L’uomo e la montagna

Monte.Pakistan.765x510La storia della montagna Nanga Parbat è decisamente drammatica. La vetta costituisce il massiccio angolare della catena dell’Himalaya. È qui che l’Indo, uno dei più sacri fiumi dell’India, fluisce da Est verso Ovest, per poi piegare a Sud e dirigersi verso l’Oceano Indiano. Più di settemila metri di dislivello che separano il bacino idrico dalla vetta ridescrivono il variegato paesaggio con un affascinante panorama roccioso, che fa da contrasto alle colorate valli. Se volete vederlo sulla funzione di Google Hearth le sue coordinate geografiche sono 35′ 14′ 32′ latitudine Nord 75′ 35′ 40′ longitudine Est.
Definita dagli alpinisti di che l’hanno sfidata con il pittoresco nome di “montagna assassina”, il Nanga Parbat – con i suoi 8126 metri – è l’ottava montagna del mondo (nona per nuove misurazioni postsismiche). Con la sua altezza che non si colloca sul podio delle più alte della catena asiatica, ma certamente la medaglia di quella della parete più verticale e scoscesa che esiste sulla Terra. Nanga.Parbat.MountainDetiene un altro triste primato col suo macabro record di 40 vittime tra gli esploratori alpini, confermando la fama d’essere la più difficile da scalare per le sue difficolta estreme, sia per un aspetto tecnico ascensionale, sia per difficoltà climatiche e ambientali che si incontrano durante tutte le stagioni dell’anno. Gli sherpa nativi del Pakistan ne hanno una venerazione quasi religiosa al punto di definirla “la mangiauomini”: sfidarla è solo da temerari incoscienti o da uomini che non temono la morte. Negli ultimi anni almeno 30 spedizioni provenienti da tutto il mondo hanno tentato senza successo di scalarla con ritiri prematuri sia dal campo base che in quota.
Nel suo regno di silenzi e solitudine con i suoi baratri abissali, il Nanga Parbat è stato la nemesi di ogni scalatore di ogni nazione che non la paragona a tutte le sfide difficili che ha affrontato in precedenza, ma come un’impresa a sé che sfida i limiti estremi dell’alpinismo di frontiera.

La cultura alpina
Che gli alpinisti siano uomini speciali non vi è alcun dubbio. Anche a noi cittadini abituati a escursioni domenicali o al massimo a elementari vie ferrate, l’uomo della montagna appare diverso da chi vive in pianura o al mare. Lo incontri all’alba su un sentiero e ti saluta sorridendo senza loquaci commenti, ma col rispetto di chi fa della natura e della fatica un salutare ed etico stile di vita. val.di.nonCon lui puoi condividere un pasto in una baita o un letto in un rifugio senza paure o remore; l’uomo montano rispetta la natura e l’umanità con la pudica discrezione che si riscontra solo tra i cavalieri delle vette.
Nelle spiagge marine difficilmente ci si saluta anche all’alba dove l’incontro con un nostro simile dovrebbe ispirarci solidarietà e contatto. In montagna ci si saluta sempre, così come sui sentieri si respira la fatica, sulle vette si tracciano le vie per chi ci seguirà. Questa non è solo un abitudine sociale, ma una tradizione consolidata, cultura antica del saper vivere insieme tra i monti, l’uomo e la comunità si fondono in un educazione al rispetto. Incontrarsi significa comunicare gioia e empatia con un pudico cenno della mano o un composto sorriso. In montagna il sentiero la strada e la mulattiera condividono e uniscono i cuori e le menti in un taciturno sentimento di solidarietà.

