Religione e superstizione

Religione e superstizione

Per fare alcune riflessioni sulla fede, la ricerca interiore e gli errori interpretativi in cui cadono più facilmente i ricercatori, userò come esempio una delle più note figure del Panteon degli dèi dell’India, Shiva, il cui culto è antichissimo. Nella tradizione popolare è rappresentato in molti modi. Il più nota è quello dello Yoghi in meditazione nella posizione del loto, con una luna crescente sulla fronte, un cobra attorno al collo. Molto diffuse le belle statue di Shiva Nataraja, che danza al centro della ruota di fuoco della vita, sorgente del movimento universale. In questa immagine Shiva tiene un piede staccato da terra e con l’atro schiaccia una piccola figura che rappresenta l’ego.

Shiva Nataraja

Shiva Nataraja

Per descrivere i suoi molti attributi Shiva è evocato con 108 nomi e non intendo qui affrontare un argomento così vasto. Tanti sono i racconti su Shiva e del suo rapporto con la sua Shakti, da occupare molte pagine.
Dirò solo che uno degli aspetti più interessanti di questa figura è la straordinaria unione di opposti che rappresenta. Ad esempio, Shiva appare come l’asceta erotico. Ha manifestazioni spiccatamente dionisiache e al tempo stesso è lo yoghi che incenerisce il desiderio che disturba la sua meditazione. E’ il casto yoghi che medita nella solitudine e poco dopo è quello che seduce le mogli dei bramini ipocriti, che lo seguono come coribanti mentre cavalca nudo il toro Nandi, che lui solo sa domare. E’ benigno e tuttavia ha aspetti inquietanti nella forma di Kalbhairav, o come consorte di Kali, dea della morte. In queste forme frequenta i campi crematori, beve sangue da un teschio e al suo seguito ci sono asura e fantasmi che obbediscono ai suoi ordini. In questa forma spaventosa è il medico supremo, il padrone dello Yoga di tutti i poteri “sessuali” e psichici, il distruttore dei demoni.
Il simbolo più diffuso e antico è il Lingam che rappresenta sia il senza forma, ciò che è oltre agli attributi, sia il fallo eretto come principio creatore.
Secondo la tradizione mistico-filosofica, Shiva è sia la Pura Consapevolezza, senza la quale l’universo non potrebbe esistere in quanto nessuno potrebbe percepirlo, sia la forza che anima il divenire dei fenomeni della Natura. Sadashiva, Shiva unito alla sua Shakti, rappresenta l’abbraccio di vuoto e forma, di spirito e materia, l’Unità Cosmica. Nei suoi molti aspetti è anche assimilato a Brahman, l’Assoluto che trascende spazio e tempo. Il mondo fenomenico appare e scompare in Lui come un gioco d’illusioni, come un sogno prodotto da un mago.
Considerando illusorio tutto ciò che è transitorio, è reale e immutabile solo la Coscienza-Consapevolezza, il Testimone senza forma, in cui appaiono e scompaiono i fenomeni.
Nella Trimurti, (Shiva, Brama e Vishnu), Shiva rappresenta il distruttore della creazione, il Sé assorbito in se stesso in cui lo spazio e il tempo sono trascesi.
Il Vedanta, nato dalla riforma di Shankara sono la fine e sintesi dei Veda, (in un certo senso è come il nostro vangelo rispetto alla Bibbia). Si tratta di testi filosofici la cui saggezza profonda è riconosciuta dai grandi maestri antichi e moderni In questi testi Shiva è decritto non più nei termini della simbologia popolare ma chiaramente come una realtà psichica, la Consapevolezza del Sé che distrugge l’inganno dell’ego. Shiva è la consapevolezza onnipervadente che è la vera Essenza d’ogni uomo.
Il motto: Tat Tvam Asi significa. Tu Sei Quello, e per Quello s’intende il Sé, il Tutto non diviso, Shiva, Brahman. Chi che realizza il Sé esclama “Io Sono Shiva”. Trasceso l’ego, si è una cosa sola con la coscienza-energia.

Il Lingam, simbolo fallico, legato a Shiva
Userò un semplice esempio per riflettere sul tema di religione e superstizione che è un problema fondamentale. Lo Shiva Purana è una raccolta testi Induisti su Shiva molto più antichi del Vedanta. Anni fa leggevo uno di questi pesanti volumi in una biblioteca indiana, e dopo molte pagine dedicate ai rituali e alle pratiche di adorazione del Lingam, mi sono imbattuto in questo raccontino: "Un tale che si è recato a rubare in un tempio, quando viene colto sul fatto dal bramino, lo uccide e cerca di fuggire. Inseguito dalle guardie l’assassino viene raggiunto e a sua volta ucciso. Sta esalando l’ultimo respiro, quando il suo sguardo casualmente cade sul Lingam custodito nel tempio e poco dopo muore".

