Una bambina, una donna, l’aldilà

I racconti del mistero

Una bambina, una donna, l’aldilà

di Marco Cesati Cassin. Un racconto pieno di poesia. Una bimba, accompagnando la mamma al cimitero, vive  un'esperienza di contatto con l'altra dimensione

Giulia quella mattina non aveva proprio voglia di andare al cimitero. Ma era il 2 Novembre, giorno dei morti, e la mamma voleva portare dei crisantemi freschi sulla tomba della nonna. «Giulia preparati che tra dieci minuti usciamo», le disse con fare perentorio che non lasciava nessuna via di scampo se non quella di ubbidire. La bambina scese dal letto e si avviò svogliatamente verso il bagno. Il papà era al lavoro e comunque non sarebbe venuto. Lui odiava i cimiteri. Diceva che là sotto le persone non ci sono più. Si sono trasferite in cielo e quindi era perfettamente inutile andare a pregare sulla tomba di qualcuno; era come andare a suonare il campanello di una casa dove si sa che non ci abita più nessuno. Chi verrà mai ad aprire la porta? Tanto bastava pregare comodamente da casa nostra. Giulia si sentiva molto in linea di pensiero con il suo papà anche se non ne sapeva molto di quelle cose. In fondo aveva solo otto anni.

Faceva freddo e minacciava di piovere. “Che brutto mese che è Novembre”, pensò imbronciata mentre si allacciava le scarpe con la suola gommata. La sua casa era distante un quarto d’ora a piedi dall’ingresso principale del cimitero Crocetta di Parma. Si sarebbe dovuta fare tutto il percorso nell’assoluto silenzio. Sapeva bene che la mamma non avrebbe detto una sola parola per tutto il tragitto, talmente sarebbe stata concentrata a ricordarsi tutte le richieste di aiuto che avrebbe mandato alla nonna Luisa, appena giunti alla tomba.

Il negozio di fiori, davanti l’ingresso del cimitero, era stracolmo di gente. «Chissà quanti affari si farà oggi il fioraio: peccato per lui che il giorno dei morti capita una sola volta all’anno!», mormorò Giulia entrando. Dovettero aspettare prima di essere serviti un buon quarto d’ora per comprare 15 crisantemi bianchi. Uscirono tenendosi per mano e imboccarono il vialetto d’ingresso. Il custode del cimitero se ne stava rintanato con una stufetta accesa nel suo sgabuzzino. Stava leggendo La Gazzetta dello Sport con un paio di occhiali appoggiati sulla punta del naso. Lo chiamavano il guardiano dei morti. La mamma le aveva raccontato che non si era mai sposato perché la sua fidanzata era morta di una malattia tanto tempo fa. L’avevano seppellita proprio in quel cimitero e lui aveva fatto domanda per essere assunto come custode.

La ghiaia era fredda e scricchiolava sotto i piedi. Il biancore dei viali dava un’atmosfera solenne al silenzio che dilagava tra le tombe. I monumenti erano imponenti e ricchi di decorazioni. Giulia li osservava scrutando le foto dei volti dei cari volati in cielo. Famiglie importanti e facoltose della città, avevano occupato i punti più in vista del cimitero. «Noi non avremo mai un monumento così, vero mamma?», le domandò indicando quello di Nicolò Paganini. Lei con uno sguardo severo senza pronunciare una sola sillaba, se la tirò vicino a sé aumentando il passo in direzione della tomba della nonna Luisa.

Finalmente imboccarono la stradina della tomba e la mamma lasciò la mano di Giulia per cercare un accendino nella borsa. La prima cosa che faceva ogni volta, era sempre quella di accendere due grossi ceri bianchi e recitare tre Ave Maria. Giulia si mise al suo fianco e chiuse gli occhi per concentrarsi sulla preghiera. Non tanto per l’intensità del momento quanto per il fatto che non si ricordava tutte le parole e non voleva fare brutta figura. Sentiva una leggera brezza alle sue spalle, eppure non c’era un alito di vento. Continuava a tenere gli occhi chiusi mentre la mamma recitava a voce alta le preghiere.

