Il sogno lucido, strumento di tolleranza

ESSERE IN SOGNO

Il sogno lucido, strumento di tolleranza

di Roberto Brancati.

John Simmons. "Hermia and Lysander. A Midsummer Night's Dream".

Bentornati, indagatori del sogno. Con l’augurio che i vostri esercizi e le vostre ricerche oniriche stiano procedendo a gonfie vele dando i loro frutti, introduco questa nuova pagina dedicata al sogno lucido. La rubrica Essere in Sogno nasce per dare forma ad un campo di indagine in cui condividere applicazioni e potenzialità del sogno lucido come tecnica di meditazione attiva. Questo stato dell'essere, che mette in comunicazione il sogno e la veglia, permette al ricercatore di sovrapporre i livelli percettivi delle due attività (di veglia e onirica) al fine confrontare i punti di contatto tra essi ed ampliare i confini di entrambi. Le due condizioni hanno infatti molteplici livelli di coscienza di sè: momenti di impotenza, possibilità e limiti, strumenti per attuare evoluzioni e importanti punti critici. Tali ambiti percettivi possono insomma, se analizzati e confrontati con costanza e metodo, fornire preziosi aiuti per meglio conoscere, integrare e accrescere le proprie energie, oltre che per meglio riconoscere le caratteristiche di chi o cosa ci circonda.

Gli obiettivi della ricerca onirica
Con i suddetti obiettivi e con uno sguardo sensibile alle circostanze attuali, nelle quali stanno avvenendo profondi cambiamenti sociali, geopolitici e interculturali, risulta a mio avviso indispensabile rispolverare la lampada magica della tolleranza. Per questo motivo vi invito all’impiego delle informazioni e delle competenze finora acquisite insieme: per intraprendere un percorso di sincretismo intra e interpersonale che culmini sul belvedere dell’Armonia, tanto interiore che in ambito relazionale, in una collaborazione sia tra le diverse componenti che disegnano ogni essere umano, sia tra le diverse persone che costituiscono il vivere sociale. Insisto su questa specularità di ambito per evidenziare l’importanza che l’equilibrio intimo e relazionale, indispensabile strumento, ricopre per lo sviluppo di una benevolenza che questo “tutt’uno”, questa cellula dell’organismo-umanità che siamo, possa applicare nei vari ambiti.

Nel sogno, io sono ogni attore

Mosè Bianchi. "Paolo e Francesca".

Ama il tuo prossimo. Sembra possibile però che siamo proprio noi, il prossimo di noi stessi. Ovvero: la prima forma di vita cosciente che il nostro io riflessivo incontra allorché inizia la naturale osservazione di ciò che lo circonda, è il proprio campo psichico. Il prodotto della sua volontà, dei suoi trascorsi, delle opportunità che scorge che costruisce.
E se è vero che il sogno è il veicolo attraverso il quale il nostro inconscio tenta di mettersi in contatto con la mente cosciente, è pur vero anche il contrario: esso è il sentiero che dal conscio conduce all'insondabile. Ognuno dei personaggi “scritturati” dall’impresario-inconscio sarebbe suo emissario ed emanazione. Ognuno dei soggetti implicati nei racconti onirici costituirebbe quindi una maschera del nostro profondo, che ora rappresenta la nostra mamma, ora un vecchio compagno di scuola, ora un perfetto sconosciuto.
Allo stesso modo, per effetto della proiezione che in veglia attueremmo sugli altri, spesso attribuiamo al nostro prossimo qualità non reali, ma che sovrapponiamo all'oggettivo, per un bisogno di vedere queste qualità nella nostra vita (per esempio l’idealizzazione della persona amata) ed integrarle nella nostra tavolozza psichica. Così come al cinema, si proiettano situazioni al fine di inscenare dinamiche comportamentali che ne permettano la catarsi.

Oltre la proiezione e il dialogo interiore

Marc Chagal. "Le poisson dans le ciel".

