Neuroscienza e Meditazione

di Valentina Guzzardo. “Neuroscienza della Meditazione” è il  corso proposto a Pavia dalla professoressa Luisa Berardinelli sugli effetti della meditazione su memoria, attenzione, emozioni e funzioni cognitive

Per capire la meditazione bisogna sperimentarla. E quando la si sperimenta si ha voglia di saperne decisamente di più. Per questo l’Università degli Studi di Pavia ha voluto offrire un corso completamente nuovo dal titolo Neuroscienza della Meditazione. Fino a Giugno centoventi persone – tra studenti, docenti, dottorandi ed esterni, con tanto di crediti formativi per studenti e dottorandi di Scienze e Tecnologie Psicologiche e Psicologia – possono partecipare a un’esperienza all’avanguardia: sessioni di meditazione, guidate da un esperto in protocolli di mindfullness, s’intrecciano a lezioni su plasticità, onde e funzioni cerebrali in relazione alla pratica e ai suoi effetti. Il progetto è stato reso possibile dal Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento e dalla Residenza Biomedica – Fondazione Collegio Universitario S. Caterina Da Siena, dove si tiene il corso.

L’idea ispiratrice
In prima fila tra i membri del Comitato Scientifico c’è Luisa Berardinelli (a sinistra), che a Pavia insegna statistica medica. È lei che ha proposto il corso e all’interno del progetto si occupa di spiegare come misurare l’effetto della meditazione nella popolazione: «La mia esperienza personale mi ha portato a credere molto negli effetti benefici della meditazione, che è ormai parte integrante della mia vita», racconta «è per questo che ho deciso di usare la mia conoscenza ed esperienza per mettere a punto un disegno di studio e analisi statistica appropriati per studiare i risultati della meditazione sul benessere dell’individuo. Un obiettivo importante per me è divulgarli a tutti e soprattutto ai giovani. Le lezioni sono intervallate da sedute pratiche di meditazione perché spiegare la meditazione è molto difficile e pressoché impossibile: il modo migliore per capire che cos’è è sperimentarla».

Quando l’oggetto di studio è l’osservazione di sé
La meditazione ha una tradizione millenaria e si ritrova in forme diverse nel pensiero orientale e occidentale. Negli ultimi duecento anni sono state sviluppate numerose tecniche che, pur nella loro diversità, hanno lo stesso obiettivo finale: calmare la mente. La parola meditazione deriva infatti dal latino meditare, che significa pensare, contemplare, ideare, riflettere. Questa pratica, nelle sue varie forme, è diventata molto popolare proprio per ridurre lo stress e promuovere il benessere. Durante il corso s’impara a inquadrare la meditazione storicamente nelle diverse tradizioni, classificare le attuali tecniche (ad esempio, protocolli mindfullness e meditazione compassionevole) scoprirne gli effetti sul cervello, sul sistema endocrino e sull’infiammazione. Insomma, conoscere sotto tanti punti di vista quello che è a tutti gli effetti uno strumento efficace per affrontare meglio la vita.

Evidenze scientifiche
Negli ultimi quindici anni numerose ricerche scientifiche su grandi meditatori hanno mostrato l’effetto della meditazione sul cervello sia attraverso l’uso della risonanza magnetica funzionale sia grazie all’analisi delle onde elettromagnetiche emesse dal cervello. «La meditazione incrementa il volume di aree cerebrali che migliorano le prestazioni cognitive», continua la professoressa Berardinelli «aumenta la capacità di attenzione e concentrazione nello studio, nello sport, nella dieta, nell’ascoltare il proprio corpo, nella regolazione dell’equilibrio sonno-veglia.

A lungo termine aiuta ad affrontare la vita di tutti i giorni con più leggerezza, a sviluppare resilienza (la capacità di superamento delle difficoltà grazie ad adattamento e flessibilità), a non perdere la calma di fronte a situazioni esterne problematiche e ad osservare senza venir coinvolti. Il problema della meditazione è che occorre praticarla regolarmente, avere costanza. Solo così può indurre cambiamenti a lungo termine».

