Francis Mitchell, medicine man Navajo

Francis Mitchell, medicine man Navajo

di Rodolfo Brun. Lo straordinario incontro di uno psicoterapeuta torinese con Francis Mitchell, che gli ha trasmesso con la saggezza Navajo la cerimonia sacra della capanna sudatoria. E non solo.

Torino. Rodolfo Brun, psicoterapeuta e formatore.

Nel 1998 stavo completando il mio secondo romanzo dal titolo Sui sentieri del segno, nato da una serie di visualizzazioni avute durante la meditazione e riguardanti gli insegnamenti di Lupo Saggio, che si definiva lo “Spirito Guerriero del Popolo Rosso”. Prima delle visualizzazioni non avevo mai avuto contatti con i nativi americani se non tramite film e fumetti; durante la stesura del romanzo, oltre ad essermi documentato su testi specialistici, avevo condiviso alcune esperienze con un gruppo di danzatori Aztechi, ma non avevo mai incontrato un Uomo Sacro con cui potermi confrontare rispetto alle percezioni sperimentate durante la meditazione.
Mi chiedevo, infatti, quanto le visualizzazioni fossero state frutto della mia fantasia sommata alle scarse notizie che possedevo sui nativi americani e quanto invece appartenessero a dimensioni più sottili.

Il primo incontro con l'Uomo Medicina Navajo
Quando seppi che Francis Mitchell, Uomo Medicina Navajo, sarebbe giunto a Milano, mi affrettai a prendere contatto con il gruppo che organizzava la sua venuta in Italia per fare la sua conoscenza. Il nostro primo incontro avvenne nel febbraio 1998.

Francis Mitchell, medecin man.

Quando Mitchell mi chiese il motivo per cui desideravo incontrarlo, gli narrai le esperienze avute durante la meditazione, chiedendogli se a suo parere vi fosse attinenza con la reale cultura nativa o fossero frutto della mia fantasia. L’Uomo Sacro rimase in silenzio per qualche istante, quindi rispose dicendo che la mia era una storia insolita: in effetti, i contenuti delle mie visioni erano collegabili alla tradizione nativa americana e difficilmente simili esperienze accadevano a persone non appartenenti alla sua cultura.
Rimase ancora in silenzio, quindi mi chiese: «Che cosa vuoi da me?».
«Un insegnamento, se possibile», risposi.
«Vuoi un insegnamento per te o per gli altri?», continuò Francis.
«Per me e per gli altri».
«Bene, allora come prima cosa tu dovrai partecipare a una Capanna Sudatoria, per iniziare il percorso di purificazione, poi vedremo». La mia avventura con Francis Mitchell iniziò così e proseguì con una serie d’incontri che si protrassero, in Italia e in New Mexico (USA), sino al 2002.
Un giorno Francis mi disse: «Tu non sei un nativo americano. Ho meditato a lungo sul motivo per cui lo Spirito ti ha condotto da me e sono giunto alla conclusione che l’insegnamento nativo sarà la chiave per incontrare gli Spiriti della tua terra e gli Spiriti degli Antenati».

Sarebbe necessario scrivere un libro per narrare le incredibili esperienze condivise con quest'uomo straordinario e non è questo lo spazio per farlo. Mi limiterò perciò a riportare gli insegnamenti che hanno determinato alcune importanti svolte nella mia vita. Di professione faccio lo psicologo e la mia formazione di psicoterapeuta è in ipnologia; durante i numerosi incontri in cui ho avuto il privilegio di osservare Francis svolgere le cerimonie di medicina spirituale, mi resi conto che utilizzava diversi canali di comunicazione: la parola, il suono del sonaglio, la preghiera, il canto rituale, gli aromi delle erbe sacre, il contatto fisico; stabilendo, in breve tempo, una relazione profonda con le persone che si rivolgevano a lui.
Queste osservazioni fatte sul campo hanno certamente avuto influenza sullo svolgimento della mia professione; durante una seduta di psicoterapia o un colloquio finalizzato all’inserimento di un paziente in lista trapianto (sono coordinatore del Servizio di Psicologia per i Trapianti presso il Centro Trapianti della Regione Piemonte) non utilizzo il canto o la preghiera e non brucio erbe sacre suonando il sonaglio, tuttavia vivo quel momento non soltanto come evento terapeutico, ma come spazio Sacro.

Quando l'azione diventa preghiera, ogni luogo diventa sacro

New Mexico. Shiprock, la montagna che si erge  sopra la pianura desertica della nazione Navajo.

È necessario, a questo punto, che esprima il concetto di sacro che mi è stato trasmesso da Francis. Eravamo nel deserto del New Mexico e in distanza si intravvedeva Ship Rock, un’altura sacra al popolo Navajo; chiesi a Francis quando mi avrebbe guidato su quella montagna e lui rispose con una domanda: «Perché vuoi andare su Shiprock?».
«Perché è un luogo sacro», risposi.
«Tutto intorno a noi è sacro: la terra che calpestiamo, l’aria che respiriamo, le cose e le persone che vedi… Quando ogni tua azione sarà come una preghiera, allora potrai salire su Ship Rock».
Non sono mai salito su quella montagna, perché non sono in grado di agire sempre come se stessi pregando e poi perché quando ho compreso il senso delle parole di Mitchell, ho capito che non era necessario scalare Ship Rock: ogni luogo è sacro. Così ho imparato che una seduta di psicologia, un intervento d’aiuto, partecipare ad un convegno o essere docente in un corso di formazione, organizzare una riunione, accogliere la gioia o la sofferenza di una persona, sono momenti sacri in cui mente, cuore e spirito è bene siano allineati.

La capanna sudatoria

Una capanna sudatoria.

