Meditare: una via per conoscersi a fondo

Meditare: una via per conoscersi a fondo

di Maurizio Falcioni. Meditare non vuol dire sedersi ad occhi chiusi e ascoltare il respiro. Ma cambiare atteggiamento nella vita, seguire la "retta via", confrontarsi con la nostra Ombra per coniscersi a fondo. Ed infine uscire dalla sofferenza

Stiamo vivendo un periodo di grande turbolenza. Da una parte si respira l’urgenza di raggiungere la sicurezza economica e affermarsi nel mondo del lavoro attraverso uno sforzo costante fatto di competizione e strategia; dall’altra vediamo proliferare il bisogno di uscire dalla stessa urgenza che ci ha contaminato.
Sedersi senza fare niente è diventato molto difficile, non tanto per il fatto di non avere tempo, quanto per il condizionamento legato proprio a quest'urgenza che ci spinge a fare altro. Nonostante l’impatto spirituale osservato negli ultimi anni in Occidente, sembra che le persone stiano giocando con uno strumento con il quale non è possibile giocare. La meditazione è una cosa molto seria, come ci ricorda il monaco theravada Nyanaponika Thera, è necessario invertire l’ordine dei fattori di urgenza. La priorità non riguarda le sicurezze materiali ma l’esigenza di salvare quella parte di noi che sta lentamente morendo; il piccolo seme del Dhamma, come insegnava il Buddha, deve essere protetto dagli aggressori prima che sia troppo tardi.

Distruggere e credenze
Sono ormai quasi quindici anni che mi dedico allo studio teorico e pratico della meditazione, gli ultimi sei di questi ho collaborato e continuo a farlo volontariamente, con l’associazione no profit Vipassana Italia. Sono arrivato al mio primo corso intensivo di Vipassana credendo di sapere cosa fosse la meditazione, al secondo giorno di pratica piangevo come un bambino e tutte le mie credenze si erano frantumate. Oggi ringrazio quel giorno, perché se non avessi distrutto la mia vecchia struttura di credenze, non avrei neppure potuto lasciare spazio a qualcosa di nuovo. In un primo momento quello spazio si riempì di paura e angoscia poi qualcosa lentamente arrivò sotto forma di consapevolezza, una visione profonda. La meditazione prepara lo spazio togliendo il superfluo, cambiando la mente e la struttura biochimica del corpo in particolare del cervello. Tutto deve essere pronto all’esperienza del Nirvana, una scarica di energia non umana che deve essere accolta da un corpo plasmato apposta per essa.
Un meditatore comprende che l’atto stesso del meditare non è finalizzato a nulla. Ovviamente ci sono delle tappe da raggiungere, queste si raggiungono solo se impariamo a restare con ciò che c’è nel qui e ora. In una prima fase dell’esperienza, quando il maestro ci parla d'illuminazione e di liberazione, veniamo colpiti dal desiderio di raggiungere quel traguardo e questo è di aiuto, ma solo in un primo momento. Successivamente scopriamo la realtà che c’è dietro questo processo di purificazione e soprattutto è lo stesso processo che scardina quello che in un primo momento si presenta come l’innesto al percorso, il desiderio di raggiungere una meta.
La prima importante lezione che ho ricevuto mi ha fatto capire che la meditazione non è solo fermarsi in silenzio a gambe incrociate sotto un grande albero. Essa va coltivata come un fiore pregiato. Principalmente si fonda su due parole. Inizia e continua.
Un’altra cosa che ho imparato in questi anni è che si commette un grave errore nel dimenticare la radice autentica di un insegnamento. È naturale osservare l’avanzamento repentino dei metodi e delle terapie. I nomi originali sono sostituiti con altri nomi e i meriti della scoperta di un metodo si perdono convogliandosi in luoghi e nomi che non coincidono con la storia originaria. Così oggi la meditazione rischia di confondersi e il puro insegnamento, come già successe duemila anni fa, rischia di perdersi a causa di questa esigenza egocentrica; il desiderio di reinventare e alterare attraverso altri nomi e altre versioni ciò che è stato già scoperto e sperimentato.

Progredire, mantenendo inalterato l'insegnamento

Nyanaponika Thera, uno dei massimi esponenti del Buddhismo theravada.

Mi limiterò quindi a darvi un imprinting della meditazione basandomi su quello che è stato tramandato attraverso un lavoro estremamente minuzioso. Un trasporto d'informazioni così puro che nessuna piccola sfumatura è andata perduta.
Abbiamo un maestro e abbiamo una tecnica. Il maestro ci ha donato la tecnica e ora noi abbiamo un’importante missione: progredire sul sentiero attraverso la tecnica e mantenere inalterato l’insegnamento. Oltretutto abbiamo il dovere di mantenere il flusso dei meriti verso colui che prima di tutti ha donato all’umanità questo insegnamento. Duemilacinquecento anni fa uno scienziato di altri tempi chiamato Siddharta Gautama percorse l’intero cammino che porta alla liberazione e mosso da compassione decise di insegnarlo agli uomini e alle donne di quel tempo.
Oggi l’Occidente si è aperto alla possibilità di imparare questo insegnamento, la tecnica descritta dal Buddha. L’Occidente vive una delle sue più grandi fortune, quella di aver nuovamente inseminato in una piccolissima porzione un terreno moribondo, segnato da profonde cicatrici di atrocità indicibili.

