Leucemia: un caso di coscienza

Ma Hammer è veramente da condannare?

Leucemia: un caso di coscienza

Il caso della diciottenne morta di leucemia, che ha rifiutato la chemio preferendo le cure di Hamer. Un medico ci parla di questa scelta, della nuova medicina germanica e delle nuove scoperte delle cure mediche tradizionali

Eleonora Bottaro.

Eleonora Bottaro.

Dopo che le cronache hanno portato alla ribalta il caso della giovane Eleonora Bottaro, morta a 18 anni per una forma di leucemia in seguito alla scelta dei genitori di non farle seguire trattamenti di chemioterapia - ma di sottoporla alle cure "figlie" dei dettami dell'ex medico tedesco Ryke Geerd Hamer - anche il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin prende posizione. Secondo la titolare del Dicastero il decesso della ragazza viene definito "l'ennesimo caso di antiscienza". Alle sue parole fanno riscontro le dichiarazioni del padre della giovane, che arriva a ripetere: «Il tumore si cura da solo, mia figlia è stata uccisa dallo stress e dai giudici».
Sulla vicenda ha preso la parola anche Giuseppe Basso, Direttore dell'Ematoncologia Pediatrica di Padova, che ha portato avanti la battaglia per far trattare la leucemia della giovane con la chemioterapia. Nelle parole del clinico traspare il dispiacere di non aver potuto trattare una paziente che poteva essere curata.

Il dr. Rike Geerd Hamer, padre della Medicina Germanica.

Il dr. Hamer, padre della Nuova Medicina Germanica.

«Mi sento frustrato e sono arrabbiato: spesso i bambini malati non ce la fanno nonostante tutta la determinazione nel seguire le cure», rivela lo specialista. «Eleonora invece poteva farcela, ma per una scelta scellerata ora ci troviamo a parlare della sua morte».Così la cronaca, necessariamente parziale. E questi fatti, gravi quanto frequenti, impongono alcune riflessioni e chiarimenti. Quanto possa accadere a causa di semplificazioni e confusioni è certamente grave e triste, sapendo che molte leucemie possono venir arrestate e curate, ancor di più recentemente, a causa delle conoscenze immunogenetiche specifiche di cui l'Ematoncologia dispone.

Il protocollo chemioterapico
Per quanto riguarda l’eventuale scelta della cura da parte dell’équipe ematoncologica che avrebbe dovuto gestire la terapia – per lo meno la fase aggressiva di induzione dell’arresto della reduplicazione cellulare - non conosciamo la fondamentale tipizzazione immunologica e genetica della forma di leucemia linfoblastica acuta della ragazza e non sappiamo se avrebbe avuto senso e margini di opportunità l’uso, oltre la chemio, di farmaci recenti cosiddetti biologici, che sono in grado di riconoscere ed attaccare selettivamente alcune anomalie nelle cellule neoplastiche e che possono venir scelti a priori, adeguandosi alle caratteristiche degli specifici cloni cellulari attualmente reduplicantesi nel paziente.

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Striscio di un paziente affetto da leucemia linfoblastica acuta.