I cambiamenti a livello psicocorporeo
Ci aiuta ad approfondire questo aspetto un altro membro del Comitato Scientifico, nonché docente del corso, Antonino Raffone, professore del Dipartimento di Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma (foto a sinistra). «Diverse evidenze neuroscientifiche indicano che si osservano modificazioni neurali su diverse scale di tempo connesse alla pratica meditativa. Vi sono studi che mostrano cambiamenti nelle attivazioni cerebrali dopo solo quattro giorni di pratica meditativa (venti minuti al giorno), nella modulazione dell’esperienza del dolore (Zeidan e al., 2011). Sulla stessa linea, è stato evidenziato che cinque giorni di pratica meditativa (sempre per venti minuti al giorno) portano a modificazioni del controllo attentivo, della risposta fisiologica allo stress (cortisolo) e dell’attività del sistema immunitario (Tang e al., 2007). È stato evidenziato che in otto settimane non solo cambiano attivazioni e ritmi di aree cerebrali ma anche la struttura di tali aree in termini di spessore di materia grigia, come nel caso dell’amigdala (Hoelzel e al., 2011). Allo stesso tempo, tuttavia, studi mostrano marcate differenze nelle attivazioni cerebrali quando si confrontano esperti con alcune migliaia di ore di expertise meditativa, ad esempio con una media di 16.000 ore, con praticanti che hanno alle spalle alcune decine di miglia di ore di expertise meditativa, ad esempio con una media di 44.000 ore (Brefczynski e al., 2007). La pratica meditativa porta anche a cambiamenti stabili in certe attività cerebrali (correlate alla consapevolezza o alla compassione, ad esempio) fuori dalla condizione meditativa (off the cushion)».

Neuroplasticità e meditazione
Le pratiche meditative giocano un ruolo chiave nella possibilità di addestramento del cervello e non a caso nella letteratura scientifica a tale proposito si parla di mental training. Sul versante neurale, si parla di neuroplasticità, ovvero la possibilità di cambiamenti neurali, funzionali e strutturali che hanno luogo sia a livello di aree che di networks o sistemi di aree cerebrali interagenti.

Studi recenti su campioni della popolazione hanno mostrato che la meditazione modifica i livelli di ormoni, neurotrasmettitori, fattori neurotrofici (che determinano la sopravvivenza, lo sviluppo e la funzione dei neuroni) e marcatori infiammatori: ne parla approfonditamente nelle proprie lezioni la professoressa Concetta Gardi dell’Università degli Studi di Siena (foto a destra). La meditazione, inoltre, si sta dimostrando anche un efficace supporto integrato alla terapia tradizionale di malattie croniche, sclerosi multipla, tumori. «Il numero crescente di riscontri neuroscientifici, psicologici e clinici appare confermare l’efficacia sulla salute mentale e fisica», continua il professor Raffone «nonché su diversi processi attentivi, di flessibilità cognitiva, monitoraggio e funzioni esecutive in genere, così come sulla regolazione emotiva e lo sviluppo di stati mentali di empatia e di compassione, con particolare riferimento alla tradizione buddhista».

Tipologie di meditazione e differenti attivazioni corticali
È stato evidenziato come la pratica meditativa determini cambiamenti nella funzione e nella struttura di diverse aree e sistemi cerebrali a differenti livelli.

Ajan Chandapalo, del monastero Santacittarama, con un meditante.

