Freud o l’interpretazione dei sogni

di Sergio Ragaini. Uno straordinario lavoro teatrale che ha portato in scena la scoperta dell’inconscio da parte di Freud, ma anche le sue inquietudini

Scritto da: Stefano Massini
Regia: Federico Tiezzi
Protagonista:
Fabrizio Gifuni
Al teatro Strehler di Milano

Un racconto, molti racconti. Una non narrazione, che significa, in un momento, molte narrazioni, sovrapposte, che si intersecano, che si scambiano tra di loro. E al centro lui, Sigmund Freud. Un uomo che, con le sue teorie e i suoi modi di essere ha cambiato il mondo.
Sì, perché l’avere definito l’esistenza di un inconscio e il fatto che la maggior parte dei nostri processi mentali sono inconsci – quindi fuori dal nostro controllo diretto (il controllo indiretto è possibile in altro modo, ad esempio con la meditazione) – è stato secondo me il fattore propulsore di tutta la filosofia del ‘900, che non a caso ho indicato come “il secolo dell’incertezza”. L’avere definito che i motivi per cui proviamo delle emozioni non solo quelli che crediamo ha, secondo me (anche se è un’opinione personale), dato origine a quell’onda di incertezza che ha toccato, forse addirittura invaso, tutti i campi della conoscenza, facendo crollare sicurezze mentali del passato, e nello stesso tempo aprendo la strada a qualcosa di completamente nuovo.

Un sogno, tante interpretazioni
Nel lavoro teatrale proposto viene esaminato un elemento in particolare dell’opera di Freud: quello del sogno. L’interpretazione dei sogni fu pubblicato da Freud nel 1899, quindi proprio alle soglie del 1900.
Il sogno è, per molti versi, qualcosa di molto particolare che ha scatenato la fantasia di molti, portando anche ad interpretazioni che hanno sconfinato nel New Age e in visioni sicuramente piuttosto fantasiose. Alcune correnti spirituali affermano che il sogno è in realtà un modo con cui il corpo astrale viaggia anche in altri mondi, diversi dal nostro. Altri studi sono stati fatti sui sogni premonitori, arrivando ad affermare che l’inconscio anticipa la realtà.
Sicuramente, nel sogno sono contenuti segni, simboli, strutture della mente, che la persona, forse, si nega durante la veglia e che potrebbero rappresentare le sue più grandi paure e aspirazioni.

Lo spostamento spazio-temporale del sogno
Freud ha studiato a lungo i sogni, cercando di definire i simboli in essi contenuti e i loro significati più profondi, per comprendere attraverso di essi quello che una persona davvero vuole esprimere. La frase, pronunciata nella seconda parte del lavoro: «I sogni trasformano in azione quello che non riusciamo ad elaborare», è  fondamentale. Il sogno è un racconto – magari fantastico, che aprendo gli occhi svanisce in un istante – ma che nel momento in cui lo viviamo ci appare reale. Mentre quell’immagine prende forma può dare luogo a momenti fantastici o traumatici. Momenti che, nella realtà fisica, potrebbero corrispondere a pochissimi istanti. Quante volte, ad esempio, facciamo sogni lunghissimi e poi, riaprendo gli occhi, scopriamo che sono passati soltanto pochi minuti?
Questa traslazione, questo spostamento spazio-temporale del sogno ha scatenato le fantasie di molte persone, che hanno subito legato tutto ciò al fatto che “realmente” la persona abbia viaggiato, che “realmente” sia stata in altri mondi, tangibili o inafferrabili.O solo immaginati. Questo non è poi così importante: in fondo, il confine tra realtà osservata e realtà tangibile è molto sottile, e in tal senso la realtà del sogno potrebbe rappresentare quella davvero autentica, davvero nostra.
Sicuramente, il sogno è vero e nostro nel senso che avviene senza che quei filtri che abbiamo e che ci impediscono di essere noi stessi. Quindi è forse una delle più alte espressioni di quello che davvero siamo, di quel “noi stessi” che durante la veglia non possiamo, per motivi interiori o esteriori, essere.
Freud, tutto ciò, l’aveva capito. Aveva compreso che attraverso il sogno parla la parte più vera e profonda di noi. Attraverso il sogno parla tutti ciò che non ci permettiamo di esprimere, parlano le nostre ansie, i nostri desideri, quello che vorremmo davvero essere e che, forse, non ci permettiamo di essere.

Vienna, nasce la psicoanalisi

Fabrizio Gifuni è Freud.