Proprio in quel momento avvertì una sensazione mai provata prima. Le sembrava che i suoi piedi si staccassero da terra e che levitasse. Una leggera vertigine la fece dondolare. Quasi spaventata di una simile straordinaria sensazione aprì gli occhi all’improvviso. Le girava la testa e aveva uno strano calore nelle mani. La mamma nel frattempo si era inginocchiata e aveva iniziato le sue suppliche. Giulia osservò la foto di nonna Luisa. Era un vecchio primo piano ingiallito dal tempo. Il suo viso era serio e stava guardando altrove dove nessuno ora poteva vedere. Fu una questione di un attimo e Giulia trasalì. Il viso della nonna aveva cambiato espressione e ora le stava sorridendo guardandola diritta negli occhi. Giulia abbassò lo sguardo impaurita e si domandò se le stesse venendo la febbre. Aspettò qualche secondo prima di guardare la foto nuovamente, poi prese coraggio e ci provò. Nonna Luisa era ancora là con la stessa espressione di prima che la guardava con un’intensità indescrivibile. Non sapeva cosa fare. “Lo devo dire alla mamma”, pensò. Ma rinunciò all’idea. Come minimo le avrebbe tirato un ceffone. Respirò profondamente e tornò a guardare la foto.

Non era cambiato nulla. Nonna Luisa seguitava a guardarla sorridendo. Il cuore iniziò a battere più forte, ma non provava paura. Sentiva dentro sé che qualcosa stava cambiando. Come se stesse diventando più percettiva, amplificata. Respirò profondamente e cercò di ascoltare il proprio cuore. Aveva solo otto anni, ma il suo destino era già scritto.
La mamma continuava a mormorare parole incomprensibili e teneva gli occhi chiusi. “Chissà se starà sorridendo pure a lei che è sua figlia”, pensò con fare obiettivo.

Un uomo, con un lungo cappotto grigio e un cappello nero in testa, sopraggiunse camminando quasi trascinandosi. Teneva in mano dei fiori gialli e si fermò due tombe più in là. Era anziano e indossava dei guanti di pelle e un’ingombrante sciarpa di lana beige intorno al collo. Tossì un paio di volte e iniziò i lavori di pulitura dei vasi che contenevano fiori appassiti da chissà quanto tempo. La mamma aveva finito le sue richieste e si era rialzata. Pareva non avere scorto nulla di diverso dal solito, poiché seguitava a guardare la foto della nonna senza dire nulla. Eppure Giulia continuava a vederla sorridente.

«Mamma possiamo andare?», domandò sottovoce spazientita e con tanta voglia di non vedere più la foto.
«Ma siamo appena arrivate! Smettila di fare la capricciosa». Giulia grugnì, si voltò e non disse nulla. Tornò ad osservare l’uomo anziano che nel frattempo si era alzato e aveva iniziato a pregare. Ad un tratto estrasse dalla tasca un grande fazzoletto e si soffiò il naso. Probabilmente stava piangendo. Una giovane donna vestita elegante, sbucata da chissà dove, si avvicinò all’uomo e lo abbracciò rimanendo alle sue spalle ma lui non si voltò, era come se non si fosse accorto di quell’abbraccio. Eppure lei continuava con infinito amore a stringerlo forte a sé e lui seguitava a fare finta di nulla.

«Mamma perché quel signore fa finta di niente mentre quella donna continua ad abbracciarlo?», domandò Giulia indicando l’anziano alla sua destra, incuriosita da un simile strano atteggiamento. La mamma si girò a guardare sua figlia e poi a osservare la scena.
«Giulia ma cosa stai dicendo! Quell’uomo è lì da solo, non c’è nessuna donna che lo sta abbracciando!».
La donna elegante si voltò e guardò Giulia. Sorrise anche a lei. “Ma che cosa mi sta succedendo?”, si domandò la bambina cercando la mano di sua madre. Si voltò nuovamente a cercare la foto della nonna, quasi a voler confermare a se stessa che non era impazzita. Anche lei continuava a sorriderle. Adesso erano in due. L’anziano continuava a non rendersi conto di quell’abbraccio così avvolgente. Era come se fosse vestito di uno scafandro e non si accorgesse di nulla.