Sono quindi necessari molto coraggio e tanta buona volontà per poter uscire dalla dinamica proiettiva. La tecnica del Sogno Lucido in questo ci arriva a sostegno.
Uno dei traguardi bivalenti di tale esperienza è raggiungibile infatti tramite lo scardinamento del cosiddetto "dialogo interiore": il costante e inarrestabile scambio di impressioni verbali che agisce all'interno del nostro pensiero. Questo continuo chiacchierio agisce e ci agisce spesso in maniera indipendente, governando sui nostri pensieri e cambi d'umore. La pratica del Gesto Silenzio, ovvero la volontaria interruzione della produzione del pensiero automatico, è un formidabile attivatore di energie latenti e uno splendido generatore di volontà consapevole. La stessa qualità di intento che serve per stabilizzare la lucidità onirica. Superando, con la pratica, l'horror vacui del silenzio, si conquistano infatti energie necessarie per sostenere la lucidità in sogno.
L'esercizio che propongo in questa sede è quello degli "otto secondi": sforzarsi per otto secondi di ascoltare il proprio silenzio, senza paura, imbarazzo o senso d'impotenza. La pratica, inizialmente molto impegnativa per il neofita, di sgombrare le parole dalla mente cosciente, permette in primis di accorgerci di quanto rapidamente si muova il pensiero. E quanto spesso esso sia involontario. Appurato ciò si noterà quanto benevoli occorra essere con se stessi per poter stabilire con il pensiero un rapporto armonioso ed amorevole. Qui entra in gioco appunto la nostra tolleranza: la tolleranza verso se stessi, da non confondere con l'indulgenza (quella aborrita da Castaneda), che all'opposto ci fa acconsentire alle peggiori leggerezze in nome di una debolezza connaturata. L'esercizio degli otto secondi è da ripetere allungando progressivamente la durata del silenzio a piacimento.

La tolleranza lucida

sogno lucido

Marc Chagall. L'âne rouge dans le ciel.

La tolleranza lucida, la dolce accettazione di sè che si genera con l'esercizio del silenzio è impiegabile poi anche in sogno, tramite lo stesso meccanismo del test della realtà. Ripetuta in veglia con determinazione, una condizione si presenta anche in sogno. Il risultato del Gesto Silenzio è l'emergere di un sentimento di misericordia nei confronti della nostra condizione di apprendista, quella di chi sa di non sapere. Pur avendo interiorizzato molte componenti educative utili solo alla norma sociale, ma dannose al singolo (tipo l'ammonimento "smetti di fare domande, e limitati a ripetere ciò che ti viene insegnato!"), l'apprendista sa trascenderne i limiti. L'accogliere con distacco la propria ignoranza, il vuoto, la propria istintività o l'emotività, è un lasciapassare formidabile per assumere il ruolo di osservatori coscienti di se. E a mio avviso la coscienza di sè è l'unico muscolo psichico a nostra disposizione nella direzione del sogno.
Da questa posizione privilegiata (di spettatori partecipi, o theómenos) si ha modo di evolvere in attori, registi e quindi autori della propria condizione. Difficilmente altrimenti. Sia in veglia, sia in sogno.
Il bello di questo "movimento" psichico, da passivi interpreti ad attivi osservatori, è che trasforma ciò che prima vedevamo come una situazione esterna, distante ed intoccabile, in una realtà aumentata: con un incremento di punti di risalto e di contatto tra il di-fuori e il nostro risuonare interiore. In questo modo lo straniero diviene il prossimo come miniera di diversità e ricchezza, tanto quanto i nostri atteggiamenti meccanici svelati dall'osservazione divengono spunti di ricerca della nostra latente e luminosa autenticità. Così la tolleranza nei nostri propri confronti si trasforma in viatico di crescita e di scambio con l'esterno.

L'utile distacco e l'accoglienza amorevole
Il movimento di distacco dalle dinamiche automatiche, qualora attuata con impegno nel quotidiano, si attuerà in sogno trasformandovi in sognatori lucidi: offrendo la possibilità cioè di interagire intenzionalmente con gli accadimenti e i personaggi-maschere dell'inconscio che, se opportunamente stimolati con azioni e domande dirette (da preparare prima di addormentarsi), potranno offrire al sognatore il tesoro che essi nascondono nella caverna di Aladino.
Il concedersi però, intimamente e vicendevolmente, tutto l'amore e la tolleranza necessari per accogliere pulsioni e pensieri in cerca di pace, sembra però essere fondamento di una vita felice e prospera.
Buio in sala, dunque. E buon lavoro.