Il professor Raffone ci offre un esempio derivante dai risultati relativi a studi condotti coi monaci del Santacittarama (piccolo monastero buddista, il primo in Italia della tradizione Theravada, che si trova sulle colline Sabine, nel comune di Poggio Nativo (Rieti), effettuati tramite risonanza magnetica funzionale.
«Se paragoniamo le attivazioni di aree cerebrali nella meditazione Vipassana (Open Monitoring meditation – OM) rispetto a quanto avviene durante la meditazione Samatha (Focused Attention meditation sul respiro – FA), si nota che in Vipassana si attivano in particolare le aree laterali (in modo più pronunciato nell’emisfero sinistro) come l’insula (foto sotto) e la corteccia temporale superiore. Le aree prefrontali laterali risultano invece più marcatamente attivate nell’emisfero destro, in particolare nella corteccia prefrontale anteriore. Si noti tuttavia la deattivazione, ovvero maggiore attivazione in Samatha, del cingolo anteriore destro. Tale struttura appare quindi giocare un ruolo chiave nel controllo attentivo connesso alla meditazione Samatha. Uno altro studio (Lazar e al., 2005) ha mostrato una minore riduzione di spessore in diverse aree corticali con l’invecchiamento in meditanti a lungo termine (laici) di Vipassana. Tali aree includevano aree prefrontali laterali e l’insula anteriore. Questo tipo di evidenza appare suggerire che la meditazione di consapevolezza contrasta effetti di invecchiamento cerebrale e cognitivo. Sarebbe a questo punto interessante verificare se e quanto essa possa essere protettiva o di supporto rispetto all’insorgere di demenze».

Oltre l’identificazione e l’attaccamento
Il viaggio di esplorazione nel panorama delle diverse tecniche di meditazione, proposto dal professor Raffone durante il corso di Pavia, continua e noi ne stiamo vivendo un assaggio. «Diversi studi indicano che la pratica di meditazione buddhista e la presenza mentale regolano e modulano la rete del cervello preposta ad elaborazioni cognitive connesse al sé, ovvero la default mode network (Raichle e al., 2001). Tale network è coinvolto nel mind wandering (divagare della mente) e quando vi sono proiezioni riferite al sé nel passato oppure nel futuro e vari tipi di identificazioni connesse a propri processi mentali o rappresentazioni di stati mentali altrui.

Meditante a Santacittarama.

Non a caso diversi studi mostrano che la meditazione buddhista rende le operazioni di tale network cerebrale più flessibili e regolate, tanto che il divagare della mente condiziona meno la cognizione, l’umore e gli stati d’identificazione con i processi mentali. Pertanto, le evidenze neuroscientiche indicano che la meditazione buddhista aumenta le abilità di regolazione cognitiva ed emotiva, regolando in particolare stati mentali disfunzionali e condizionati da stati di stress, ansia, umore negativo e condizionato anche, in modo più sottile ma non meno pervadente, da processi di identificazione e attaccamento. Tali riscontri neuroscientifici appaiono in linea con le diverse evidenze di efficacia di programmi basati sulla mindfullness e sulla riduzione dello stress, dell’ansia (inclusi attacchi di panico), della depressione (in particolare attraverso il programma di Mindfulness Based Cognitive Therapy – MBCT – Segal e al., 2006), fino ad applicazioni focalizzate al trattamento di disturbi alimentari, dipendenze, disturbo post-traumatico da stress (Didonna, 2012; Segal e al., 2006)».

Compassione, effetto domino e stile di vita.
«La pratica regolare della meditazione porta all’accettazione di se stessi e di conseguenza degli altri. Il benessere del singolo individuo fa star meglio anche le persone che gli stanno intorno», sottolinea la Professoressa Berardinelli. Grazie a ciò la meditazione, pur praticata da individui singoli, finisce per creare un benessere collettivo, un senso condiviso di pace e calma, attraverso una reazione a catena che ricorda il gioco del domino. E lo fa velocemente. Sono stati fatti studi scientifici su tale fenomeno che suggeriscono che la presenza di persone che meditano cambia l’ambiente circostante e riduce il crimine.

Una meditazione di gruppo nel monastero Santacittarama.

