Discriminazione salariale: ancora?

donna-in-carriera-1A parità di mansioni e risultati ottenuti, le italiane hanno stipendi inferiori del 7% rispetto ai colleghi maschi. In Europa il cosiddetto gender pay gap, ossia la differenza di stipendio legata al genere, sale al 16%. Negli Stati Uniti arriva addirittura al 21%. Tra mentalità arcaiche, ma tuttora presenti e ben radicate e alcuni “autosabotaggi” clamorosi delle stesse donne – come la scarsa capacità di negoziazione sul lavoro – ecco alcune possibili ragioni di questo fenomeno che continua ad aumentare

Papa Francesco: «La disparità è uno scandalo»
Poco meno di un anno fa, durante un’udienza generale in Piazza San Pietro, lo stesso Papa Francesco era intervenuto sulla questione della differenza salariale tra uomo e donna e aveva lanciato un significativo appello, invitando a «sostenere con decisione il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro». Sottolineando: «La disparità è un puro scandalo!». Chi pensa che la minore retribuzione del genere femminile rispetto a quello maschile, a parità di mansioni e responsabilità sul lavoro, sia solo un’argomentazione retorica dovrebbe dare un occhio alle statistiche Eurostat. E, tutto sommato, la nostra vecchia e conservatrice Italia non è nemmeno il fanalino di coda, anzi, è sorprendentemente uno dei Paesi più virtuosi, secondo tale parametro, rispetto alle altre nazioni del Vecchio Continente, dove le donne hanno stipendi inferiori del più del 16% rispetto ai colleghi uomini; la media del Belpaese si attesta sul 7%, anche se, negli ultimi anni, è in aumento. Non va certo papa-francescomeglio alle americane, che addirittura si ritrovano a fare i conti con un divario salariale pari al 21%, guadagnando 79 centesimi in meno per ogni dollaro che finisce in tasca agli uomini. Il Trattato di Amsterdam – uno dei testi fondanti dell’Unione Europea – ha, tra i suoi principi basilari, la parità tra uomini e donne, eppure statistiche recenti confermano che due neonati, bimbo e bimba, che oggi nascono con le stesse opportunità sulla carta, avranno percorsi scolastici divergenti e una volta adulti uno stipendio diverso. Viene da dare ragione a chi sostiene che, comunque, la differenza salariale, in buona sostanza, è il riflesso non tanto di una discriminazione diretta, vietata chiaramente dalle leggi nazionali e sovranazionali, quanto di una serie di fattori indiretti ricollegabili alla disparità di genere che tuttora sussiste, fattivamente, nella nostra società. L’ambito economico non è che uno dei tanti aspetti del quadro più ampio. Prendiamo, per esempio, il settore sanitario: le donne in esso impiegate sono l’80% in Europa, una percentuale decisamente elevata, ma il più delle volte si fermano al rango di infermiere e non accedono a quello di medici. Se invece arrivano a indossare il camice di questi ultimi, restano comunque a bassi livelli di qualifica e accedono molto meno degli uomini a posizioni di potere.

Il ruolo dei condizionamenti sociali e culturali
donna-alla-scrivaniaCerto, un primo punto da cui partire, indagando le ragioni culturali di una simile differenza, potrebbe essere nel condizionamento sociale che le donne ricevono a monte, nella scelta del corso di studi o nell’incoraggiamento a intraprendere lavori che la società percepisce come “femminili” e che spesso comportano la preclusione verso professioni che promettono stipendi più elevati: le donne sono, in media, concentrate in settori con livelli retributivi più bassi, quando non si dedicano totalmente all’assistenza famigliare nella propria sfera domestica. Alcuni studi dimostrano che, quando in un dato comparto prevalgono signore e signorine, gli stipendi sono mediamente più bassi, quando, invece, hanno la meglio gli uomini, le retribuzioni tendono a salire. Ma non è finita qui: quando le donne arrivano alla dirigenza (parliamo di un esiguo 12% su 97 milioni di lavoratrici che “ce l’hanno fatta”) tendono a lavorare un maggior numero di ore di quanto facessero prima, cercano di dimostrare in ogni momento di meritare il ruolo che hanno conquistato, investono di più sulla carriera. Viceversa, una volta insediatisi nelle “stanze dei bottoni”, i maschi tendono a ritenere “ratificato” uno stato di capacità e riducono il proprio impegno e le ore lavorate. Solo tre anni fa, sempre in Europa, nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa in Ue solo il 17,8% erano donne, se poi si parla del ruolo di amministratore delegato si scendeva al 2,8%.

La legge vieta le discriminazioni, ma il mercato segue regole diverse

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Vittoria Franco, senatrice Pd.