Il quaderno di vetta
In cima a ogni montagna che conquistano, gli alpinisti estremi lasciano un ricordo indelebile, il “quaderno di vetta”. Nel 1978 , in un ascesa estiva solitaria, lasciò in cima al Nanga Parbat, dentro  un cilindro metallico, la copia della prima Bibbia stampata da Gutemberg in ricordo del fratello maggiore Gumter, perito nella spedizione del 1970. messnerDopo quell’esperienza il campione altoatesino non fu più lo stesso, fino al ritorno otto anni dopo sulla montagna che gli ha fatto perdere il suo “amico” più caro e le dita amputate per congelamento dei piedi.
I tedeschi chiamano la vetta col sinistro nome di “montagna del destino”. Per Messner la montagna ne ha forgiato per sempre il triste ricordo e un senso di colpa per l’abbandono del corpo in una drammatica odissea per sopravvivere alla montagna mangiauomini. In realtà il Nanga Parbat ha molte definizioni, ma la sua traduzione dal sanscrito significa “montagna nuda”; invece, con il pittoresco titolo del moderno pakistano di Diamir, lo chiamano “re delle montagne”.
La montagna himalayana incute rispetto e ammirazione a tutti coloro che ne distinguano da lontano il profilo nel cielo o abbiano osato sfidarne le pareti verticali con sacrifici psicofisici immensi. ìSe l’Everest rappresenta il massimo gigante delle nevi, il Nanga Parbat identifica l’estrema difficoltà e il letale pericolo della quota alpina.

SIMONE MORO
Simone Moro, 48 anni, incarna con il suo aspetto gentile e strutturato il vivere alpino. Nato in pianura a Bergamo, segue la tradizione italiana dei grandi alpinisti esploratori come Comici, Cassin, Bonatti e Messner. Disciplinato e testardo, ma con la calma determinazione che non si trasforma mai in cocciutaggine, Simone aveva già fallito tre volte l’ascesa invernale iniziata nel 2011 e continuata nel 2013, cambiando vie riprovando i tempi e le vie transitabili per altri due anni. 600px-winter-expedition-to-nanga-parbat-2011_2012-fonte-himalman_wordpress_comOggi è l’unico alpinista ad aver conquistato il record di quattro ottomila scalati in inverno con l’impresa compiuta nel febbraio scorso.
Ha iniziato a praticare arrampicata all’età di 13 anni, cominciando sulle montagne di casa e spostandosi successivamente sulle Dolomiti. Nel 1985 ha cominciato a dedicarsi all’alpinismo sportivo, realizzando nel 1987 la sua prima via di difficoltà di 8° livello e, nel 1989, circa trenta salite sino all’8b+ come coefficiente.
Nel 1990 parte per il servizio militare, frequentando il 138º corso AUC alla Scuola Militare Alpina di Aosta. Dopo aver terminato i sei mesi di corso come allievo, svolge il rimanente periodo di servizio con il grado di sottotenente alpino. Al termine dei quindici mesi di servizio militare ritorna all’arrampicata, ricoprendo il ruolo di allenatore della nazionale dal 1992 al 1996.
Nel 1992 inizia la sua esperienza di alpinista himalaiano, diventata poi preponderante nella sua attività alpinistica. Ha realizzato oltre 36 spedizioni alpinistiche extraeuropee ed è giunto in cima a otto dei quattordici ottomila. Ha raggiunto quattro volte la vetta dell’Everest, di cui ha anche compiuto la traversata sud-nord nel maggio 2006. Molte di queste ascensioni sono state compiute “in velocità”. Al suo attivo ci sono inoltre sei salite su cime di 7000 metri e altrettante su cime di 6000 metri. Ha compiuto inoltre altre salite nella stagione invernale, come quella sulla parete sud dell’Aconcagua nel 1993. Ha tentato due volte Annapuma senza raggiungere la vetta: nel dicembre 1997 – quando una valanga lo ha travolto insieme ai suoi due compagni di spedizione che non sono sopravvissuti – e nel 2004 quando dovette ritirarsi a poca distanza dalla cima per problemi di salute.
simonemoroNel 2001 tenta con Denis Urubko il concatenamento del Lhotse e dell’Everest. La notte prima dell’attacco alla vetta del Lhotse, mentre si trova in tenda a 8000 metri con Urubko e alpinisti di un’altra spedizione, riceve una richiesta di soccorso per Tom Moores, giovane scalatore inglese caduto dalla parete. Moro decide di partire, in solitaria e in notturna, alla ricerca dell’alpinista. Lo trova ferito, senza guanti e ramponi. Lo lega e tirandolo risale per 200 metri di dislivello per evitare di rimanere esposto alle valanghe, per portarlo poi sino alle tende. Per questo salvataggio Moro riceve nel 2002 la medaglia d’oro al valor civile e altri riconoscimenti.
Il giorno successivo deve abbandonare la scalata del Lhotse a 8300 metri per le troppe energie spese nella notte. Urubko sale in cima al Lhotse da solo, ridiscende al colle Sud, ma poi in segno di amicizia verso Moro abbandona la scalata dell’Everest affermando poi: “Siamo un team, riproveremo insieme”. Alle ore 15 e 37 del Pakistan, 11 e 37 italiane ,pochi giorni fa il 27 febbraio 2016 con il suo staff compie la sua più grande impresa: la salita invernale del Nanga Parbat.
tamara lungerAd accompagnarlo nell’impresa come parte integrante del successo, la guida pakistana Ali Sad Para, vero apripista e protagonista infaticabile dell’avvicinamento alla vetta, insieme allo spagnolo Alex Txkon, coautore del progetto e supporto indispensabile del tratto verticale. Lo affianca Tamara Lunger (a destra), la compagna di Simone che lo segue fino a pochi metri dalla vetta, così saggia alpinista come solo le donne sanno essere da capire che è sfinita alle soglie cedimento fisico. Tanto intelligente da fermarsi per un malore a un passo dalla vetta per non mettere a repentaglio la sua vita e quella dei suoi colleghi maschi. Questi scalatori così e compatti e uniti nell’ascensione si sono dimostrati una vera squadra senza gregari dove i compiti venivano eseguiti con una coordinazione che ha portato al raggiungimento della meta.

