una Serenata di Hasse, affidando la ricerca musicologica del raro manoscritto a Claudio Osele (vedi video) già esperto studioso del compositore tedesco, il quale lo reperisce a Vienna e lo restituisce, in versione non integrale (forse per questioni di lunghezza), al pubblico austriaco il 25 e 26 agosto 2018.
Noi assistiamo alla seconda ed ultima rappresentazione del 26 in forma scenica. Un successo ben meritato, trovando interpreti, orchestra e Direttore in ottima forma, ad onta delle improvvise avversità climatiche e delle ininterrotte giornate di impegno che hanno preceduto il debutto.

Il mito nel libretto

Ludovico Dolci, "Semèle", 1558-

La mitologia ha il compito di rappresentare ciò che l’immateriale mondo delle Idee chiede a gran voce forma e sostanza. È così che le pulsioni e i sentimenti prendono sembianze divine e umane, terrene e trascendenti. Di queste trasformazioni è portavoce Ovidio che nelle sue Metamorfosi offre un generoso dipinto di molta mitologia classica; ed è questa l’opera dalla quale il librettista napoletano Francesco Ricciardi trae spunto per i versi cantati della serenata.
Il mito di Semele è una storia d’amore e possesso, di libertà e gerarchia, di morte e rinascita. In questa aspra battaglia tra il supremo Giove e Giunone, sua sorella e consorte, si trova coinvolto il genere umano, impersonato da Semele: la donna che si innamora di Giove. Giunone, che non può e non vuole che gli esseri umani abbiano le stesse opportunità degli dei, contrasta con tutte le sue forze il “tradimento” del suo sposo, innamorato a sua volta della mortale.

Sonia Prina (Giove, in vesti divine) © Innsbrucker Festwochen / Rupert Larl.

La dea escogita quindi la sua vendetta istillando nella donna un atroce dubbio sulla vera natura del suo amante, in modo che Semele, arsa dall’incertezza e dalla sete di gloria, chieda ingenuamente a Giove, sotto giuramento, di mostrarsi nel suo aspetto divino. Avviene con queste premesse “la richiesta fatale”: Giove non può contravvenire ad un giuramento ormai compiuto (“a te ben mio cui tutto il cuore diedi / tutto concederò quanto mi chiedi”); ma ad un mortale non è concesso di poter guardare il padre degli dei nel suo splendore senza restarne ucciso. Con la sua richiesta quindi Semele firma la propria condanna a morte.

"Non qual tu vuoi, ma qual inver tu sei"
Uno sguardo attento qui vedrebbe con emozione il parallelismo con l’avventato Ulisse dantesco che, disdegnando i limiti imposti alla natura dell’uomo, precipita all’inferno, fraudolento. Come è noto, Giunone è la dea dell’ordine, delle leggi, dei limiti. Ed è suo vanto la vendetta per l’ingiustizia perpetrata: il tradimento della propria natura limitata, in Semele; del proprio rango divino, nell’affettuoso Giove. Questi però è dio che desidera ardentemente e può tutto ciò che vuole, senza intromissioni (“la prima legge è quel che a lui sol piace”), neanche quella di Giunone (“se pensi a chi son io, a chi sei tu”).

La donna innamorata esige quindi da Giove di disobbedire alla sua “prima legge”, ovvero di mostrarsi a lei non come piace al dio ma come appare veramente agli occhi divini (“non qual tu vuoi, ma qual inver tu sei”).
Però, continua la parabola, un mortale che non abbia paura della morte non ne è davvero vittima. Sì, come vuole il mito quindi infine, dopo la sua dipartita, Semele sarà tradotta in cielo (con il nome di Tione): il Ricciardi quindi la fa resuscitare, affinché di questa storia d’amore tra uomini e dei rimanga eterna traccia.

La musica in scena

Mantova, Palazzo del Te. Cupola della Sala dei Giganti, G. Romano, 1532

Se la Mitologia racconta ciò che si agita nell’animo umano, il Teatro ha il dovere di metterlo in scena, di trasformarlo in esperienza. La regia del veterano Georg Quander, spoglia di orpello ma senza rinuncia alla potenza prospettica e vertiginosa negli scorci proiettati della Sala dei Giganti, restituisce nella sua essenzialità, con pochi tratti ben scolpiti, la distanza olimpica tra umani e divini, che perde i suoi netti contorni sensuali senza mai arrendersi al caos.

Ma se dal lato registico in alcuni momenti dell’opera sarebbe stato apprezzato un maggiore approfondimento drammaturgico, il lavoro sulla prassi esecutiva musicale si apprezza lungo tutta la composizione, dall’inizio alla fine dello spettacolo, che scivola via in tre ore con interessante leggerezza, forse anche grazie ai tagli operati con intelligenza.

L’ensemble Le Musiche Nove si dimostra avvezzo alla musica di Hasse, che sgorga quasi naturalmente dagli archi professionali e dall’esperto cembalo di Andrea Perugi. La Serenata si accende di colori già dall’ouverture, un pot-pourri di tonalità che invertono polarità all’improvviso, sincopi che danno adito a sfumature sonore dal pianissimo al fortissimo, attraverso gli stilemi formali del minuetto ingleseggiante di memoria haendeliana.

Su il sipario

Roberta Invernizzi (Giunone), Sonia Prina (Giove), Francesca Aspromonte (Semele); © Innsbrucker Festwochen / Rupert Larl.

