Emma Dante: “Bestie di scena”

di Simone Borraccia. Lo spettacolo, muto e assordante, invita chi recita e chi lo guarda a sorvolare la vergogna dell’intimità, a sciogliere il confine tra l’essere e il fare, a sollevare il velo che mantiene distanti ed alieni l’attore e il regista, quello tra chi suggerisce e chi dice, testimoniando la scelta coerente di un’identità autentica o meno, ma senza mezzi termini.

Ideazione, regia, elementi scenici: Emma Dante
Protagonisti: Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona, Sabino Civilleri, Alessandra Fazzino, Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino, Stephanie Taillandier, Emilia Verginelli
Daniela Macaluso, Gabriele Gugliara
Luci: Cristian Zucaro
Piccolo Teatro Strehler, Milano – dal 28 febbraio al 19 marzo 2017

Gioca col corpo, col sudore e le maschere vere, la mano invisibile del dio-del-gesto, che stimola l’uomo sgomento a un costante reagire. Si entra in sala mentre sul palco alcuni ragazzi di entrambi i sessi già si scaldano come atleti, in un cerchio antropocentrico che suggerisce la compattezza di un gruppo pronto a tutto. Fisicità differenti e varie che copiano attente l’improvvisare dettato dall’attore nel mezzo, equidistante dagli altri che disegnano il raggio umano intorno a lui. «Non c’è costrizione», fulmina la regista «ognuno ha scelto di essere dov’è». Di togliersi tutto di dosso. Di umiliarsi davanti ad una platea di osservatori. È impavido e naturale l’essere senza veli dell’artista che sfida l’indecenza trasformandosi in un burattino di carne mosso dall’interno da un mestiere antichissimo.

Stereotipi sgombri di un senso
Lo spettacolo, muto e assordante, invita chi recita e chi lo guarda a sorvolare la vergogna dell’intimità, a sciogliere il confine tra l’essere e il fare, a sollevare il velo che mantiene distanti ed alieni l’attore e il regista, quello tra chi suggerisce e chi dice.
Di chi è la forza che lancia gli attrezzi di scena a interagire con questa massa sbigottita e stravolta? Chi scrive, chi idea, chi dirige rimane una spinta nascosta forse perché non rappresentabile, neanche col simbolo-fisico-corpo.
Una tanica d’acqua alla catena da sputare, colpi di petardi scacciacani, stracci e scope per cenerentole senza festa, palloni e noccioline che trasformano in zoo il nulla che circonda e invade. E poi, in principio, i movimenti sincronizzati che suonano ritmi e cadenze soltanto col corpo. Questo grande corpo nudo, che muove tutt’uno, si smonta e sfaccetta discreto e si autoafferma con meccanica furia in tanti ruoli quante sono le persone-personaggi sul palco. Le maschere prendono la forma di stereotipi sgombri di un senso più interno, che amplificano i cliché che siamo o potremmo diventare. Bambole rotte dall’abuso, che ripetono modelli e voci lontane, ormai lisi dal tempo e dalla ripetizione.

La vita, un assurdo gioco dell’oca
Tutto senza competere: vince chi salta fuori dal tabellone di questo assurdo gioco dell’oca che è la vita codificata, chi si discosta dalle definizioni spietate che prendono i tratti bestiali dell’ira selvaggia, della disperazione coreografica, del divertissement di ripiego.
E il pubblico? Seduto e vestito coi colori della stagione in corso, ha in questo Teatro uno strumento in più per diventare altro da sé, compiendo il suo dovere trasformativo di contemplare senza paura la nudità più chiara e più scura che si mostra, sempre più amica, sempre più in armonia con lo sguardo. Avviene così l’integrazione dell’immaginario nel manifesto, del proibito nel lecito, del vizio nella curiosa e innocente sbirciata educativa.
Chissà se anche il giovane Francesco d’Assisi non volesse invitare i suoi coevi ad un passo tanto ardito quanto quotidiano qual è lo spogliarsi da cose non proprie. Lui si tolse la veste di figlio di mercante per correre nudo nelle foreste a cantare in francese la sua libertà selvatica e fraterna; le “bestie” ritornano allo stadio animale, crudele e intuitivo, e si stringono in un abbraccio centripeto e amaramente in disgregazione; entrambi però testimoniano la scelta coerente di un’identità autentica o meno ma senza mezzi termini.
La selva comune è uno spazio nero e deserto: è scatola fonda che prende a servire attraverso gli oggetti che l’imprevisto volere del fato-ideatore fa piovere sul vuoto stranito degli Adamo e delle Eva che danzano, cadono, scivolano, asciugano e spazzano un pavimento lucido, impermeabile.

Trafitti da una realtà spoglia
Si entra in sala gonfi di pudore e se ne esce trafitti da una realtà spoglia d’orpello, dura da metabolizzare per chi non ha ancora fatto i conti con quell’umiltà figlia del mettersi a servizio senza riserve; si respira avidi l’aria fresca quando si guadagna l’uscita di una platea scaldata a dovere per proteggere i costumi color carne, elastici e vivi. Si lascia alla fine il teatro già grandi (non sono ammessi i bambini) e già pronti alla grazia spontanea di corpi vestiti soltanto di luce, lontani dal cumulo di macerie di abiti e scarpe e giocattoli consumati, inutili a vestire una stupenda pelle di scena.

Per saperne di più:
https://www.piccoloteatro.org/it/2016-2017/bestie-di-scena