«Nel settore privato la disparità retributiva arriva anche al 30%», ha dichiarato la senatrice Pd Vittoria Franco alla 27esima Ora del Corriere della Sera, citando uno studio commissionato in materia dalla provincia di Bologna. Nel nostro Paese viviamo dei controsensi anche per quanto riguarda il “gender pay gap”: pensate, infatti, che l’Italia è all’avanguardia dal punto legislativo (la legge Anselmi sul divieto di discriminazione nel lavoro è del 1977) ma, in concreto, le connazionali scontano il lavoro di cura, non accedendo a straordinari e carriera e usufruendo in maggior misura di part time, congedi di maternità e lavori atipici. Per mettere meglio a fuoco dati e statistiche, secondo Elisabetta Camussi, docente di Psicologia sociale all’università Bicocca di Milano, esperta di Psicologia delle Differenze e delle Disuguaglianze, «bisogna considerare le stereotipie di genere.
C’è tutta una linea di ricerca che spiega perché le donne più difficilmente dei maschi si pongono in posizione proattiva. Raramente si candidano per promozioni; o accedono a quei bonus e aumenti di retribuzione che premiano i comportamenti di potere più che di responsabilità, le strutture gerarchiche più che la cooperazione, l’affermazione individuale più che il lavoro di squadra». Utilizzando termini propri del linguaggio di sociologi, psicologi e altri esperti, il potere declinato al femminile sarebbe communal, ovvero basato sulle relazioni, la premura, l’accoglienza, mentre quello maschile si definirebbe agentic, improntato all’assertività, affermazione di sè, individualismo. «Nel contesto della socializzazione s’impara che alcune caratteristiche vengono premiate se corrispondono a quelle previste per il proprio genere», ha evidenziato ancora Camussi. Sarà anche per questo, forse, che le donne hanno meno capacità di negoziazione: lo rivela una ricerca dell’American Psychological Association, da cui emerge che solo una su 8 discute del salario, cosa che fa, invece, un uomo su 2. E ancora. Secondo Payscale, società che analizza i dati salariali, il 31% delle donne dichiara di non sentirsi a suo agio nel contrattare lo stipendio (contro il 23% degli uomini).

L’uomo “breadwinner” versus la donna “caregiver”

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L’imprenditrice di successo Heidi Roizen.

Ma c’è anche un altro aspetto da considerare quando si parla di differenze di genere e di ciò che ne consegue, tra cui la differenza salariale. Come riporta anche Lucia Giovannini ne Il potere del pensiero femminile, nel 2003 Frank Flynn, professore della Columbia Business School, e Cameron Anderson, professore della New York University, hanno condotto un esperimento per testare la percezione del “gender gap” sul luogo di lavoro, a partire dalla storia realmente accaduta di Heidi Roizen, imprenditrice di successo, dalla personalità estroversa e carismatica. Flynn e Anderson hanno scritto la storia di Heidi in due versioni identiche con una sola differenza: in una delle due hanno cambiato il nome del protagonista, chiamandolo Howard (nome maschile). Hanno formato due gruppi omogenei di studenti e hanno assegnato in lettura, a ciascun team, una delle due versioni della storia. Successivamente, hanno sottoposto tutti alle stesse domande per capire l’opinione che si erano formati su Heidi o su Howard. Ebbene, gli studenti hanno attribuito a Heidi e a Howard lo stesso grado di competenza (e difficilmente poteva essere il contrario, dato che i risultati raggiunti erano gli stessi). Eppure, Howard è stato valutato molto più attraente, pensando a lui come potenziale collega, rispetto a Heidi, descritta come un’egoista, “non il tipo di persona che vorrei assumere o con cui vorrei lavorare”. Le stesse identiche informazioni su una persona, con un’unica singola differenza, quella di genere, contribuiscono a formare opinioni completamente discordanti.

Vi riconoscete? Lui cacciatore, lei angelo del focolare?

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Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook.

Anche l’imprenditrice e top manager Sheryl Sandberg, attuale direttore operativo di Facebook, nel suo bestseller, Lean In, ha riportato analoghi studi: successo e indice di gradimento sono direttamente correlati per gli uomini e inversamente correlati per le donne. Più un uomo ha successo, più piace. Più una donna ha successo, meno piace. E inoltre: gli uomini di successo hanno un indice di gradimento alto sia per gli uomini che per le donne, mentre le donne di prestigio ottengono un indice di gradimento basso in entrambi i casi. Suggeriscono esperti e analisti: l’uomo è da sempre deputato a essere breadwinner, colui che porta a casa soldi e pagnotta, mentre la donna, ancora oggi, è vista quasi esclusivamente come caregiver, l’angelo del focolare domestico che provvede al benessere altrui. Ecco perché è importante che i governi, a iniziare dal nostro, portino avanti gli impegni che si sono assunti per contrastare queste differenze discriminatorie anche sul lavoro, offrendo più servizi alle famiglie e favorendo una distribuzione maggiormente equa degli incarichi familiari. Ancora una volta, ci aiutano a riflettere le parole di Papa Francesco: «Molti ritengono che il cambiamento avvenuto in questi ultimi decenni sia stato messo in moto dall’emancipazione della donna. Ma nemmeno questo argomento è valido. È una ingiuria. È una forma di maschilismo». Così come, secondo il Pontefice, maschilismo è anche «la brutta figura di Adamo, quando Dio gli chiese perché aveva mangiato la mela e lui rispose che gliela aveva data Eva! (…) Dobbiamo difendere le donne».

Giornalista, genovese di nascita ma milanese di adozione, si occupa di attualità, costume, società, non profit, moda ed entertainment, e anche di teatro e cinema ("grandi fabbriche di sogni", dice, "officine di creatività e cultura"). Anche se si è dedicata prevalentemente alla carta stampata, è presente in rete e ha fatto brevi incursioni in radio e in Tv. Mailto: cristina_penco@yahoo.it