Viaggio oltre la vita

Nel maggio del 2015 Michael, un ragazzo milanese di 14 anni, era finito nelle acque del Naviglio mentre stava giocando con i compagni ed era subito sparito dalla loro vista. I soccorsi erano scattati quasi subito, ma passò un bel po’ di tempo prima che il corpo fosse ritrovato e nel frattempo il ragazzino era annegato. In effetti Michael fu ritrovato 42 minuti più tardi, a una profondità di due metri, in arresto cardiaco da tempo e con acqua nei polmoni. Dopo le prime manovre di rianimazione, si notò che il ragazzo, inopinatamente, aveva ripreso a respirare e così i medici ottimisti avevano continuato a rianimarlo.

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Cecile De France nel film “Hereafter” è una giornalista che, travolta da uno tzunami, ha un’esperienza di NDE che le cambia la vita.

In ospedale gli fu praticata una tecnica basata sulla circolazione sanguigna extracorporea e una sorta di “congelamento” del corpo per ridurre al minimo i danni da carenza di ossigeno. Nelle manovre successive, il sangue venne reinserito nel corpo e il ragazzo fu progressivamente riportato ai parametri vitali normali. Si dovette lavorare un mese prima di essere certi che tutto fosse andato per il meglio e per scoprire che il giovane non aveva riportato danni cerebrali. I medici dovettero amputargli una gamba a causa della mancanza di ossigenazione sofferta: Michael rimase zoppo, tuttavia è ancora vivo per raccontare la miracolosa esperienza vissuta. Un successo che l’ospedale San Raffaele potrà vantare a lungo, nella storia della propria medicina, grazie anche alla squadra del dottor Alberto Zangrillo, direttore di Anestesia e Rianimazione. Un caso simile accadde una ventina di anni fa, quando un ragazzo di 19 anni venne ripescato ancora vivo dopo essere rimasto sott’acqua per 45 minuti per un incidente in barca. Il giovane fu rianimato dopo più di mezzora di manovre e arrivò vivo in ospedale, ma morì poche ore dopo. Due casi molto simili, con soluzioni diverse.

Le memorie di NDE dei bambini
Del resto già alcuni anni fa il Dott. Melvin Morse riportò il caso di 11 bambini “morti” cerebralmente e poi ritornati alla vita, sottolineando come le esperienze perimortali o NDE (Near Death Experiences) corrispondessero tanto negli adulti di cui si aveva ricca casistica quanto nei bambini. Con una differenza sostanziale: negli adulti la cultura, la conoscenza, gli stereotipi, potrebbero aver inciso sulle visioni dichiarate, mentre iNDE.bambini bambini, soprattutto di tenera età (5-6 anni) non disporrebbero di un materiale culturale adeguato o similare. Quindi si può ritenere più genuino, meno artefatto. Morse interrogò i bambini ritornati in vita e rilevò descrizioni molto simili a quelle degli adulti: il tunnel di luce, un senso di benessere, la vista di figure luminose e dei propri cari, il segnale che non era il loro tempo, il ritorno, doloroso, nel corpo. Uno di questi bambini era rimasto intrappolato in piscina sott’acqua con i capelli nelle uscite di scarico e fu ripescato mezzora dopo, più o meno come Michael, ma ebbe anche più fortuna perché non ebbe alcuna conseguenza fisica. Inspiegabile, naturalmente, per le conoscenze scientifiche attuali, tuttavia vero.
Morse rilevò anche che diversi bambini ebbero visioni a distanza, non solo del proprio corpo, bensì anche dei genitori nelle loro case e descrizioni di cosa era accaduto nel frattempo, trovando corrispondenze certe dagli interessati, all’oscuro di tutto. Dunque, nello stato di “non più vita”- ma nemmeno di “morte” visto che hanno poi ripreso coscienza, nonostante le indicazioni elettroencefalografiche, l’assenza di battito cardiaco e la presenza delle normali variabili di morte fisica – sembra possibile una modalità di esistenza della coscienza che è libera dai vincoli di tempo e di spazio, oltreché dalle sensazioni corporee, quali dolori, malesseri, disagi.

Racconti uguali in ogni latitudine e cultura
La quantità di eventi registrati come NDE è molto alta e vari autori se ne sono occupati (Monroe, Kenneth Ring, Van Lommel, Parmia, Fenwick, Genovesi, Facco, ecc) riscontrando una coerenza incredibile ad ogni latitudine, in tantissimi Paesi i racconti delle esperienze sono assolutamente corrispondenti. Qualche scienziato, come Sagan, sostenne che si trattava di un’esperienza “ricordata”, più o meno uguale in tutti gli individui, che essendo nati nello stesso modo, avrebbero una memoria ancestrale del passaggio dalla vita uterina a quella terrena.

