La bellezza salverà il mondo?

Il ruolo della bellezza e della cultura in questo momento di crisi

La bellezza salverà il mondo?

La civiltà non può fare a meno della bellezza. E neppure della cultura che, nella sua accezione più ampia, è un propulsore capace di fornire l'energia e gli strumenti necessari per innovare e far progredire il mondo. È grazie alla cultura che le società evolvono, le economie crescono, le coscienze civili si formano e le identità si consolidano

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Botticelli. "La nascita di Venere".

“È vero, principe, che lei una volta ha detto che la ‘bellezza’ salverà il mondo? State a sentire, signori” esclamò con voce stentorea, rivolgendosi a tutti. “Il principe sostiene che il mondo sarà salvato dalla bellezza! E io sostengo che questi pensieri gioiosi gli vengono in testa perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato (…). Ma quale bellezza salverà il mondo?...”. Domanda più che enigmatica quella che Dostoesvkij, nelle meravigliose pagine de L’Idiota, fa rivolgere da Ippolit, giovane ateo e ormai prossimo alla morte per colpa di una tisi incalzante, al principe Myškin che, cristiano zelante, lo sta assistendo. Domanda senza risposta, il principe (è noto) non si pronuncia. Al lettore resta così tutta l'incertezza di un grande quesito irrisolto, dalle tante possibili soluzioni, ma basato su un unico, imprescindibile assioma: il mondo ha bisogno di bellezza.
Ci pensò Freud (non uno qualsiasi), poco dopo, a rimarcare il concetto. Nel suo Il disagio della civiltà, afferma che “l’utilità della bellezza non è evidente, che sia necessaria alla civiltà non risulta a prima vista, eppure la civiltà non potrebbe farne a meno”.

Che cos’è, in fin dei conti, la bellezza?
Fra citazioni, aforismi e liberi pensieri, sul tema ci si potrebbe dilungare parecchio. Ma non è il caso, per lo meno non ora e non qui. E allora mi limito a seguire Platone, uno dei primi a porsi l’interrogativo. Il bello, altro non è che lo splendore del vero. Cogliere la vera essenza delle cose, raccontava il filosofo a un pugno di ragazzini ateniesi seduti in cerchio nel mezzo di un parco, significa ammirarne la bellezza perfetta. Da quelle lezioni all’aria aperta sarebbero maturati pensieri sconfinati e all’interno di quel parco sarebbe ben presto nata la prima vera Accademia della storia.

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Botticelli. "Primavera".

E allora partiamo da lì, da quel concetto del bello=vero, forse oggi più facile da intuire che da spiegare, che ci insegna a passare, o meglio che prova a guidarci, dall'effimera attrazione per una bellezza specifica (quella ad esempio provata per un oggetto) all'incanto per la Bellezza assoluta. Il passo pare piccolo ma è in realtà gigantesco, porta dal limitato ambito del sensoriale agli aperti orizzonti dell'Estetica più pura. Divenuta sinonimo di verità, la bellezza si fa allora portatrice di onestà, di bene e di cultura secondo le logiche della kalokagathia, espressione greca (frutto della crasi di καλὸς καὶ ἀγαθός, kalòs kai agathòs) che sintetizza il principio filosofico per cui ciò che è bello deve necessariamente essere buono e viceversa.
Siamo tutti consapevoli che il Colosseo come il Ponte di Rialto, gli Uffizi come i resti di Pompei o i Templi di Agrigento sono splendidi esempi del nostro 'bello' ma anche, al contempo, della nostra storia e quindi della nostra cultura. Lo stesso dicasi per il grande melodramma e per la lirica di Caruso, per le magie di uno scorcio dolomitico o per i colori della Costiera amalfitana. Ma anche, perché no? per il fascino tutto rosso che emana una Ferrari.
Tempio della ConcordiaSi potrebbe andare avanti all'infinito: dai tempi dell'Impero romano fino al Medioevo, dal Rinascimento fino ai giorni nostri, non c'è stata epoca storica nella quale l'Italia, prima in campo artistico e più recentemente negli ambiti del design e della moda, non abbia saputo fare scuola creando culture e tendenze che si sono poi diffuse in tutto il mondo. È la meravigliosa e millenaria ascesa del Made in Italy. A ciò si aggiunga un inestimabile patrimonio paesaggistico capace di far accapponare la pelle e di mozzare il fiato ovunque ci si giri. È il tesoro, potenzialmente immenso, del nostro patrimonio culturale.