Tecnologia innovativa
Nel ‘900 si scalava addirittura con le bombole d’ossigeno in quota, bardati con ingombranti giubbotti imbottiti che rallentavano la salita e chiodi da parete riciclabili in ferro grezzo. Oggi per un’impresa del genere l’attrezzatura d’avanguardia costituisce un caposaldo fondamentale dell’alpinismo moderno. Rilevatori satellitari e sensori anti valanghe facilitano la posizione e la sicurezza nel contesto estremo con applicazioni ultramoderne. Corde in microfibra e piccozze in fibra di carbonio ultraleggero facilitano i passaggi in quota con un peso ridotto in salita.
Simone e tamaraSul Nanga Parbat le temperature sono attorno ai 40° sottozero, con un vento gelido che trasforma ogni movimento in una dolorosa fatica. Un tessuto biofotonico, il Nexus, con caratteristiche di termoregolazione e termogenesi ha risolto il problema del freddo estremo, contribuendo all’idratazione cellulare con capacità di rigenerare la circolazione periferica eliminando crampi e congelamento degli arti. Zaini e coperte termiche ultraleggeri completano l’equipaggiamento d’avanguardia.
Come sempre l’uomo alla ricerca di nuove sfide deve fermarsi a riflettere sui traguardi raggiunti. Simone Moro merita il riposo di chi ha vinto una sfida affascinante con la montagna. Ma su una gelata vetta del Pakstana si rinnova il mito di Ulisse che, tornato nel porto di Itaca, riparte dopo pochi anni alla ricerca di nuove mete da esplorare. In questo periodo si prende cura della fedele Penelope, ma nell’abbracciarla guarda con tristezza il mare con il suo orizzonte ignoto e misterioso. Il suo destino è calamitato dall’oceano; oltre le colonne d’Ercole la nuova sfida da dove secondo alcune leggende omeriche non tornerà mai più.
Auguriamo a Simone di raggiungere tutti i suoi futuri obiettivi montani ritornando come oggi vincitore con la sua inseparabile compagna di vita e scalate, Tamara, la Penelope che non lo aspetta nella sua casa a Bergamo, ma lo affiancherà nelle future sfide degli ottomila invernali.

Marco Milani
Ricercatore olistico indipendente, studia e diffonde da molti anni le metodologie energetiche di frontiera sui tessuti biofotonici indirizzati al benessere umano, animale e vegetale. E' consulente, relatore e sperimentatore attivo delle moderne sistematiche nel campo dell elettrosmog domestico, alimentare e fisico. Promuove e organizza congressi conferenze e seminari per la salvaguardia dell'ambiente dai pericoli dell' inquinamento elettromagnetico, sociale e tecnologico.