Segui la tua strada

newborn.216723_960_720(1)Veniamo al mondo senza memoria, ma non perché non ci sia niente da ricordare, ma perché il ricordo del luogo da dove veniamo ci darebbe solo nostalgia. Perché in confronto a quella luce, anche la più luminosa che si possa vedere sulla Terra, apparirebbe come tenebra. Perché, se paragonata a quella musica, anche la melodia più armoniosa di questo mondo, suonerebbe stonata. Veniamo al mondo, confinati tra un inizio e una fine, in una realtà duale che fin da subito ci costringe e ci stordisce. E in essa cresciamo, costruendo giorno dopo giorno un’identità fasulla, abbagliati da luci artificiali e sedotti da false promesse. Guardiamo sempre più all’esterno e sempre meno dentro di noi, quel noi universale che siamo stati, dimenticando la bellezza che trovavamo in ogni cosa, e rinnegando la promessa che implicitamente ci eravamo fatti, ancor prima che tutto avesse inizio: “Seguirò la mia strada”.

Prima fase: l’infanzia
I fedelissimi del primo Freud vi diranno che, nei primi anni di vita, il bambino è come un uovo di uccello: si autonutre, avvertendo solo sete, fame, calore. Forse Freud aveva la vista tanto lunga per certe cose, quanto corta per altre. animaMa, intendiamoci, Freud non è da biasimare più di quanto non lo sia chiunque altro si fermi all’apparenza di ciò che vede. Quel corpicino di neonato, meraviglioso, scoordinato e tanto goffo  allo stesso tempo, in realtà non è altro che il grossolano scrigno di un tesoro inestimabile: un’Anima che ha scelto di incarnarsi, per fare un passo in più sul proprio percorso di evoluzione. Prima di scendere, prima di partire, ha preso i suoi bagagli, fatti di millenni di errori e di conquiste; si è fatta una lista dei debiti che le rimanevano da sanare e se l’è appuntata al cuore; quindi ha dato un’ultima occhiata alla mappa, per essere sicura di quale fosse la strada da seguire e il progetto da portare a termine. E poi giù! Un salto nel vuoto, nel sonno della memoria, nell’oblio salvifico, senza il quale ogni istante lontano da casa durerebbe un’eternità. Per fortuna non ricordiamo.
I primi ricordi della vita terrena risalgono generalmente ai due o tre anni, quando il linguaggio comincia a strutturarsi solidamente. childE prima? Prima eravamo ancora salvi, imprigionati in un corpo giovane e incapace, ma con uno sguardo antico rivolto verso l’infinito. Prima, benché in un corpo, eravamo ancora parte del Tutto, perché per noi tutto era come tutto il resto. Perché non facevamo troppe distinzioni e non sentivamo il bisogno di categorie. Perché le cose erano e basta, e potevano essere come pareva a loro, e a noi andava bene così. Perché per noi non esisteva né il prima, né il dopo e ogni istante durava in eterno. Perché non c’erano né l’Io né il non-Io e non sentivamo mancanza alcuna.
Quelli eravamo noi, eravamo ancora noi. E ci stavamo preparando al faticoso viaggio nel mondo che ci eravamo programmati, nell’attesa che il corpo ci supportasse, ma forti del sapere con certezza quale fosse la meta che ci eravamo prefissati e quale fosse la strada giusta per raggiungerla.
Ma poi, cos’è successo?