Il protocollo chemioterapico standard prevede in effetti, oltre al cortisonico (che in effetti fu l’unico farmaco accettato dalla ragazza e praticato presso il centro svizzero hameriano dove fu seguita, probabilmente più stressogeno di quanto, a detta del padre, siano stato lo stress psicologico) tre o quattro molecole, note da 40 anni variamente tossiche,  che però possono essere usate se tutto procede al meglio per tempi determinati, per poi seguire con terapie meno invasive. In queste leucemie acute però le remissioni definitive non sono così frequenti per periodi di trattamento brevi.
Il fine di queste considerazioni non è peraltro quello di criticare i contenuti informativi riportati dai non addetti ai lavori, ma l'esser esempio a mostrare la delicatezza e la complessità di tutte le teorie, le prassi, le scelte che entrano in queste drammatiche circostanze patologiche quanto umane.
È assolutamente vero l’esser ‘scellerato’ il trascurare la possibilità e la necessità, nella situazione delle leucemie acute in particolare (che possono spacciare un giovane individuo anche in poche ore o diminuire drasticamente ed in modo statisticamente evidente la possibilità di successo, per ritardi di inizio terapia anche di 1 o 2 settimane; ciò, quantomeno, da studi validati con i protocolli ufficiali mondialmente aggiornati allo stato dell’arte) di fermare la marea montante di moltiplicazione cellulare. Ed è grave e triste, sapendo che proprio le leucemie possono recentemente venir inquadrate e trattate, grazie a conoscenze immunogenetiche di cui l’oncoematologia oggi dispone più di altre specialità mediche e sottospecialità oncolsymptoms_of_leukemia-it-svgogiche.
Uno dei problemi, teorici e pratici, più importanti dell’attuale oncologia si articola in alcune evidenze, anche negative, frutto proprio dei parziali successi delle terapie oncologiche, soprattutto degli ultimi due decenni. E proprio grazie alla consapevolezza della frequente tossicità delle terapie si è approdati ad un loro utilizzo molto più modulato, con lo scopo, quando possibile, di non fiaccare le condizioni biologiche e di difesa, di organismi, e persone (è noto da statistiche trentennali, che chi è più motivato vive più a lungo!) che dovranno, spesso, fronteggiare attivamente il male, cronicizzandolo nel tempo (come si dice oggi, a torto o a ragione).

Le resistenze delle cellule tumorali
Sappiamo anche che quanto meglio si cura (cioè si limita) la velocità di crescita di cellule, (o meglio di popolazioni cellulari, tumorali, cioè alterate, con mezzi più o meno rozzi od ipersofisticati) tanto più sembrano determinarsi resistenze, sempre più brutali e/o apparentemente iper-intelligenti, nelle popolazioni cellulari, da noi considerate come nemiche. Orbene, queste ultime evidenze tragiche quanto potenzialmente preziose per comprendere, consistono nel fatto che le popolazioni cellulari tumorali hanno la caratteristica ‘evolutiva’ di mutare e selezionare continuamente nuovi cloni maligni, i quali acquisiscono caratteristiche e strategie tali da sottrarsi ai nostri approcci sempre più sofisticati.

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Il dr. Maurizio Pianezza.

Il dr. Mario Biava.

Il dr. Mario Biava.

E ciò anche a causa, come detto, di quanto noi stessi abbiamo contribuito a determinare con i nostri precedenti successi terapeutici. Spesso il risultato di questo confronto può quindi divenire prima o poi a somma zero o peggio, tenendo conto di un altro fatto generale che dovrebbe esser perciò più ovvio: cioè che le cellule tumorali, sebbene molto più libere, ma solo autoreferenzialmente (vedi le tesi del dr. Biava e del dr. Pianezza, secondo le quali le cellule tumorali sono il frutto di una regressione a logiche embrionali, a meno però di corrette informazioni e prospettive di crescita funzionale comune complessa, quale è in una organicità, ‘adulta’, pur se non ancora ‘sclerotizzata’ in ‘leggi paradigmatiche’) utilizzano le stesse dinamiche biologiche dell’organismo ospite, pur se con alcune differenze: si servono, per esempio delle metalloproteasi di membrana per espandersi oltre le barriere tissutali; e di shunts metabolici di vario tipo per contrastare e sottrarre risorse di loro necessità alle cellule sane e riescono a bloccare in vario modo le attività delle cellule normali e le conoscenze e le difese che l’organismo ha nei loro confronti. Di questi meccanismi ne abbiamo riconosciuti a decine negli ultimi anni.

Conoscenze e mezzi terapeutici specifici e sofisticati
In ambito invece meramente biochimico, è quella decina di effetti negativi di cui si avvantaggiano i tumori che i carboidrati e gli zuccheri in particolare, determinano sui metabolismi energetici cellulari, in cui entrano: il fruttosio ed altri zuccheri, il NAD, enzima fondamentale ed ubiquitario nella cellula e gli organuli detti mitocondri; fatto che fino a pochissimi anni fa era pressochè trascurato se non ignoto nella prassi oncologica, sia preventiva, sia terapeutica (v. gli studi del dott. Berrino presso Istituto dei Tumori di Milano e la sperimentazione in corso sul notissimo antidiabetico orale metformina e sui suoi effetti antineoplastici).