Il lavoro proposto al Teatro Strehler mette in risalto tutto questo. Ponendoci, nello stesso tempo, nel contesto viennese che ha visto la nascita del libro. Un contesto che viene subito evidenziato su uno schermo dove appaiono persone, quasi dipinte a pastello, che ballano un valzer in perfetto stile ottocentesco: quell’ottocento, secolo della certezza, del Positivismo, che stava lasciando, forse grazie anche a Freud, il posto ad una forte incertezza.
E, forse, proprio l’interpretazione dei sogni di questo grande studioso ha permesso tutto ciò.
Come dicevo, nel racconto non vi è una narrazione, ma tante narrazioni.
Il lavoro non può essere definito “non narrativo”, come lo è una parte, ad esempio, del Cinema di Resnais o di Godard, ma “multinarrativo”. Esattamente come nella musica alcuni confondono l’atonalità con la politonalità (più tonalità simultanee), forse per gli effetti dissonanti a cui entrambi questi modi di scrivere musica possono dare luogo, ma che, nella sostanza, differiscono tra di loro come differiscono assenza e multipresenza.

Una coreografia… onirica
Qui le storie sono tante. E sono quelle dei sogni dei pazienti di Freud. Che si presentano in un’ambientazione di quei tempi.
Un’ambientazione, tuttavia, dove l’aspetto onirico è fortemente presente. Nei colori, nell’atmosfera, ma anche in alcuni momenti, dove compaiono strane figure di uomini con la testa da coccodrillo, che in qualche modo, forse, vogliono evidenziare un mondo diverso, dove le forme non sono quelle della realtà tangibile, bensì sono altre forme, altre strutture, altri colori della realtà. Una realtà parallela ma non per questo meno reale.
In alcuni casi queste figure conducono le persone fuori dalla scena, come per portarle in un mondo fantastico, trasportandole, di fatto, verso nuove emozioni. Quelle emozioni, forse negate, che in quell’istante prendono forma, e divengono qualcosa che si può toccare, con cui si può interagire, si può dialogare. E dove un pensiero diviene suono, diviene quella musica interiore che noi tutti abbiamo, e che, in quell’atmosfera da sogno, si può ritrovare.

Tante porte, sulla scena. Forse per simboleggiare le tante porte della nostra mente. Quelle porte, sovente chiuse, che, una volta aperte, rivelano colori diversi. Colori che, in alcuni momenti, sono rappresentati a tinte più forti, più intense. Quasi a contrastare con lo sfuocato che appare sulla scena. Uno sfuocato rotto però da nuove atmosfere, via via che i personaggi entrano in scena.
Molte volte questi personaggi appaiono loro stessi come usciti da un sogno. Come se, in tutto il lavoro, i piani di realtà si mescolassero, si sovrapponessero. Sino a non capire più dove termina il sogno e dove inizia la realtà. Una realtà che, in alcuni casi, per queste stesse persone sarebbe potuta diventare nuova, grazie al lavoro che stavano svolgendo.

Le porte, simbolo delle parti segrete dell’essere
Anche se, da questo punto di vista, la psiche appare complessa, come le porte che appaiono sulla scena. E, non a caso, occorre cautela nell’aprirle, per non andare a rompere quei delicati equilibri che sussistono dentro di noi, dentro il nostro essere. Quegli equilibri che hanno nella rimozione un elemento molto importante, che deve comunque essere trattato con le dovute cautele, e mai forzando più di tanto quello che la persona vuole evidenziare. Dove è importante porre l’accento su quelle terapie che lavorano anche forzando tutto questo, e dove la cautela è sicuramente d’obbligo.
Qui, tutto questo emerge. E le terapie, dove Freud forza in qualche modo il ricordo, sono sempre nei limiti i quello che la persona vuole evidenziare. Quel qualcosa, però, che può che può richiedere anche molto tempo per venire alla luce. Non a caso, in un racconto si parlerà di 13 mesi di lavoro, e in un altro di 4. il lavoro sulla psiche non è breve: quello che deve tornare alla luce è davvero tanto!
In un certo senso, questa è l’accusa, anche se indiretta, che è stata mossa ai trattamenti Freudiani. Gli stessi pazienti di Freud lo sono stati, sovente, per diversi anni, talvolta quasi una vita.

Un punto di partenza
Alcune correnti psicologiche odierne, quali quella umanistico – esistenziale, da cui è sorto il noto Counseling, sono nate proprio per fornire un’alternativa, o forse addirittura per contrapporsi a quei trattamenti molto lunghi (troppo lunghi?) che l’analisi “classica” può avere in sé. Non è un caso che lo stesso Woody Allen, per il quale la Psicanalisi è stato un elemento molto importante nella sua cinematografia (teniamo poi conto che il regista è ebreo come lo era Freud!), l’abbia poi in alcuni casi sconfessata, addirittura andando a dichiarare, in alcuni suoi lavori, che i soldi spesi per l’analisi sono stati inutili.
Sicuramente Freud è stato un punto di partenza. Non va visto, quindi, come qualcosa di perfetto. Lo stesso lavoro ne dimostra, forse, le imperfezioni. Ma evidenzia chiaramente come lo studioso abbia segnato il tempo, tracciando una nuova epoca di conoscenza.e aprendo, come dicevo, la strada ad un altro modo di vedere le cose, che dà la preminenza all’interiorità sull’esteriorità.

