1927. Monologo quantistico

Una foto: dal lì parte tutto. In quella foto, del fotografo Benjamin Couprie, è racchiuso il futuro della fisica. Una foto di quasi 90 anni, ma dove il tempo è cristallizzato, quei volti ci osservano ancora e osservano il mondo con occhi nuovi. Gabriella Greison, che del mondo della fisica fa parte, parte da lì per un monologo che rievoca i momenti che hanno cambiato il volto della fisica. E che ci hanno proiettato verso una nuova era.

1927. Monologo quantistico
scritto e interpretato da Gabriella Greison
regia Emilio Russo
4-10 novembre al TEATRO MENOTTI di Milano

23 e 24 gennaio 2017 al TEATRO DELLA TOSSE di Genova

gruppo-fisici-1927-copiaTutto nasce da una foto. È proprio il caso di dirlo. Quella foto che ritrae dei fisici che, in quei giorni nella fine di ottobre del 1927, avrebbero dato origine alla fisica quantistica. Quella foto che, virtualmente, simboleggia la nascita di una nuova era. Ma, lo sappiamo bene, le foto cristallizzano il tempo, lo rendono eterno. Per questo dico spesso che, in una foto, si tocca l’infinito: se fermiamo il tempo, infatti, tutto tende all’infinito e tutto diviene qui ed ora. Il tempo e lo spazio si annullano, in quell’istante, e tutto si compatta, si sovrappone. Tutto è nel momento presente. Quella foto, di Benjamin Coubrie, da “sempre” il fotografo dei fisici, immortala un momento, ormai lontano 89 anni. Un momento che ha “creato” il nuovo, che ha permesso al cambiamento di prendere forma nel nostro tempo, di rimanere per sempre. Da quella foto, da quell’istante cristallizzato, il lavoro di Gabriella Greison ha preso forma.

Una laurea in Fisica nucleare, il giornalismo… e poi il palcoscenico

greison-con-la-fotoGabriella è, sicuramente, un’addetta ai lavori: laureata in fisica presso l’Università di Milano, ha frequentato anche, per qualche tempo, l’Ecole Polytechnique di Parigi. Vanta poi numerose partecipazioni a trasmissioni televisive e radiofoniche e diversi libri di successo. Non dimentica, ovviamente, la fisica, con trasmissioni quali “pillole di fisica”.
L’idea del lavoro teatrale, citando la stessa autrice, viene proprio dalla foto del 1927, quella foto che vedeva dappertutto e che era diventata per lei una sorta di ossessione fino a effettuare ricerche, per saperne di più, facendo luce sulla vita di questi fisici, di questi 29 grandi menti del ventesimo secolo, tra cui ci furono ben 17 premi nobel.
Due libri avevano preceduto il Monologo Quantistico: Dove nasce una nuova Fisica, nel quale l’autrice comincia ad indagare su quei momenti di Bruxelles che diedero l’impulso verso un nuovo mondo scientifico, e L’incredibile cena dei fisici quantistici, un romanzo, che narra della cena che, il 29 ottobre del 1927, vide alcuni dei più grandi fisici del ventesimo secolo, al termine del quinto congresso Solvay ospiti dei reali del Belgio.
L’opera teatrale proposta, sicuramente, mette in luce dei risvolti interessanti, forse inaspettati. Vale a dire, mostra immagini di uomini, non solo di scienziati. Noi, infatti, siamo abituati a considerare i grandi del passato e del presente come degli essere quasi “sovrumani”, non inclini alle passioni dell’uomo. Siamo abituati a considerarli persone che vivono quasi in una sorta di empireo, fuori dallo spazio-tempo ordinari. Questo lavoro, per contro, riesce a scavare nella loro profonda umanità, facendone capire le passioni, le emozioni, le forze ma anche le debolezze, le piccole e grandi manie e ossessioni. Ne fornisce, insomma, un grandissimo ritratto umano.

Grande protagonista: il tempo
Non ci aspetteremmo, ad esempio, di trovare Wolfgang Pauli frequentatore di bordelli, che rientrava a casa al mattino, ubriaco di whisky, e nemmeno ci immaginiamo un modello di Schrödinger come grande seduttore. Non ci aspetteremmo di scoprire che, in molti di loro, la passione per i treni era predominante. Passione che viene messa in scena con un modellino di ferrovia. In questo caso, però, forse il treno vuole significare anche il movimento, il tempo che passa e fluisce. Quel tempo che ha cancellato, come viene anche ricordato, queste persone come corpo fisico, ma che, come nella foto che ha dato origine a tutto, non ha cancellato la loro indelebile impronta, l’impronta di quello che hanno saputo dare all’umanità.