Il dr. Franco Berrino.

Il dr. Franco Berrino.

Quanto alla magrezza del paziente oncologico, se dovuta a perdita di massa muscolare, compromette il sistema immunitario, che è uno dei baluardi (che possono però, nelle evidenze attuali, venir anch’esso aggirato dalla neoplasia), nel contributo alla cura che l’organismo ed il paziente devono poter dare per raggiungere un equilibrio ed una guarigione eventuale (comprese le guarigioni ‘inspiegabili !). A questo proposito è bene ricordare che novantenni, deceduti per cause non neoplastiche, alle autopsie hanno spessissimo nidi cellulari maligni, rispettivamente di carcinoma prostatico per i maschi e mammario per le femmine, che non facevano loro particolare danno, fino a prova contraria.
In sintesi proprio per i grandi progressi determinati dalle conoscenze (ancora parziali) dei segnali determinanti l'espressione genica, è altrettanto importante focalizzarsi sulle dinamiche più ipercomplesse e polisistemiche che possono essere altrettanto centrali non solo nella prevenzione ma anche nella terapia nel tempo delle neoplasie e soprattutto per nulla in contraddizione con conoscenze e mezzi terapeutici specifici e sofisticati, che abbiamo rapidamente visto, non a caso, possono essere superate dalla pseudo-intelligenza ‘maligna’ delle dinamiche tumorali; che tali siano di per sé e od anche in quanto favorite dai nostri stessi comportamenti ed attitudini epistemologico-terapeutiche.

Hamer: ricerca o antiscienza?
Per ritornare ad Hamer, l'espressione 'antiscienza' è inadeguata ed, eventualmente, pericolosa. Mi spiego. Hamer, o meglio, molti aspetti del suo pensiero biologico, spesso logico quanto geniale (suo per modo di dire poiché la fisiopatologia, ovviamente, già conosce e conosceva gli studi dell’insigne Laborit), andrebbe sottoposto a tutte le verifiche del caso - teoretiche in primo luogo e sperimentali in secondo - come sempre accade nell’applicazione del metodo scientifico. testo-n-medicinaEd, infatti, il tribunale di Tubinga già decretò, in due occasioni e fin dagli anni ‘80, che fosse doveroso un approfondimento scientifico in vista di validazioni oggettive delle conseguenze delle teorie in oggetto; ma, invece, in ambito ufficiale, nonostante le stesse accuse di non scientificità già allora mosse dallo stesso, non pare non si sia voluto o saputo farlo. Perché?
Senza contare che nei decenni successivi ci sono state conferme da parte di biologi e neurofisiologi. Soprattutto non si tratta certo di parteggiare per curioso amore di Hamer per la medicina germanica, ma anche di non erigere (con la complessità biologica di cui oggi abbiamo amplissima ed imbarazzante evidenza) a (pseudo)sistema un approccio meramente pragmatico-empiristico e, o statistico o meccanicistico (quale quello prevalso nel dopoguerra anglosassone nella medicina in cui, proprio a causa del nazismo, fu abbandonato lo sviluppo della prospettiva costituzionalistico-olistica che le era considerato importante, nella teoria e nella terapia, dal tempo di Ippocrate), e pseudo-metafisico, propri di ogni attitudine inadeguata e semplificatoria, che giudichi o si dimostri sia onnipotente che impotente.
Ed è proprio per ciò, ovviamente che la paura onnipotente dell’impotenza al risultato, pur comprensibile in più sensi, né può né deve frapporsi ad una corretta e trasparente valutazione a tutto spettro di ciò che sappiamo e potremo sapere, invece di spenderci in pregiudizi e conflitti sterili di cui fa le spese la nostra umanità, in ogni senso, offesa.