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Un’altra scena di “Hereafter”: gli incontri con i trapassati.

Gli studiosi della NDE obiettano che non tutto può essere spiegato così facilmente. Ad esempio l’incontro con alcuni cari mancati nella vita terrena e pronti ad accogliere il nuovo venuto, morente, non può certo appartenere alla memoria storica dell’individuo. Le esperienze telepatiche (visione del corpo dall’alto o da fuori, il racconto di ciò che accade intorno al corpo senza vita, addirittura eventi fuori da quell’ambiente) non possono certo essere frutto di memoria. È più facile pensare, secondo gli esegeti della spiritualità (e molti filosofi e diversi scienziati) che la vita, intesa nel senso più ampio, non finisce quando la sua essenza lascia il corpo.
In quel momento si aprirebbero nuove dimensioni, per ora sconosciute e che il pensiero orientale tende ad interpretare come “catena delle esistenze” oppure i filosofi occidentali come “mente universale”. La particella individuale che alberga nel corpo si libererebbe di questo, al momento della morte, e si riconnetterebbe ad un piano superiore, dove si reintegrerebbe con l’Unità di cui fa parte e poi ritornerebbe a fare nuove esperienze incarnandosi in altri corpi.
Sia chiaro, ipotesi e teorie sono possibili e in fondo legittime, tuttavia non dimentichiamo che per il paradigma scientifico vigente, nulla esiste al di fuori della materia.

Rileggere il senso della vita e della morte
In questo contributo non intendo affrontare gli aspetti scientifici e neurologici (molto interessanti!) dellla NDE, sono piuttosto rivolto ad aspetti filosofici, anche perché a questo livello lo scontro ideologico è dirompente e certamente non si risolve schierandosi da una parte o dall’altra.
L’impatto tuttavia è di notevole portata, perché quando ci si chiede cos’è la morte, si rimane senza risposte certe. Per di più molte persone hanno paura della morte e sono a disagio solo a pensarla, indipendentemente dalla fede professata. Proprio l’altro giorno un’amica mi ha chiesto: «Tu sei psicologo? Allora mi devi aiutare, perché ho il terrore della morte».
beyondAltri preferiscono non parlarne, evitano il discorso, scacciano l’idea e rifuggono da qualsiasi commento in merito. Eppure tutta la vita è una preparazione alla morte: l’unica cosa certa di questa vita è che essa finisce, prima o poi, in un modo o nell’altro.
Approfondire la conoscenza sul vero senso della vita, che può essere nel “qui e ora” o può essere “eterna”, può cambiare le prospettive e influire anche sul modo di considerare l’esistenza, oggi percepita socialmente come trarre beneficio a breve e “godersela il più possibile”, senza minimamente pensare alle generazioni future che dipendono dai nostri comportamenti e che potrebbero riguardarci direttamente in una futura esperienza su questa terra.
Dico questo perché appare sempre più chiaro che i segni di disfacimento della natura e l’entropia progressiva che minaccia l’esistenza sulla terra, dovrebbero condurci come società a pensare al futuro prossimo venturo e ad agire per preservarlo, ma la visione materialista ed egocentrica imperante sembra non tenere in considerazione la necessità di garantire la sopravvivenza ai posteri.
Rileggere il senso della vita e della morte, raccogliere le esperienze di contatti, ormai certi e sempre più frequenti, con energie del passato, può aprire la mente a considerare principi universali che indicano la via per un’esistenza che abbia uno scopo non solo in quello che per l’essere umano è il “presente” (l’esperienza di cui è consapevole), bensì anche a livello globale (un tempo e uno spazio illimitati di cui noi esseri umani siamo comunque parte).
La coscienza delocalizzata evidenziata dai “ritornati alla vita” ci fornisce una dimostrazione che la morte come l’abbiamo intesa sinora è un limite allo sviluppo dell’umanità. Dunque potrebbe non avere senso la “paura della morte”, visto che chi l’ha sperimentata, non l’ha vista poi così male. Bisognerà riparlarne.

 

Giorgio Cozzi
Presidente AISM (Associazione Italiana Scientifica di Metapsichica), sociologo e psicologo, coach e trainer. Ricercatore psichico, studia i fenomeni paranormali, i sensitivi, la medianità. Ha pubblicato libri di management e di parapsicologia (“Con gli occhi dell’anima” e “Dimensione Venia”, entrambi Golem libri e "Il fatto QP" con Amazon). Mail: cogios12@yahoo.it