@Lettere a Karmanews

Una nuova rubrica

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Nasce con questo numero una nuova rubrica: i nostri collaboratori rispondono alle vostre domande più interessanti

Memorie passate e DNA
Vorrei l'opinione di Manuela Pompas sul ragionamento seguente, che riguarda la reincarnazione: non pensi che nel nostro DNA siano riportati non solo il codice genetico relativo alle caratteristiche fisiche, ma anche quelle relative al corpo etereo? Se gli eventi possono modificare la parte fisica (cito radiazioni, prodotti chimici, ambiente), perché gli eventi incorporei non possono modificare la trasmissione di ricordi?
La sensazione di aver già vissuto forse è la percezione che le esperienze del passato sono state impresse in noi e che in determinate situazioni così come il corpo reagisce a stimoli correlati al fisico, così la mente reagisce al ricordo del vissuto. Forse la vera immortalità è che conserviamo nel nostro DNA il ricordo delle vite vissute e che questo ricordo si trasmette geneticamente, per cui è reale il fatto che io senta di essere stato in una vita precedente lo shohan di Karaganda, capo di nomadi dell’Asia Centrale.
Attendo la tua risposta. Saluti, Peter Hubsher

Ciao Peter. La tua richiesta può essere letta in due modi: la prima è che con il DNA al momento del concepimento ereditiamo le memorie dei nostri avi, che continuano a condizionarci come fossero nostre. Con le costellazioni famigliari o con la psicogenetica si va proprio a lavorare su quanto ci hanno trasmesso i nostri avi, condizionandoci ovviamente a livello inconscio. La seconda (quella in cui credo) è che il DNA conserva inscritte le memorie delle esperienze fatte in altre vite, che comprendono anche emozioni e pensieri, abitudini, problematiche. Il Dalai Lama mi disse in un’intervista degli anni ‘80, con una metafora legata alla cibernetica, che l’anima è come un dischetto magnetico invisibile (allora c’erano i dischetti DOS), fatto di particelle che conservano le memorie, il quale al momento del concepimento formatta l’ovulo fecondato, trasferendogli le nostre memorie. Quindi nel DNA ci sarebbero tutte le informazioni che ci riguardano – e che ci condizionano nel bene e nel male – legate al passato. Quando andiamo a rievocarle con l’ipnosi regressiva ne diventiamo consapevoli e possiamo sciogliere i nodi e risolvere le problematiche del presente.

È possibile vivere senza attaccamenti?
Sono un ragazzo di trent'anni e mi sono avvicinato al buddismo. Per questo leggo con interesse gli articoli di Maurizio Falcioni, che però mi turbano, perchè una cosa è la filosofia e una la pratica. Vorrei chiedergli se è veramente possibile vivere senza attaccamenti, come ci insegna il buddhismo. (Paolo da Firenze)

Riuscire a raggiungere la meta del non attaccamento è qualcosa che ci appare, almeno in un primo momento, impossibile; e questo è senza ombra di dubbio un atteggiamento sano, perché ci dimostra che siamo almeno consapevoli del nostro profondo condizionamento. Non attaccarsi non significa smettere di amare il prossimo, ma amarlo per quello che è, riconoscendo quindi la natura impermanente che anima il mondo intorno a noi.
Il primo passo verso il lungo cammino del non attaccamento si manifesta con la consapevolezza dell'impermanenza ed è infatti il primo livello di comprensione che viene citato nelle antiche scritture. Esattamente il Buddha ci parla di una primissima fase di conoscenza che riguarda la base dell'intero insegnamento; questa si spiega in tre verità universali che sono Anicca (impermanenza), Dukkha (sofferenza), Anatta (inconsistenza dell'io).
È comprensibile vedere nelle persone che si affacciano a questo lungo cammino, ardere il desiderio di liberarsi dall'attaccamento causa di sofferenza, ed è comprensibile vedere in esse la resistenza nell'accettare una realtà così inverosimile. In un mondo dove tutto è attaccamento, disgregare questo condizionamento significa rinunciare alla propria identità fittizia, è quello che gli alchimisti chiamavano Nigredo, l'origine del processo alchemico cioè la destrutturazione dell'identità psichica.
Siamo attaccati agli oggetti perchè abbiamo l'esigenza di possederli, cadendo in questo modo nella condizione opposta, quando saranno gli oggetti a possedere noi. Vorrei dunque fissare in questa occasione una metodologia che richiama l'insegnamento del Buddha. Egli infatti ci ha insegnato ad essere consapevoli dell'impermanenza e contemporaneamente equanimi alla sofferenza generata dall'attaccamento, cioè la percezione ego-centrata dell'io. Ci troviamo in questo modo a praticare una sintesi dell'intero insegnamento del Buddha. Consapevolezza ed equanimità: consapevoli dell'impermanenza ed equanimi difronte la realtà che si manifesta nel qui e ora.
Questo approccio ci può aiutare ad affrontare il cammino della vita, ma è bene riconoscere che la meta del non attaccamento è assai lontana e noi tutti stiamo imparando dalla vita stessa.