Meditazione e retta condotta morale
Vediamo dunque nello specifico questa tecnica, sorvolando in superficie l’insegnamento e fotografando le parti più importanti. Il lavoro vero e proprio non potrete farlo attraverso queste poche nozioni teoriche, ma alla fine di questo articolo avrete modo di accedere alla possibilità di conoscere profondamente tutto ciò che c’è da sapere sulla tecnica. Infatti, in occidente stanno sorgendo “terre di Dhamma”, centri di meditazione che insegnano gratuitamente a percorrere il puro sentiero tracciato dal Buddha.
Le fondamenta si basano sulla comprensione che le nostre azioni influenzano la qualità della meditazione. Non possiamo fermarci a meditare con la convinzione che le nostre azioni non abbiano alcuna influenza diretta sulla pratica.
Il primo punto che fotograferemo riguarda proprio la condotta morale. Quanta presunzione abbiamo coltivato nel credere di essere bravi a meditare? Dobbiamo principalmente essere bravi nel parlare, prima ancora nel pensare e poi successivamente, vigili nel comportamento. Se potessimo riascoltare le nostre parole o riguardare le nostre azioni, saremo sorpresi nel trovare sfumature di negatività, piccoli refusi psicologici che sfuggono alla vista interiore. È bene dunque chinare la testa e mettersi a lavorare duramente.
Ai tempi del Buddha questa attitudine a mantenersi puri nel comportamento veniva chiamata Sīla, retta condotta morale.
Si raggiungono importantissimi traguardi spirituali anche senza una tecnica di meditazione, solamente con la forte determinazione di mantenersi in una retta condotta morale. Principalmente si tratta di non fare agli altri ciò che non vorremmo gli altri facessero a noi. Semplice da dire, difficilissimo da fare. Difficile perché le nostre azioni mentali, vocali e fisiche sono scandite da un meccanicismo che trova la sua radice nell’inconscio. I nostri comportamenti possono essere smussati con la volontà, ma la sola volontà non basta perché, ahimè, finché non sradicheremo le impurità alla radice i comportamenti negativi più radicati saranno indotti automaticamente, quindi fuori dal nostro controllo.

Il seme della buddhità
In questi termini la condotta morale assomiglia un po’ alla preparazione di un terreno, prima ancora della semina. Dobbiamo preparare il terreno che accoglierà il seme della buddhità. Anche se può sembrare inverosimile, lo stiamo facendo da molto tempo, il Buddha ci parla di infinite vite. Continuiamo a ripetere un copione che sembra senza fine: poi improvvisamente ci risvegliamo e dinanzi a noi vediamo aprirsi un sentiero, un cammino di purificazione capace di liberarci.
Tutto ha inizio con Sīla. Il bambino interiore, ferito e incattivito dalla sua stessa radice, si accorge che il tempo è maturo per fare una svolta decisiva. Nel suo intimo sa che la prima persona alla quale dovrà rivolgere il suo sorriso più dolce è prima di tutto se stesso. Ora che si è scoperto come fertilizzare la terra, possiamo cominciare a penetrarla, cioè possiamo cominciare a conoscere la struttura dall’interno.
La meditazione, comunque si voglia definire, ha come base portante l’obbligo di seguire una condotta morale. Oltremodo dobbiamo comprendere che l’assunzione d'intossicanti quale alcol e droghe non sono compatibili con essa. Se fai la meditazione, devi astenerti dall’assunzione di qualsiasi elemento capace di alterare lo stato di coscienza. Questo ci aiuta a sperimentare il processo partendo da un’osservazione oggettiva. La mia esperienza diretta mi ha confermato grandemente l’importanza di queste applicazioni nella vita quotidiana e mi ha dato modo negli anni di vedere il processo con assoluta lucidità, attraversando quindi ogni fase di transizione, utilizzando nient’altro che la pratica nel modo che spiegherò di seguito.
Immaginate una persona che con grande fortuna e merito scopre il nobile sentiero tracciato dal Buddha. Sostanzialmente scopre l’importanza della meditazione. Essa coltiva giorno dopo giorno una retta condotta morale, si sforza di osservarsi nei momenti più nevralgici della giornata; invece di puntare il dito verso l’altro accusandolo, rivolge l’attenzione verso l’interno di sé e comprende che l’altro è colui che attiva le nostre impurità dormienti. Seguendo questo processo continua a mantenersi in uno stato di lucidità e vigilanza, affrontando i propri demoni interiori con coraggio, senza rifugiarsi in anestesie di emergenza quali alcol, droghe e sesso. Questa persona ha compreso la base fondamentale della meditazione. Continuando a coltivare una retta condotta morale e sforzandosi di non inquinare la propria mente e il proprio corpo, la meditazione sboccerà con naturalezza e sarà una vera meditazione.