«Vieni, avvicinati, non avere paura», le disse la donna elegante con una voce immensamente dolce. Giulia rimase qualche istante immobile, indecisa sul da farsi. La mamma era tornata in raccoglimento e non si era accorta di nulla. Come se una calamita l’attirasse in modo potente, Giulia fece qualche passo e si avvicinò alla donna. «Sei una bimba graziosa sai?».” Lei sorrise quasi imbarazzata. «Tu hai un dono speciale, perché sono poche le persone che ci vedono». «Ma…». «Non parlare, pensa solo quello che vuoi dirmi. Sarà più che sufficiente!». Giulia sorrise. «Non sei impazzita. Mi vedi perché esisto anche se in un’altra dimensione». «Sei in Paradiso?”. «Diciamo di sì! È successo tanto tempo fa. Anche se da queste parti il tempo non esiste. È sempre ora!”.

Toccò con una mano il volto pieno di rughe del suo papà guardandolo con occhi che straboccavano di un amore infinito. Ma non soffriva.
«Ora, ti prego, puoi ripetere le parole che ti dirò a mio padre?». Giulia rimase incantata da tanta bellezza e dolcezza nella sua voce. Non poté che annuire. L’uomo si accorse di lei e sorrise. «Cosa c’è piccola?»
Vi fu un momento che pareva eterno dove la bambina attendeva di udire ciò che la donna elegante le avrebbe detto. «Sii naturale e inizia a ripetere le parole che ti dico, Giulia». Conosce anche il mio nome! pensò. E iniziò a parlare.

«La vita è un gioco e chi sa giocare deve saper perdere e saper ridere. È una scacchiera, il mondo terreno lo è. Gli esseri umani si sentono grandi, importanti e immortali, ma se si vedessero da qua, dalla nostra dimensione, scoppierebbero in una sana risata».
L’uomo rimase senza parole ed osservò meravigliato Giulia. Lei continuò a ripetere le parole che la donna elegante continuava a sussurrarle.
«Abbiamo sempre guardato lo stesso cielo e continueremo a farlo. Tu ci dai la possibilità eterna della felicità. Continuiamo ad esistere proprio perché l’anima respira. Il tuo respiro e il mio, la tua anima e la mia».
«Questa frase del cielo, la disse tante volte mia figlia negli ultimi giorni della sua vita! Come fai a saperla?», le domandò mentre i suoi occhi si riempivano di lacrime. Giulia a quel punto decise di dire la verità. «Me le ha dette lei in questo momento. Io la vedo. È dietro di te che ti abbraccia forte ma tu non te ne accorgi!».
Giulia ma cosa stai facendo? Sei impazzita? Perché importuni questo signore? Mi scusi, ma mi ero raccolta in preghiera e non mi ero accorta…», disse la madre prendendo con forza il braccio di sua figlia e allontanandosi velocemente.

L’uomo era rimasto senza parole. Tutto questo era troppo per lui. Aveva perso la sua unica meravigliosa figlia tanto tempo fa per una brutta inattesa malattia e non era più riuscito a riprendersi dallo strazio. Si recava quasi tutti i giorni sulla sua tomba a versare torrenti di lacrime. Sua moglie si era ammalata per il dolore ed era finita su una sedia a rotelle e lo accompagnava al cimitero solo saltuariamente. Rimase immobile ad osservare quella bambina, con occhi profondi scuri, che si allontanava. Le sue labbra si muovevano pronunciando delle parole inudibili oppure, forse, tremavano per la grande emozione. Eppure credeva a ciò che gli aveva detto con tanta spontaneità.

Giulia si voltò ancora una volta e vide la donna elegante salutarla con un sorriso mentre accarezzava la testa di suo padre. Anche lei alzò una mano in segno di saluto e le sorrise. L’uomo contraccambiò il saluto pensando che fosse rivolto a lui. Passarono nuovamente davanti la tomba di nonna Luisa e Giulia osservò la foto per l’ultima volta. Continuava a sorriderle. Solo sua mamma non si era accorta di nulla. Camminarono con fare spedito in direzione dell’uscita e si avviarono verso casa.

Giulia, quel giorno di novembre, non se lo sarebbe mai più dimenticato. Non aveva ancora la capacità di comprendere l’immensità del dono che aveva ricevuto, ma era comunque sicura di non essere ammalata o impazzita. Era certa di non essersi sognata nulla e di avere visto quella donna e di avere udito realmente quelle parole. Sorrise felice a quella esperienza, ben sapendo che non sarebbe stata l’unica della sua vita.