Quando Freud sogna il sogno dei pazienti
Nel lavoro, come dicevo, sogno e realtà si scambiano, spesso anche in modo piuttosto deciso. Il sogno dei personaggi diviene il sogno dello stesso Freud. Che si troverà, ad un certo punto, in un sogno derivante da quattro distinti episodi della sua vita. Episodi che sono stati poi alterati dalla mente, dando origine ad altre prospettive del reale.
Questo è un altro elemento interessante del lavoro proposto: il sogno che, come dicevo, cambia ed altera. Quindi, se è vero che il sogno permette quella libertà espressiva che nella realtà tangibile viene negata, è similmente vero che, anche nel sogno, questa negazione proseguirà, almeno in parte. Non impedendo, in questo, l’espressione di quello che viene negato, ma mascherandolo, alterandolo con coperture e nascondendolo dietro a inganni possibili. E così, un funerale di un bambino esprime in realtà la voglia di una pianista di rivedere l’amato perduto; e così, ancora, la luce bianca indica Bianca, la sorella di chi racconta il sogno.
Il sogno nasconde, come dicevo, anche facendo apparire situazioni marginali come protagoniste. Mentre come già in parte affermato, è ciò che resta al contorno, sullo sfondo, che deve essere preso in considerazione. È da quello che trascureremmo, che ci pare ininfluente, che provengono le informazioni più importanti per la nostra realtà, e per comprendere noi stessi.

La scoperta del ricordo di copertura
In questo modo, nel sogno dello stesso Freud, mostrato in un momento dello spettacolo, il giardiniere che pota le rose, e che appare coperto di bende, è il padre, con tutti i significati che poteva avere quella figura. Un elemento apparentemente insignificante che rivela davvero cose importanti. Il “ricordo di copertura” diverrà poi, nella psicanalisi freudiana, in importante elemento anche nella veglia, per capire che determinati ricordi che abbiamo in noi sono non veri, ma nascondono qualcosa di, sovente, che è impossibile da reggere per la persona, e viene mascherato da immagini spesso innocenti.
Spazio poi al sogno che prende forma, dove anche Freud stesso entra, in un cono di luce bianca, che forse libererà una paziente dai suoi traumi, guidata per mano dallo stesso Freud, che in qualche modo diviene parte del sogno stesso.
Sicuramente, in questo lavoro teatrale, colpisce la grande lunghezza: due atti di 1:20 e 1 ora rispettivamente. Compreso l’intervallo, si sta nel teatro quasi tre ore.
Ma sono ore che volano, come un soffio. Forse, in qualche modo, anche noi entriamo in un’altra dimensione percettiva. Forse anche noi, in quel momento, entriamo in quel sogno che dilata le distanze, che apre nuovi mondi, che cambia lo spazio e il tempo.
E forse, anche noi diveniamo parte della narrazione, con i nostri sogni, seguendo le vicende dei personaggi e lo stesso Freud, magistralmente interpretato da Fabrizio Gifuni. Forse, ora, li potremo capire meglio, e potremo provare ad interrogarli.
Magari, per renderci conto che la nostra vera vita è lì, in quello che ci neghiamo. E che, per Jung, discepolo di Freud, anche se porterà poi la ricerca psicologica verso la ricerca spirituale, diverrà il regno di quello che di più vero è dentro di noi.
Sicuramente, la visione di questo lavoro teatrale ha aperto in tutti noi nuovi orizzonti e nuovi sguardi sulle cose. E, credo, la voglia di approfondire e di conoscere questi argomenti. In ogni caso, porto con me, e credo portiamo con noi, la coscienza di avere vissuto, con questo spettacolo, qualcosa di speciale. Che è stato bello poter vivere in una sera di marzo a Milano.

 

Sergio Ragaini
Nato a Milano. Laureato in Matematica, ha sempre visto la matematica e la fisica come una sorta di “sesto senso”, che ci fa intuire nuovi mondi, anche dentro di noi. Cercando una visione unitaria dell'uomo e della cultura, si è occupato di diverse cose, spaziando dall'insegnamento al giornalismo. Ha collaborato con diverse riviste, occupandosi dei più disparati argomenti, dal cinema al turismo, alla spiritualità. Parte importante, per lui, è anche la musica, che pratica attivamente, e che per lui è anche un modo per andare al cuore dell'uomo.