Combattere il bullismo

UNA GRANDE PIAGA SOCIALE

Combattere il bullismo

di Cristina Penco. La principale responsabilità è da imputare a una mancata “cultura del rispetto” che molte famiglie non insegnano più. Ma anche la scuola svolge un ruolo fondamentale.

Aggressioni fisiche e verbali, comportamenti violenti dinamiche da branco. Una perdita generale del “senso del limite”, che sfociano in atti gravi e pericolosi non solo verso i coetanei, ma anche verso i docenti. Che dire, poi, di alcuni esempi negativi che arrivano in prima battuta da parte dei genitori, che si scagliano prepotentemente contro altri genitori o contro gli insegnanti. Sembra ormai tutto parte di un unico calderone magmatico in ebollizione: il tema è il bullismo, un fenomeno in costante crescita che, nel nostro Paese, riguarda un adolescente su due, come risulta da dati recenti dell’Istat. L’età più a rischio è quella compresa tra gli 11 e i 17 anni.
A subire di più, come emerge dallo studio, sono in prevalenza le femmine (20,9%) che i maschi (18,8%), mentre tra gli studenti delle superiori le vittime più numerose sono tra i liceali (19,4%), seguiti dagli studenti degli istituti professionali (18,1%) e degli istituti tecnici (16%). La situazione è più diffusa a Nord, tra il 23% dei ragazzi fra 11 a 17 anni e una percentuale che supera il 57%, considerando anche le azioni avvenute sporadicamente. Le violenze più comuni sono offese, parolacce e insulti (12,1%), la derisione per l’aspetto fisico o per il modo di parlare (6,3%), la diffamazione (5,1%), l’esclusione per le proprie opinioni (4,7%), le aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%).

Vittima, carnefice e osservatori (inerti)

Il professor Ernesto Caffo, Presidente di "Telefono Azzurro".

Ma, in principio, che cosa indica il termine “bullismo” che, per estensione, ha finito per riguardare anche altre situazioni, altrettanto deprecabili e segno di una totale mancanza di rispetto dell’altro? Gli esperti di Telefono Azzurro danno questa definizione: «Per bullismo si intendono tutte quelle azioni di sistematica prevaricazione e sopruso messe in atto da parte di un bambino/adolescente, definito “bullo” (o da parte di un gruppo), nei confronti di un altro bambino/adolescente percepito come più debole, la vittima». Uno studente subisce bullismo quando è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto, con frequenza ripetuta nel tempo, alle azioni offensive messe in atto deliberatamente da uno o più compagni. È una situazione critica che riguarda almeno tre parti in gioco: il bullo, la vittima, ma anche chi osserva e assiste (tendenzialmente senza intervenire).
Gli studiosi, inoltre, distinguono tra bullismo diretto, che comprende attacchi espliciti nei confronti della vittima e può essere di tipo fisico o verbale, e bullismo indiretto, che danneggia la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, attraverso atti come l’esclusione dal gruppo dei pari, l’isolamento, la diffusione di pettegolezzi e calunnie sul suo conto, conseguenze pesanti e danni nei suoi rapporti di amicizia.

Quando è veramente bullismo
Abbiamo detto che ormai la parola “bullismo” ha finito per riguardare vari comportamenti violenti anche tra adulti. In realtà affinché si possa parlare, in senso stretto, di bullismo devono coesistere i seguenti fattori, come viene evidenziato dallo stesso Telefono Azzurro:

- i protagonisti sono sempre bambini o ragazzi, in genere in età scolare, che condividono lo stesso contesto, più comunemente la scuola;
- gli atti di prepotenza, le molestie o le aggressioni sono intenzionali, cioè sono messi in atto dal bullo (o dai bulli) per provocare un danno alla vittima o per divertimento;
- c’è persistenza nel tempo: le azioni dei bulli durano nel tempo, per settimane, mesi o anni e sono ripetute;
- c’è asimmetria nella relazione, cioè uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce, ad esempio per ragioni di età, di forza, di genere e per la popolarità che il bullo ha nel gruppo di suoi coetanei;
- la vittima non è in grado di difendersi, è isolata e ha paura di denunciare gli episodi di bullismo perché teme vendette.