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Salvador Dalì, Orologio molle al momento della prima esplosione, 1954

Il tempo è forse protagonista sin dall’inizio del lavoro. Quel tempo che inizia con l’immagine, forse ipotetica, di Benjamin Couprie, quel fotografo che più volte ha immortalato, nel corso del tempo, quei fisici che hanno fatto la storia. Un’immagine apre il Monologo Quantistico: quella, quasi in penombra, di Couprie che accende dei lumini, ricordando questi fisici, per i quali, ormai, la loro vita terrena ha il verbo al passato. Li saluta, li ricorda, e, in qualche modo, li riporta in vita attraverso il ricordo. In fondo, lo ricordava anche Foscolo ne I Sepolcri: il ricordo è quello che permette di far vivere colui che non vive più, almeno fisicamente. E forse, metaforicamente, li riporta in vita davvero davvero, nelle sezioni successive dello spettacolo.

Giorni che hanno fatto la storia
Un monologo, sicuramente interessante, misto ad immagini, e a sfondi dove domina il colore azzurro o blu. Quel blu che, in alcuni casi, significa oblio, dimenticanza. Ma che, forse, in questo caso, significa presenza, significa realtà che prende forma, significa passato che diventa presente.
E, infatti, durante il lavoro teatrale, sembra di rivivere quei momenti. Sembra di essere lì, almeno un po’, insieme a quei fisici che hanno fatto la storia. Sembra di trovarsi, in quell’istante, in quel magico 24 ottobre 1927, durante il quinto congresso Solvay, a Bruxelles, ascoltando quelle relazioni che hanno dato il via ad una nuova era della fisica.
Lo spettacolo entra nelle pieghe di quella vicenda, di quei giorni che, sicuramente, hanno fatto la storia. Quei giorni che, come verrà ricordato, hanno permesso la nascita della tecnologia come noi la conosciamo oggi. Verrà, infatti, ribadito che nessun apparecchio elettronico, compresi gli smartphone che utilizziamo oggi, potrebbero esistere senza la meccanica quantistica.

Niels Bohr.
Niels Bohr.

Il titolo di quel convegno è stato emblematico: “Elettroni e fotoni”. Un convegno preceduto da un’altro evento importante: il convegno di Como dello stesso 1927, per commemorare il centenario della morte di Alessandro Volta, nel quale Niels Bohr enunciò quel “dualismo onda corpuscolo” che sancì, a tutti gli effetti, il connubio tra la natura ondulatoria e corpuscolare della luce, ma anche il fatto che i due stati non potessero coesistere.
Il titolo del quinto congresso Solvay fu proprio in linea con tutto ciò, parlando appunto di elettroni e fotoni. Come verrà ricordato, questi rappresentano la materia e l’energia, che nella meccanica quantistica trovano il connubio, sino all’ipotesi di De Broglie, del 1924, nella quale la materia non è altro che pacchetti di onde.
La relazione fondamentale di questo convegno fu quella di Niels Bohr, sulla completezza della Meccanica Quantistica. Quel Niels Bohr, che in qualche modo fu spesso in dissidio con Einstein. I due discutevano sempre, in quanto Einstein non accettò mai, completamente, la visione quantistica, esclusivamente probabilistica della realtà. Durante la relazione di Bohr, infatti, Einstein si alzò, pronunciando la sua famosa frase: «Dio non gioca a dadi». Tra i due c’era però una grandissima stima e il diverbio non solo non la cancellava, ma la rafforzava. Alla morte di Einstein, infatti, come nello spettacolo verrà ricordato, Bohr pronunciò un discorso di circa 30 minuti, dicendo che si doveva a lui la fisica come era allora conosciuta. Una fisica che, come Niels Bohr faceva notare, non può smettere di emozionare, e se non emoziona più non ha più significato. Quella fisica che è impossibile, citando lo stesso Bohr, comprendere davvero in profondità. Quella fisica che non dà certezze, ma solo “dubbio e domande”. In fondo, nel recente Bergamo Scienza 2016, Henry Gee, Senior Director della prestigiosa rivista Nature, ha affermato che, per chi ricerca, occorre guardare dove c’è il buio, non dove c’è la luce. E questi fisici, guardando il buio, forse l’impossibile, hanno creato un nuovo mondo.

Percorrere strade non battute
In fondo, entrando in sala si è accolti da una frase, più che emblematica, di Einstein: “Tutti dicono che una cosa è impossibile. Poi arriva uno che non lo sa e la fa”. Questa frase, forse, contiene il senso di tutta la fisica moderna, ma anche della ricerca in qualsiasi campo dell’uomo: credere che una cosa sia impossibile è il modo migliore per non scoprirla mai.

Henry Gee, direttore di "Nature",
Henry Gee, direttore di “Nature”.