Lingam.MP

Un lingam del tempio di Mahabalipuram

In India rubare in un tempio è già un reato molto grave, ma uccidere un bramino è il peccato più grave in assoluto. Perciò quando muore, i demoni accorrono a frotte per prendere la sua anima e trascinarla nel più profondo degli inferni. A questo punto con un colpo di scena interviene Shiva che scende dal cielo in suo soccorso, dal momento che prima di morire ha posato gli occhi sul lingam.
Il dio pretende quest’anima, la strappa ai demoni e la porta allo Shivaloka, il paradiso di Shiva, dove questo vivrà beato.
La morale del racconto a prima vista è certamente assurda, pare voglia solo dimostrare che il potere del fallo di Shiva è tanto grande, che è sufficiente un’involontaria occhiata al sacro Lingam per annullare ogni “peccato” e in questo caso, per liberare l’anima dell’assassino e condurlo in paradiso!
Non c’è nulla di mistico, di filosofico in tutto questo, piuttosto si è sorpresi dall’ingenuità dell’argomento. Qualsiasi persona razionale rifiuta una religione che attribuisce ai suoi feticci il potere di panacea universale. In questo modo il culto del Lingam non sarebbe altro che la superstizione del portafortuna supremo. Dove è finita la filosofia perenne della saggezza vedica?
Affermare che il Lingam è tanto sacro che basta guardarlo per purificarsi dai peggiori crimini, può far pensare che i bramini che hanno scritto questa storia facevano ciò che oggi chiameremmo una “pubblicità ingannevole”.
Una persona razionale che legge un tale racconto lo considera, nel migliore dei casi, un esempio del pensiero magico, espressione prerazionale della psiche immatura dei popoli primitivi, nel peggiore, un altro inganno escogitato dai bramini shivaiti per attrarre devoti.

Interpretazione dei simboli
C’è tuttavia un altro modo per interpretare queste creazioni della psiche degli antichi anche quando si tratta di un raccontino come questo. I simboli delle religioni non sono invenzioni degli uomini, ma creazioni dell’inconscio collettivo che hanno un senso profondo, ma devono essere interpretati in termini psicologici.
Se si accettano alla lettera le Scritture si è vittima di regressione mentale e fanatismo, come vediamo accadere nelle sette e in ogni forma di integralismo religioso.
Tuttavia se rifiutando i miti neghiamo del tutto l’esistenza della dimensione spirituale, non possiamo comprendere dinamiche fondamentali della nostra stessa psiche e non possiamo troviamo noi stessi e il senso della vita.
Torniamo al raccontino del Lingam: come uomini moderni sappiamo che non ci sono inferni né demoni che ci aspettano, tanto meno divinità che scendono dal cielo per salvare la nostra anima peccatrice e condurci in paradiso grazie a un’occhiatina ad una pietra oblunga custodita nel tempio.
Come ho detto, possiamo interpretare in termini psicologici i fenomeni religiosi e con questa prospettiva, anche questo raccontino assurdo acquista tutt’altro senso e significato. Possiamo interpretare il furto e l’omicidio come gli errori che nascono dalla prospettiva egocentrica che conduce ad azioni negative e creano conflitti. I demoni sono i sensi di colpa e le paure che assillano l’ego. L’inferno è la sofferenza mentale, la depressione e l’angoscia che travolgono l’io.
Il Lingam è un simbolo del Sé. Shiva è Coscienza-consapevolezza oltre all’io.
Ricordare il Sé, vuol dire riconoscere l’essenza coscienziale. Identificarsi con il Sé rappresenta la trascendenza dell’io, la disidentificazione dalla forma esteriore, dal corpo e dal personaggio, nel ritrovamento dell’Unità della Vita. Il vero Yoga è individuazione e integrazione nel Sé. Liberazione attraverso il ricongiungimento con la Coscienza impersonale che percepisce il mondo in trasparente serenità, come fosse una rappresentazione teatrale.
Il paradiso di Shiva è la realizzazione del Sé. La realizzazione è immediata come il risveglio dal sogno, è sufficiente ricordarsi della sua presenza e riconoscerla.3196544159_7099e3fbb6
Vedere il lingam del tempio prima di morire significa che nel ricordare il Sé, l’io può morire senza che per noi ci sia alcuna perdita. Ora riconosciamo che quest’io era un’immagine mentale simile al sogno e con la sua fine siamo liberi dai suoi conflitti e le sue pene. Questa morte è liberazione e rinascita.
Solo così possiamo partecipare alla vita come sereni testimoni di un appassionante spettacolo perché dalla prospettiva del Sé indiviso vediamo Dio (Coscienza) in ogni cosa.
Lo Spirito che è la nostra vera natura, risiede prima e oltre il sorgere della coscienza dell’io, oltre lo spazio e il tempo e quindi oltre ogni possibilità di concettualizzazione. Non è certo qualcosa che il pensiero e le parole possano contenere o la mente immaginare. E’ l’inesprimibile quiddità dell’Essere.
Quando ritroviamo il vero Sé e ci risvegliamo alla consapevolezza dell’Unità, affrontiamo in modo radicalmente diverso le gioie e le sofferenze che comporta l’esistenza terrena, e allora la vita si svolge in modo spontaneo e armonico. La vita è un’esperienza di amore, di crescita e liberazione quando si agisce seguendo il cuore, liberi da maschere e pienamente in contatto con “ciò che è”.
Riconosciamo allora che l’io che s’immagina coinvolto dalla vita è solo pensiero, che la realtà non è divisa in percettore, percepito e atto della percezione. Tutto è “Ciò”, tutto è un’Unità impensabile, che tutto contiene, anche questa illusoria triade. In quest’Unita la sofferenza e i conflitti scompaiono. Ed è proprio in momenti di grande crisi dell’io, in modo particolare quando sentiamo vicinanza con la morte, che si presenta un’occasione di risveglio e liberazione.
Nel mezzo del Samsara ritroviamo il Nirvana, il mozzo immobile su cui gira la ruota della vita. La Consapevolezza si situa oltre il tempo e i fenomeni del divenire illusorio che la mente crea.