Seconda fase: la rottura
Poi, abbiamo ceduto al compromesso. Giorno dopo giorno, abbiamo barattato la nostra vera natura per un sorriso o per un abbraccio o, peggio ancora, per scongiurare la paura di non piacere più a quelle persone che ci avevano accolto e dato la vita. Per la pace abbiamo rinunciato alla gioia; facendo sempre più ciò che ci veniva detto e sempre meno ciò che avremmo voluto, imparando sempre più a tenere comportamenti adeguati alle circostanze. Senza accorgercene, ci siamo sempre più conformati a quella struttura che aveva già previsto tutto per noi, che ci aveva predeterminato, ancor prima che nascessimo. TristePer difenderci da un mondo insidioso, opera di chi prima di noi era già caduto nel tranello, abbiamo messo le spine e per le troppe pressioni indesiderate ci siamo fatti crescere un callo attorno alla parte più preziosa di noi, il nostro Sé.
Chi più, chi meno, ognuno di noi ha rinnegato una parte di Sé per compiacere il mondo e per essere dal mondo accettato. Sicuramente, qualcuno non se n’è neppure accorto, mentre altri l’hanno fatto con dolore. I più sensibili l’hanno fatto anche con consapevolezza, una scelta lacerante che li ha sprofondati in un lutto perenne e irreversibile, origine e insieme fine di un vuoto incolmabile da qualsiasi surrogato. E così ci siamo concessi al mondo e ci siamo lasciati trascinare dalla corrente del fiume. Qualcuno con gioia ed impazienza di gustarne ogni sapore e di vederne ogni colore, altri con rassegnazione e con l’intima convinzione di essere fuori posto.

Terza fase: un tesoro da ritrovare
Ma lo scrigno, un tempo grossolano, che adesso è diventato una macchina (quasi) perfetta, contiene ancora quel tesoro. E l’Anima non ha mai smesso di ricordarci che non siamo su questa terra solo per divertirci o per soffrire inutilmente. L’Anima non ha dimenticato il progetto col quale era arrivata e continua a sussurrarcelo all’orecchio: noi dobbiamo semplicemente imparare nuovamente ad ascoltare.
I progetti non sono tutti uguali, ma nessuno ha finalità che riguardano solo il singolo. Piuttosto, ogni progetto, direttamente o di riflesso, interessa l’intera umanità, in un’ottica di evoluzione spirituale globale. La strada di qualcuno, allora, è quella di metter su famiglia, di dare ad altre anime la possibilità di incarnarsi. Talvolta la strada di qualcun altro si interseca con quella di pochi, altre volte con quella di molti, come di intere comunità. stradaLa strada di altri ancora, invece, riguarda l’umanità intera, come è accaduto ad esempio a Buddha o a Gesù. Le anime più giovani, quelle con alle spalle non molte incarnazioni, hanno scelto per la loro vita una strada più legata a ciò che è terreno, desiderose di comprendere fino in fondo le dinamiche della materia, prima di elevarsi alla dimensione spirituale. La loro missione riguarderà in via primaria la propria evoluzione e di riflesso l’evoluzione degli altri. Le anime più antiche si incarnano invece generalmente con una missione che interessa molti, l’evoluzione di molti, se non addirittura del mondo intero, come nei casi eccezionali dei due Maestri che abbiamo citato. Ma non ci sono progetti migliori o peggiori, strade più facili o più difficili, anche queste sono categorie che abbiamo inventato noi. Ci sono piuttosto strade che vengono seguite e strade che non vengono seguite. Perché c’è chi è più incline ad ascoltarsi e chi preferisce ascoltare i suoni ipnotici che provengono dal mondo. L’universo intero conosce ciascun progetto e attraverso gli eventi della vita propone ad ognuno un invito continuo a seguire la propria strada, pianta via via cartelli segnaletici, uno dietro l’altro, sul cammino di ciascuno. Qualcuno li segue già a partire dal primo che incontra, altri ci girano attorno, o ci sbattono la testa, si rialzano e cambiano strada, attratti dai propri sogni che non portano altro che a sognare ancora. Ma stiamo pur certi che nessuna Anima si arrende mai e, se avremo voglia di fermarci un istante ad ascoltare il nostro cuore, sentiremo nel silenzio una fievole voce, che col tempo diventerà sempre più forte ed insistente, ripetendo instancabilmente: “Segui la tua strada”.

Francesco Albanese
Psicologo clinico, psicoterapeuta, giornalista, per anni si è occupato di ricerca e didattica in campo accademico. Attualmente è ricercatore indipendente in materia di scienza e spiritualità. Autore di saggistica e narrativa, e di numerosi articoli on-line e su carta stampata, contribuisce a porre le basi concettuali per una visione olistica dell’uomo e del mondo. Il suo sito web è: www.francescoalbanese.com