Le madri interrotte

di Laura Bulleri. Un libro su un tema delicato, la perdita di un figlio in gravidanza. Una ferita profonda che deve essere elaborata, un lutto che deve servire a cercare dentro di sé il centro della vita

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Vincent van Gogh “Dolore”.

L’Istat ogni anno in Italia registra 190.000 aborti spontanei, volontari e terapeutici, effettuati entro la 20esima settimana di gestazione, cioè uno ogni tre nascite. Mentre si contano circa 2.700 morti perinatali da noi e circa 3.000.000 nel mondo. 
Sono dati che ci fanno pensare, oggi, a quante donne, uomini, famiglie attraversano un lutto intenso e profondo in modo silenzioso e muto. Invece, i genitori che perdono il bambino durante la gravidanza, non importa a quale settimana, vivono un lutto vero e proprio, fenomeno scarsamente riconosciuto dalla nostra cultura.
 Perdere il bambino significa ripensare al proprio destino, al futuro che vogliamo. È difficile per i medici, gli infermieri e anche per i familiari, accettare che l’aborto e la morte pre e perinatale siano grandi traumi per i genitori, che li impegnano, sin da subito, in un lungo e paziente percorso di comprensione, accettazione e trasformazione del dolore. È un lavoro di ricerca di nuove motivazioni ed energie vitali. Un lavoro difficile e complesso che può anche rivelarsi un viaggio interiore denso di scoperte, che alla fine ho raccontato in un libro.

La testimonianza di una mamma
Avevo 42 e aspettavo il mio secondo figlio. Una gravidanza ‘attempata’, che presto presenta problemi. Le frequenti visite dal ginecologo non sciolgono la prognosi. È una bambina. Con fatica arrivo alla ventottesima settimana, mi sento quasi fuori pericolo quando una notte vengo svegliata dalle doglie. Combatto. Non voglio che nasca prematura. Mi faccio portare in ospedale e lì riescono a calmare i dolori. Dopo tre giorni le doglie si ripresentano e in quella notte drammatica mia figlia nasce con un cesareo d’urgenza. Al risveglio dall’anestesia mi sento come una sopravvissuta. Sono viva e la mia neonata settimina è nella culla termica. Anche lei sopravvissuta.
angel-wingsL’indomani, verso le 11, ricevo la visita del neonatologo: “Signora, sua figlia non ce l’ha fatta”. Poche parole pronunciate in fretta, ad almeno cinque metri di distanza dal mio letto, hanno cambiato la mia vita. Non so dire se in peggio o in meglio. So solo che da allora la mia mente, il mio corpo e soprattutto la mia anima non pensano ad altro. Quel giorno di tredici anni fa, mia figlia Sofia è nata settimina, ha vissuto solo un giorno, poi se ne è andata.
Ricordo quei momenti come fosse ora. Allora le scarne parole del neonatologo rimbalzarono nella mia testa senza pace. Quella morte non mi riguardava, no, non era successo a me. Quel frettoloso medico non stava parlando di me e della mia bambina. Con il passare delle ore la verità prese forma e iniziai a sentire il freddo nel cuore e un blocco nell’addome.
Non è stato facile ritornare a casa, raccontare ai parenti e agli amici che questa volta non era andata bene. Nessuno vuole ascoltare le storie tristi, nessuno sa come consolarti. Devi farcela da sola. Non ci sono scorciatoie. Puoi andare dall’analista o da un padre spirituale, puoi meditare, o urlare in un bosco, guardare le stelle nelle notti insonni in attesa di un messaggio rassicurante, di un abbraccio dell’universo. Ma il dolore lo devi attraversare.
I giorni dopo la morte di un bambino sono davvero bui, ti devi occupare delle pratiche funerarie e dei certificati. Poi torni a occuparti del dolore a tempo pieno. E inizi a chiederti, in modo ossessivo, dove hai sbagliato, di chi è la colpa. E passi da una accesso di rabbia a momenti di disperata depressione.
sad.girl.1382940_960_720Nei mesi successivi ho galleggiato triste nella vita quotidiana, ma apparentemente attiva come prima. Così vogliono i familiari. La normalità deve riprendere presto. In fondo, non è successo niente di così grave – pensano in molti. La bambina era settimina e avrebbe quasi certamente avuto problemi di crescita. Frasi infelici che negano l’esistenza di quell’essere che è stato dentro di me. Penso che gli altri siano più spaventati di me di fronte a questa perdita. Non è il loro compito. Li capisco. È una morte che interrompe il mio progetto, che sbarra la strada a quel tipo di futuro. Ti senti impotente e inadeguata, almeno a ridosso del lutto. L’elaborazione può durare anni e per tornare a vivere devi cercare il senso della tua vicenda.
Anche se ti impegni di nuovo nel lavoro, l’energia è risucchiata dalla domanda: “Perché proprio a me? Cosa ho fatto di male, per trovarmi faccia a faccia con la morte che ha il volto grazioso di mia figlia? Crudele esperienza. Faccio di tutto per dimenticare. Poi una vocina interna sussurra: “Se fai finta che quell’evento non ti abbia ferita e fai di tutto per non guardare il taglio, non lo cicatrizzi mai del tutto”.