Educare la mente all'osservazione del respiro

La Ruota del Nobile Ottuplice Sentiero.

Oltre alla retta condotta morale, la meditazione deve sviluppare la concentrazione, quello che nel lignaggio antico viene definito Samadhi. Quest’ultimo si sviluppa attraverso l’osservazione del respiro naturale, oppure, sempre con l’aiuto del respiro, concentrandosi su una superficie molto piccola del proprio corpo. Qualsiasi meditazione deve passare attraverso il respiro, esso è come un traghettatore che lentamente ci accompagna sulla sponda opposta del fiume. Man mano che educhiamo la mente all’osservazione consapevole del respiro, aumentiamo il nostro livello di concentrazione fino a raggiungere uno spazio di quiete che ci permetterà di osservare ogni cosa, piacevole o spiacevole, senza sforzo e senza reazione.È bene chiarire che questa spiegazione si limita unicamente a una sintesi, è più che altro un tentativo per avvicinare le persona alla meditazione. L’universo di questa pratica è molto vasto, conoscerlo nella sua totalità equivale a liberarsi completamente.
Nella storia questo percorso è conosciuto con il nome di Nobile Ottuplice Sentiero, ottuplice perché formato da otto fattori: retta comprensione, retta aspirazione, retta parola, retta azione, retti mezzi di sostentamento, retto sforzo, retta consapevolezza e retta concentrazione. Nella sua forma complessiva abbiamo osservato l’importanza di Sīla, retta condotta morale e Samadhi, retta concentrazione.

Il cuore della meditazione
Il cuore della meditazione, in quello che possiamo definire come beneficio più grande, sta nella terza parte di questo sentiero. Coltivando una retta condotta morale e allenandoci alla concentrazione per mezzo del respiro, accade qualcosa d'indescrivibile. Nell’antica lingua pali era chiamata Pañña, saggezza.
Perché il cambiamento avvenga, è necessario cambiare la struttura della mente, decondizionarla e renderla disponibile. La saggezza è la comprensione delle leggi naturali che governano l’intero Universo ed è proprio questa a cambiare lo schema profondo della mente. Queste leggi si manifestano all’interno della struttura corporea; il nucleo della pratica si concentra quindi sull’osservazione della realtà così come si manifesta.
All’inizio dobbiamo sgrossare il nostro comportamento, rendendolo meno reattivo, stando attenti a non ferire nessuno con le nostre azioni fisiche o mentali. Contemporaneamente ci alleniamo alla concentrazione per mezzo del respiro e successivamente cominciamo ad allargare l’attenzione sull’intera struttura di mente e materia, osservando questa realtà effimera, impermanente e sfuggevole. Tutto nell’Universo è cambiamento, non c’è consistenza: il movimento può essere solo assecondato. Così, anche nella quotidianità della nostra esperienza corporea possiamo percepire questa sacralità e arrenderci con amore al flusso impermanente dei fenomeni. Questa è la saggezza, il più grande beneficio che la meditazione possa sviluppare; soprattutto si tratta di un beneficio in divenire, senza limiti di sviluppo. Un’espansione infinita di saggezza, fino a raggiungere la meta della liberazione.

Qualche parola in conclusione
Le persone, soprattutto in Occidente, si avvicinano alla meditazione per allontanarsi dai problemi e dalla sofferenza. In realtà il fine ultimo della meditazione è quello di uscire dalla sofferenza, ma il primo incontro che si fa quando si incomincia il percorso è quello con la nostra zona d’ombra. Il rimosso psicologico che non abbiamo voluto vedere perché troppo doloroso. Successivamente si comprende che questa sofferenza riguarda tutti gli esseri viventi, così si diventa compassionevoli. Uno spostamento fondamentale accade in profondità, si passa dalla celebrazione continua dell’identità legata all’Io alla contemplazione compassionevole di un’identità collettiva legata ad un Noi.
Avvicinarsi alla pratica meditativa significa quindi mettersi davanti ad uno specchio dove non avete più scelta, potete solo guardare in faccia ciò che avete rinnegato o escluso.
Di seguito alcuni link che tracciano parte del mio percorso e che daranno anche a voi possibilità di conoscere la pratica della vera meditazione.

Per saperne di più:
Sulla meditazione Vipassana: http://www.atala.dhamma.org/pub/index.php
Sul monastero buddhista Santacittarama:  http://santacittarama.altervista.org