Il bullo è un prepotente

Daniele Novara.

Secondo una recente indagine Amnesty International-Doxa, condotta su un campione di mille persone, per 7 italiani su 10 il fenomeno del bullismo è in crescita. Fanno poi pensare altri dati che emergono dall’analisi: quasi la metà degli intervistati (45%) ritiene responsabile del dilagare di tale piaga sociale la "grande cassa di risonanza fornita dai social media", mentre il 26% ritiene che la crescita sia dovuta al costante "clima di incitamento all'odio e alla discriminazione presente sui media". Eppure non risulta evidente che, invece, il bullismo deriva soprattutto da una forte carenza educativa da parte delle famiglie, spesso inclini ad accontentare in tutto e per tutto le richieste dei figli, col risultato che molti ragazzi si mostrano impreparati a gestire rifiuti, conflitti e tutto ciò che rientrerebbe nelle normali dinamiche relazionali con i coetanei. Daniele Novara, direttore del Centro Psicopedagogico per l'Educazione e la Gestione dei Conflitti, ha spiegato ai microfoni dell’Ansa: «Non c’è un aumento del fenomeno bullismo, troppo spesso confuso con normali episodi di disturbo tra coetanei, da sempre parte delle normali dinamiche scolastiche e giovanili.
Il vero bullismo prevede che la vittima sia oggetto di violenza intenzionale, fisica o verbale, sadica, da parte di un compagno». Autore del libro I bulli non sanno litigare (Rizzoli), scritto a quattro mani con lo psicologo Luigi Regoliosi, Novara ha sottolineato che gli atti di bullismo “in senso stretto” si verificano in presenza di tre specifici indicatori precisi e tassativi: prepotenza intenzionale e orientata a creare un danno, continuativa nel tempo verso una stessa vittima, la quale deve essere palesemente inferiore di forze rispetto al bullo e incapace di difendersi. In inglese il verbo “to bull” si riferisce al sadismo contro una persona impossibilitata a difendersi. Di base, dunque, il “bullo”, come viene tradotto letteralmente in italiano, è un ragazzino sicuramente prepotente e arrogante, ma non un feroce violento. Pertanto, ha sottolineato l’autore, stiamo parlando sì di una realtà sotto gli occhi di tutti, a cui va posto rimedio, ma sarebbe fuorviante, secondo l’esperto, diffondere un allarme ingiustificato.

Come arginare il fenomeno
Studiosi, educatori, formatori, istituzioni e Forze dell’Ordine impegnate nella lotta al bullismo hanno ribadito in più sedi e occasioni che il primo passo per contrastare il fenomeno è la prevenzione. In prima battuta, è essenziale promuovere un clima culturale, sociale ed emotivo in grado di scoraggiare sul nascere i comportamenti di prevaricazione e prepotenza. Alle famiglie spetta il compito primario, ma anche la scuola è molto importante: costituisce, infatti, il primo luogo di relazioni sociali per i bambini e, in virtù del suo ruolo educativo, deve farsi responsabilmente portavoce di alcuni valori: favorire la conoscenza dell’altro e l’autostima, insegnare l’apertura verso la diversità e il rispetto dei compagni, insegnare ad affrontare i conflitti anziché negarli, spiegare l’importanza del rispetto di regole di convivenza condivise.

Ascoltare i ragazzi e riconoscere le dinamiche
Gli adulti devono mettersi in una condizione di ascolto e di osservazione dei ragazzi: riconoscere episodi di bullismo non è sempre facile, ma non si deve mai abbassare la guardia. Non bisogna enfatizzare, ma nemmeno minimizzare le prime avvisaglie. Se un genitore ha il sospetto che il proprio figlio sia vittima o autore di episodi di bullismo, è bene che chieda un confronto con gli insegnanti. Quanto a questi ultimi, laddove si accorgano di episodi “borderline”, è opportuno che convochino a colloquio i genitori, tanto quelli del bullo che della vittima, per organizzare in sinergia una strategia condivisa e porre fine alla situazione. Le azioni di monitoraggio e intervento sul bullismo, da parte degli adulti, devono avere continuità nel tempo e non avvenire esclusivamente in modo saltuario.