Guardare, per contro, dove c’è il buio, verso quella che lo stesso Gee definiva “Non conoscenza della non conoscenza”, significa aprire nuove strade di conoscenza, per tutta l’umanità. Quella conoscenza che qui si tocca con mano, e che verrà, nel suo spirito, enfatizzata in una sezione del monologo, allorché Gabriella Greison, parlando di due strade da percorrere, ad un bivio, affermerà: «Ho scelto la meno battuta, e questo ha fatto la differenza».
La ricerca, infatti, deve necessariamente andare verso quelle strade non battute. Non si impara nulla, non si evolve, percorrendo sempre le stesse strade. Anche se la mente ci porta a farlo: infatti, il cervello è fortemente abitudinario, e, tra molti percorsi possibili, sceglie sempre quello più “battuto”, quello dove è più facile giungere. Tuttavia, la ricerca è proprio andare oltre tutto questo, superare queste barriere, portarsi là dove nessuno è mai arrivato. Da lì nasce la grandezza. E proprio da lì si riuscirà a partire per le più belle e grandi mete per la nostra esistenza. Ed è ciò che questi grandi fisici hanno fatto, regalando a tutti noi un nuovo orizzonte esistenziale ed umano. Un orizzonte che, grazie a loro, possiamo percorrere. Emozionandoci ancora oggi per quello che hanno fatto per noi.

Uno spettacolo quantistico, fuori dal tempo
Un’emozione che, grazie allo spettacolo di Gabriella Greison, abbiamo potuto rivivere. Uno spettacolo che, sicuramente, ha saputo “cristallizzare il tempo”. In fondo, la stessa fisica quantistica, con la sua visione probabilistica della realtà, supera il tempo stesso, sino a parlare di stati sovrapposti, di tempi e universi paralleli, o addirittura coesistenti a diversa frequenza. In un certo senso, il lavoro è stato “quantistico”, in quanto ha annullato il tempo e lo spazio, creando una realtà parallela, e sovrapposta alla nostra attuale. Facendoci, però, capire che questa realtà parallela è qui, in questo istante. Ed è bello respirarla e vederla prendere forma.
greisonweb-356x237Noi, grazie allo spettacolo di Gabriella Greison, abbiamo potuto farlo. Ed è stato bellissimo che sia stato così. In un momento che, forse, non ha trasmesso quel “calore” narrativo che ci si poteva aspettare, con una recitazione forse un pochino fredda e didascalica. Ma, forse, anche questo era voluto, per essere, seppure emozionalo, il più “narrativo” e “descrittivo” possibile. O, forse, è tata solo una sensazione, seppur condivisa da altri.
In fondo, però, il valore di quanto messo in scena supera ampiamente tutto questo. In un momento speciale, che ha permesso di entrare, anche a noi, in una nuova era, che stiamo vivendo, ed i cui frutti sono ben lungi dall’essere finiti: anzi, forse il meglio deve ancora venire. In fondo, il cammino dell’evoluzione non si ferma mai, e ci porta sempre di più verso la perfezione.
Quel 1927 ne ha contribuito e ha tracciato per tutti noi un nuovo cammino di scoperta e ricerca. Un cammino che è ancora davanti a noi, nella sua bellezza, e che potremo continuare a percorrere, dandogli sempre nuovo sviluppo.
L’importante è, citando Niels Bohr e Albert Einstein assieme, come se l’accordo tra di loro fosse stato trovato (e forse, alla fine, lo è stato veramente, visto che Einstein dirà: «Dio non gioca a dadi, ma qualche volta può fare un’eccezione»), continuare a stupirsi, e non fermarsi davanti a quello che gli altri sostengono non si possa fare. Meglio, in questo caso, fingere di ignorarli, e non considerarli.
Lo stupore, poi, è quello che deve accompagnare la nostra stessa vita. Quando questo manca, la vita si appiattisce, e diviene insignificante. Se, da questo spettacolo, questo è passato, credo che questo lavoro teatrale abbia dato un notevole contributo alla conoscenza. E sono sicuro che, con tutti i citati limiti possibili riguardo all’aspetto recitativo, tutto ciò sia passato. E credo che questo sia quello che conta davvero.

Per saperne di più
Il sito di Gabriella Greison: http://greisonanatomy.com/
Qualche elemento sul lavoro si può reperire all’indirizzo: http://www.chefuturo.it/2016/06/fisica-monologo-quantistico/

 

Sergio Ragaini
Nato a Milano. Laureato in Matematica, ha sempre visto la matematica e la fisica come una sorta di “sesto senso”, che ci fa intuire nuovi mondi, anche dentro di noi. Cercando una visione unitaria dell'uomo e della cultura, si è occupato di diverse cose, spaziando dall'insegnamento al giornalismo. Ha collaborato con diverse riviste, occupandosi dei più disparati argomenti, dal cinema al turismo, alla spiritualità. Parte importante, per lui, è anche la musica, che pratica attivamente, e che per lui è anche un modo per andare al cuore dell'uomo.