Il primo sipario disvela una scena vuota con al centro Giunone di spalle, abbandonata su un piccolo trono centrale, mentre il fondo ospita la proiezione colorata dell’affresco barocco utilizzato in rotazione durante tutto lo spettacolo: una soluzione economica d’effetto per trasformare in scenica quella che inizialmente doveva essere una performance in forma semiscenica.
Fin dalla prima scena, Roberta Invernizzi impersona una Giunone lontana, a tratti Donna Elvira, dando precedenza più al velluto della voce che allo smalto, maggiormente al rispetto della linea musicale piuttosto che all’egoico istinto di primadonna, prediligendo una pittura musicale del personaggio anziché drammaturgica, attraverso una tavolozza di colori vocali degna dell’esperta barocchista qual è.

I mille colori della voce di Sonia Prina

Sonia Prina (Giove, in vesti umane), Francesca Aspromonte (Semele); © Innsbrucker Festwochen / Rupert Larl

Contrariamente al canone, dal fondo platea (camminando in mezzo all’umano pubblico) Sonia Prina (vedi il video con l’intervista) conduce in scena con disinvolto portamento il suo abbagliante Giove, di chiaro settecento vestito, che muoverà sul palco i poteri divini, mentre scena e pavimento ruoteranno in sensi opposti. Già dal primo recitativo Sonia Prina si lascia andare ai mille colori che la sua voce dispone per creare efficaci tensioni di seduzione amorosa, e nella seconda aria si fa strumento raro di interpretazione di una musica sorprendentemente moderna, con cambi repentini di tonalità e infinite appoggiature magistralmente sottolineate. La splendida forma vocale della Prina si dispiega nell’arco dell’intera performance, con picchi assoluti nell’aria di furia, dalla coloratura perlée al sentitissimo recitativo seguente la morte di Semele, in cui abbiamo apprezzato l’intimità musicale offerta con coraggio dal bravissimo contralto.

Affascinanti dissonanze nel duetto fra i soprani

Francesca Aspromonte (Semele); © Innsbrucker Festwochen / Rupert Larl.

Fra queste due colonne del barocco vocale, la giovane Francesca Aspromonte si è mossa con disinvoltura, dando vita ad una acerba Semele pur dal caldo timbro e vivace carattere, felicemente presente nella parte media della voce, a scapito della medio-grave, talvolta sovrastata dalla compagine orchestrale, e di quella acuta, con la quale ha dato l’impressione di voler evitare il confronto.
Nelle arie di questa Serenata si è sentito molto Hasse, ma sono echeggiati anche diversi richiami: vivaldiani (la prima aria di Giunone e l’aria di furore di Giove) e porporiani (La prima aria di Semele), sicuramente haendeliani (nei minuetti orchestrali, nel terzetto si sentiva un’assonanza con alcuni passi di Alcina) e forse anche cellule precorritrici mozartiane (vedi il recitativo accompagnato che precede l’aria di furore di Giunone, nel quale si può cogliere una vaga somiglianza al recitativo accompagnato iniziale di Donna Anna). Molto bello anche il duetto fra i soprani, in cui le melodie si intersecano a canone, insistendo su affascinanti dissonanze che riportano alla mente il sacro di Bach e Pergolesi.

Musicalmente bellissimo il recitativo accompagnato di Semele prima della morte, caratterizzato da spezzati sforzati di archi disegnati con toccante maestria e sonorità vivaldiana. Ma ancor più belle sono le pagine che Hasse ha composto per l’inizio della seconda parte: il recitativo accompagnato di Semele in cui i veri protagonisti sono gli archi sapienti, che già da soli realizzano pienamente l’onomatopea del vento e del canto degli uccellini, grazie alla ricerca di meravigliosi sostenuti pianissimi radenti il silenzio, così rari oggi nei teatri.

E Dioniso?

Maschera teatrale di Dioniso, Museo del Louvre, 200 a.C.

I numi celesti ci si mostrano quindi in una foggia barocca, quella in cui appaiono in principio, per vestire poi costumi contemporanei, nelle interazioni con la “moderna” principessa tebana: una Semele-Francesca Aspromonte che porta in scena la necessaria ingenuità e l’incoscienza della giovane donna che, come l’artista ammette, “come ogni coetanea, nell’uomo che ama intravede un dio… anche se questi è sposato”.
Il confine storico-estetico disegna quindi senza indugio il contrasto tra i rigorosi vezzi dell’epoca di Lumi e lo sciolto fascino della moda più attuale.
Ma del figlio dell’ibrida coppia galeotta, cucito da Mercurio nella coscia di Giove per portarvi a compimento la gravidanza spezzata dal rogo materno? Nessuna traccia nell’allestimento, come nel libretto: a risorgere dalle ceneri mortali, in barba al mito, non è qui Dioniso ma l’Umanità tutta che, sulle ali della sconsiderata tensione al sentimento più alto, può raggiungere le sublimi sommità dell’eterno. Le pericolose impronte del vagabondo dio dell’Ebbrezza e dello Specchio sono ancora una volta da cercare in luoghi più impensati. Chissà che la vista di questo dio, tanto vicino, non sia ancora preclusa agli esseri umani.

Applausi affettuosi e senza fine alla chiusura del sipario, con richiami multipli agli interpreti che si sono misurati con generosità in un’operazione che ci è parsa assolutamente riuscita. Una musica, quella di Hasse, in alcuni tratti poco scontata o formale, direi moderna, che lascia certamente col desiderio di ascoltarne ancora.
Ripartiamo così da Innsbruck, felici e novelli anche noi con Semele, con negli occhi e nel petto una nuova, antica ricchezza: un richiamo di affetti senza tempo che, come un sigillo sul cuore, da qualche millennio ci ricordano che “forte come la morte è l’amore”, se non di più.

Per saperne di più:
Video: Intervista con Sonia Prina
Video: Intervista con Claudio Osele