Senza cultura non c'è sviluppo
La cultura, nella sua accezione più ampia, che ovviamente va ben oltre la conoscenza, è infatti un propulsore capace di fornire l'energia e gli strumenti necessari per innovare e, di conseguenza, per far progredire il mondo. È grazie alla cultura che le società evolvono, le economie crescono, le coscienze civili si formano e le identità si consolidano.
La cultura, come ci insegna la storia, rappresenta un driver di crescita unico, insostituibile. Un bene essenziale, strategico sul quale occorre investire in modo sistemico e continuativo. Nel 1997, guarda caso proprio a Firenze, Unesco e The World Bank organizzarono un simposio mondiale dal titolo Culture counts. Sì, è proprio così: la cultura conta, vale, ha un suo prezioso peso specifico e non solo in un ambito puramente dottrinale ma anche, sia ben chiaro, in termini economici. Il teorema fu dimostrato attraverso un dibattito di straordinario interesse che mise a confronto il punto di vista di circa 50 ministri della cultura provenienti da altrettanti Paesi e accompagnati dai rispettivi colleghi dell'economia.
copia-di-biblioteca-rilli-vettori-2Senza cultura non può esserci sviluppo. Il francese Jean Monnet, uno dei padri dell'unificazione europea, negli anni '60 sosteneva che se fosse stato possibile ricominciare il processo di integrazione dell'Europa, avrebbe preferito ripartire dalla cultura piuttosto che dal carbone e dall'acciaio. Carbone? Acciaio? Monnet aveva capito che quello culturale era il primo e principale collante, quel mastice speciale capace di aggregare dal nulla, o per lo meno dal poco, e di rendere poi facile costruire tutto il resto. Va da sé, poi, che la promozione della propria identità culturale può trasformarsi per un Paese in un'autentica leva di ricchezza, il passepartout per aprire al mondo i mercati del turismo e il business del commercio. Il prodotto italiano gode di un forte valore aggiunto rappresentato dalla forza di quello straordinario brand cui si accennava prima e universalmente noto come ‘Made in Italy'. E lo stesso dicasi per il nostro turismo, favorito non solo dal clima e dal cibo ma anche, per lo meno in linea teorica, dalla fama culturale che connota in lungo e in largo la Penisola.

Progettare nuove possibilità
Eppure il nostro Belpaese, secondo le più autorevoli fonti internazionali, continua a collocarsi al primo posto per il proprio capitale culturale, ma arretra al decimo posto per attrattività generale. E non a caso, sul fronte dell'incoming se negli anni '70 eravamo al primo posto nel mondo, oggi siamo al quinto, dopo la Francia, gli Stati Uniti, la Cina e la Spagna.
l'albero della vita EXPOMa allora dove è l'intoppo? Il vulnus risiede nell'incapacità, acuitasi negli ultimi decenni, di agire in maniera sistemica, di presentare il Paese come un unicum dalle tante culture e dai diversi messaggi. No, non può bastare puntare su eventi episodici come è stato l'Expo 2015, è necessario progettare nuove possibilità, studiare piani articolati attraverso i quali i nostri territori, i nostri saperi, la nostra Italia può essere rappresentata costruendo un marchio, un'icona, un concetto ombrello che dia forza maggiore agli immensi patrimoni.
'Cultura e Sviluppo'. Questo il titolo dell'ultimo rapporto annuale Federculture. Un'affermazione indiscutibile che personalmente rafforzerei sostituendo la congiunzione con la copula. Cultura è Sviluppo, equazione che determina una relazione direttamente proporzionale: col crescere della cultura cresce lo sviluppo, e viceversa.