Lo sottolinea anche il Professor Raffone, che aggiunge quanto sia fondamentale, per sortire tale effetto, che ciascun meditante porti concretamente nella vita i valori della pratica: «Sia a livello di riscontri scientifici che per le diverse importanti applicazioni cliniche e nella società è importante sviluppare – o quanto mento tenere conto – di una visione integrata di fattori e aspetti complementari alla pratica, inclusiva non solo della meditazione e della mindfulness ma anche di uno stile di vita consapevole. È infatti plausibile che tutti questi aspetti co-determino cambiamenti nel cervello basati sulla neuroplasticità».
«Ci si potrebbe poi chiedere se tali attività o modificazioni neurali coinvolgano regioni del cervello più arcaiche (come quelle del sistema limbico connesse alle emozioni e alla regolazione del corpo) oppure più cognitive, raffinate e recenti in termini evolutivi come la corteccia prefrontale, che ci differenzia dagli altri animali, inclusi altri primati, e può essere messa in relazione a intelligenza fluida, pianificazione e controllo cognitivo. O si potrebbe avere la curiosità di sapere se la meditazione influenzi regioni profonde del cervello, con una funzione basale, come i nuclei del talamo o strutture tronco-encefaliche connesse alla regolazione del ciclo-sonno veglia e alla vigilanza. Oppure se sia più coinvolto l’emisfero sinistro o l’emisfero destro del cervello. Ci si può inoltre chiedere quali ritmi cerebrali, come ad esempio i ritmi teta e alfa, siano più coinvolti nella meditazione. O se vi siano correlati neurali universali per tutti i tipi di meditazione, o se vi sono correlati specifici per ciascun tipo o forma di meditazione». Curiosità che non resta che approfondire iscrivendosi al corso, che per gli esterni costa cinquanta euro.

Obiettivi a lungo termine.
L’Università di Pavia ha creato la prima piattaforma di crowdfunding universitaria italiana, chiamata Universitiamo, per la raccolta fondi dedicata all’organizzazione dell’omonimo progetto. Questo ha come obiettivo offrire ai cittadini di Pavia una seduta gratis di meditazione alla settimana guidata da un trainer esperto, per elevare la percezione del benessere personale e ridurre i sintomi di certe patologie croniche. Parallelamente, verrà condotto uno studio statistico di valutazione dell’effetto della meditazione sul sentirsi bene, la capacità di concentrazione e il controllo dello stress. Sulla pagina Facebook legata al progetto è possibile restare aggiornati sulle che vengono via via organizzate, mirate alla raccolta fondi.

Per saperne di più:
Il progetto Universitiamo Insieme: https://www.facebook.com/Progetto-Universitiamo-Insieme-1735807643404064/?fref=ts
Articoli scientifici (in inglese) di rilievo sulle neuroscienze della meditazione: http://brainimaging.waisman.wisc.edu/~lutz/PDF.html
Per panoramiche su ricerche sulla meditazione (in inglese): http://meditation-research.org.uk/category/research-blog/
Per una panoramica di ricerche sulla mindfulness e le sue applicazioni (in inglese): http://www.mindfulexperience.org/
Mind & Life Institute: http://www.mindandlife.org/
Mind and Life Europe: http://www.mindandlife-europe.org

 

 

Valentina Guzzardo
Valentina Guzzardo, giornalista professionista freelance, speaker radiofonica e conduttrice video. Dieci anni di lavoro in redazioni come Rcs Mediagroup e SkyTg24 mi hanno insegnato gli strumenti della comunicazione per poterli usare oggi al servizio di ciò in cui credo. Cerco di raccontare il mondo che cambia attraverso i temi del benessere a 360°, le pratiche olistiche, le neuroscienze, la fisica quantistica, la consapevolezza di sé, i buoni esempi e le storie belle. Mi piace incontrare personalmente tutti coloro di cui decido di scrivere e porto il loro messaggio solo se arriva al mio cuore. Pratico la terapia cranio-sacrale, ho radici nel teatro e sarò scrittrice.