Un altro dono ricevuto da Francis è stata la conduzione della Capanna Sudatoria.
La Cerimonia della Capanna del Sudore, che appartiene alla tradizione dei popoli nativi americani, è un rito di ringraziamento alla vita e di purificazione sul piano fisico e spirituale. La Capanna è una struttura a forma di cupola a base circolare, costituita da sedici rami di salice o di nocciolo che sono piegati ed intrecciati. Secondo la tradizione Navajo, l’accesso all’interno è dato da una porta piuttosto bassa e rivolta verso l’Est, la direzione da cui giunge la benedizione dello Spirito; l’ingresso è allineato con un piccolo altare antistante la Capanna e con il falò in cui sono riscaldate le pietre necessarie alla cerimonia. Secondo altre tradizioni (Lakota, Cheyenne, Apache…), le modalità di svolgimento del cerimoniale possono essere molto diverse tra loro, pur mantenendo fermi i significati profondi e simbolici del rito. Sui rami della struttura sono stese delle coperte ed un telo impermeabile alla luce, in modo che al momento della chiusura della porta l’interno sia completamente buio. Nel centro della Capanna, si trova una buca utilizzata per contenere le pietre incandescenti introdotte nei quattro tempi della cerimonia; sui sassi viene poi spruzzata acqua, utilizzando rami di conifera e d’altre piante sacre (per ulteriori informazioni potete consultare il sito: http://www.altrovepuntoesteso.it/capanna-sudore-approfondimento ).

Francis prepara il rito della Capanna Sudatoria.

La Capanna è il momento del ringraziamento per la vita che c’è stata donata e per questo motivo si offrono canti, preghiere insieme al proprio sudore; è l’occasione per ricongiungersi con la dimensione spirituale, con gli Spiriti Universali, con lo Spirito Divino; è il tempo sacro in cui chiedere aiuto e protezione per se stessi, per i propri cari, per il mondo intero. Anche il corpo fisico viene purificato attraverso la sudorazione; infine, la condivisione in gruppo, aiuta ogni partecipante a ritrovare il contatto con gli altri.
Ho ricevuto la conduzione della Capanna Sudatoria da Francis con l’approvazione del Consiglio Tribale Navajo, ma non essendo un nativo americano, conduco la Capanna  di tradizione “nativo piemontese”, perché il senso profondo della cerimonia è spirituale, non formale.
La cerimonia della Capanna Sudatoria è dunque un canale per riconnettersi con la propria interiorità, per ricercare una dimensione simbolica e spirituale autentica, collegata alla propria terra e agli antenati: per fare questo non è necessario travestirsi da indiano d’America, anzi, lo troverei offensivo nei confronti di quel popolo e di me stesso.
Scriveva C. G. Yung nel 1934 in Gli archetipi dell'inconscio collettivo: “Quando abbiamo cercato di coprire la nostra nudità con sfarzosi abiti orientali, come fanno i Teosofi, siamo stati infedeli alla nostra storia; non ci si riduce prima alla mendacità per poi posare da re indù da teatro. Sarebbe cosa migliore, mi sembra, riconoscere decisamente la nostra povertà spirituale, conseguente alla mancanza di simboli, anziché arrogarsi una illusoria ricchezza della quale assolutamente non siamo eredi legittimi... Chi ha perduto i simboli storici e non può accontentarsi di 'surrogati', si trova oggi, è indubbio, in una situazione difficile: dinanzi a lui si spalanca il nulla da cui ci si ritrae spaventati. Anzi, peggio: il vuoto si riempie di idee politiche e sociali assurde, che si distinguono tutte per il loro squallore spirituale”. Tenendo conto di cosa la storia ci ha mostrato negli anni seguenti a quelli in cui Jung scrisse queste frasi, mi pare evidente quanto fossero tristemente veggenti le sue parole e oggi mi pare che la situazione non sia migliorata, anzi.

Incontro con gli spiriti della mia terra
L’incontro con i Nativi Americani è stato fondamentale nella mia vita.
Nel 1999 avevo incontrato Sara Smith, grande madre Mohawk (nativi del Canada e appartenenti alla Lega Irochese) e donna straordinaria; ho seguito i suoi insegnamenti sino al 2002. Lei e Francis non si conoscevano né si erano mai incontrati, ma in momenti diversi, nel 2001, mi incaricarono d’incontrare gli spiriti della mia terra e dei miei antenati.  Per ritrovare le mie radici e realizzare il compito che Francis e Sara mi avevano affidato, nel 2003 ho compiuto un viaggio a piedi nelle terre degli antenati; le mie origini sono occitane e questo popolo ha molto in comune con i nativi americani, soprattutto per il fatto di essere stato per secoli perseguitato e oppresso.
Soltanto nel 2008 però, in seguito a una grave malattia, il pieno significato del sentiero indicato dai maestri nativi americani attraversò la mia mente generando un’idea: “Le radici di una persona e di un popolo sono nella loro lingua, nella lingua degli antenati; i miei avi erano occitani, tradurrò le mie canzoni in occitano”. Ho scritto e cantato le mie canzoni sin dall’adolescenza, ma penso di aver trovato la mia autentica dimensione di cantautore attraverso la realizzazione del CD Perlas de Veire e la mia via musicale occitana.
I sentieri della sincronicità sono straordinari e Francis Mitchell ha attraversato la mia vita in modo sincronico, senza mai interferire nelle mie scelte, senza fornire indicazioni o regole; ma la mia via spirituale, la mia professione, il percorso musicale e la mia vita in genere hanno tratto grande impulso dalla sua vicinanza. Un maestro non insegna, permette all’allievo d’imparare.

Per saperne di più:
C.G.Jung  "Gli archetipi dell'inconscio collettivo" - Bollati Boringhieri, Torino, 1995.