Non chiederti perché è successo, ma cosa ti sta insegnando
Quando perdi un bambino durante la gravidanza ti devi confrontare con un intreccio complesso di temi: cosa sto chiedendo alla vita, quali sono i miei valori esistenziali, come esprimo la mia spiritualità. Allora scandagli il senso profondo della vita e, col tempo, senti che tua figlia esiste lo stesso perché è nata e ha vissuto, anche se solo un giorno. È stata con te per sette mesi. Nessuno potrà mai cancellarla. Siete state una cosa sola. Lei continua a esistere come entità libera, come angelo. Forse mi aveva scelta per mostrarmi una strada diversa da quella su cui camminavo? Forse voleva che alzassi lo sguardo da terra? Che percepissi l’immensità dell’esistenza e la grandiosità della vita spirituale che si nutre di anima, ben oltre il possesso e la materialità?
sole.dietro.le.nubiForse è venuta a dirmi che destini diversi possono intrecciarsi i intrecciano scambiano messaggi di amore eterno attraverso la presenza eterea. Destini diversi da accettare come eventi della grande Natura che torna alla Natura attraverso di noi. Destini che puoi accettare solo se accogli la tua esistenza, perfetta così com’è. Se vai oltre una visione meccanicistica della vita, e ti percepisci come l’anello di una catena umana che può anche avere una dimensione metafisica.
Un messaggio forte che ho ricevuto: “Vivi la tua vita, io sto bene, non ti preoccupare. Tu hai ancora energia per vivere nella pienezza del tuo essere. Devi attuare il tuo cambiamento, compiere la tua missione. Io ti aspetterò, quando sarà il tuo momento”.
Queste morti ti chiedono di andare oltre il grande dolore, di rinascere e riconoscere davvero qual è la tua forza vitale e la missione che ti attende oltre quella maternità dolorante. Che forse sta insegnando più di tutto il resto. Per esempio, quanto sei capace di far fronte alle difficoltà, quante cose buone e belle ti circondano, quanto amore ti ha fatto arrivare sin qui.
Serve umiltà e forza d’animo per accettare la mancanza di una vita allo stato nascente. È un messaggio simbolico significativo. Impone un ampliamento della visione del mondo. Significa vedere la realtà come se fosse una olografia. C’è molto altro rispetto a ciò che appare. Quella vita esiste e ha il suo spazio e il suo significato, che si svela con lo scorrere del tempo.
coverQuesta forza scaturisce quando la madre o il padre in lutto hanno pianto tutte le loro lacrime e, rialzando la testa, si sentono di nuovo emozionati per la bellezza della Natura di cui fanno parte. Quel bambino li ha spinti a cercare dentro di sé, non fuori, il centro della loro vita.
A distanza di anni non soffro più per l’ assenza di mia figlia, ma gioisco per la sua presenza che riconosco in un fiore, in una carezza, in un cielo stellato. È sempre con me. La trasformazione della tristezza in nuova energia è un’esperienza che rende diversi e le prove superate aumentano la capacità di connessione con le energie sottili che ci circondano. La vita e la morte sono un continuum. Così, i miei pensieri tristi si sono trasformati in quadri, in poesie e in un libro nel quale racconto la storia di sofferenza e di rinascita di madri e padri che come me hanno perso il loro bambino in stadi diversi della gravidanza. Come Dante, abbiamo attraversa la selva oscura delle nostre esistenze, e dopo un lungo cammino siamo tornati a “riveder le stelle” con un sguardo più profondo e con una capacità di commuoverci e di comprendere più vibrante.

Per saperne di più
Laura Bulleri – Antonella De Marco Le Madri Interrotte (Franco Angeli ed.).

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