I LIMITI DELLA RAGIONE

L’Illuminismo nella storia dello sviluppo del pensiero ha molti aspetti positivi, che hanno spinto l’uomo a emanciparsi dalla superstizione. Tuttavia l’errore degli illuministi è stato il vedere nelle religioni solo una creazione dei sacerdoti per dominare il popolo, rifiutando di riconoscere l’universalità e il significato di queste creazioni della psiche. Le religioni possono essere strumentalizzate e distorte dagli uomini, ma hanno origine nelle profondità dell’inconscio collettivo. Affidare la soluzione del problema umano alla sola Ragione, a scapito delle dimensioni invisibili del mondo interiore e dell’anima, ha provocato una maggior dissociazione dall’inconscio. In questo modo abbiamo realizzato un grande sviluppo tecnologico che paghiamo però con l’alienazione dal Sè e con la perdita del significato profondo della vita.
Vediamo lo sviluppo disarmonico di una società malata e corrotta, schiava dell’egoismo, che sta distruggendo la natura e i tutti i valori autenticamente umani, in cui depressione, ansia, e relazioni conflittuali sono endemiche. In questo modo l’approccio razionale e lo sviluppo scientifico e tecnologico, nonostante le straordinarie scoperte, non hanno portato alla maggior parte degli individui la felicità promessa .
Oggi la scienza è giunta a riconoscere questi valori, e la Fisica Quantistica con i suoi Nuovi Paradigmi, la Psicologia Transpersonale, l’approccio olistico ed ecologico, sono espressioni di questo riavvicinamento, in cui scienza e religione, spirito e materia, conoscenza e saggezza possono integrarsi.
Ritornando al racconto del Lingam, facilmente coloro che si professano Induisti, soprattutto se occidentali, pur considerandolo iperbolico, aderendo alle suggestioni della fede si predispongono inconsapevolmente a cadere nell’inganno di confondere i simboli con la realtà.

Un antico Rishi

Un antico Rishi

Sono spinti a pensare che gli antichi Rishi che hanno compilato i Veda conoscessero il potere di simboli sacri davvero efficaci e che quindi adorare un pezzo di pietra possa portare benefici sul piano dell’io con cui si identificano. I benefici riguardano i desideri e le paure dell’io, e quindi è errato considerare questi rituali una pratica spirituale. Il vero cammino spirituale infatti, consiste nella dissoluzione di questo falso io e con esso dei desideri e paure che esso crea. (Su questo tema vedi il brano: “Translazione o Trasformazione” di Ken Wilber, tratto dalla rivista da What is Enlightenment?.
Il potere degli archetipi possiede la mente degli individui che non hanno ancora preso coscienza di sé e sono liberati dai condizionamenti culturali e dalle prigioni concettuali acquisite. Essi proiettano all’esterno ciò che va realizzato individualmente in se stessi. E’ infatti più facile impegnarsi ad accontentare l’io che mettere in discussione la sua realtà. E’ più facile seguire le ingiunzioni religiose che pensare con la propria testa e perseguire l’autoindagine e il risveglio. Più facile imparare a memoria dei complicati mantra sanscriti che guardarsi dentro e riconoscere le pretese e gli inganni dell’io.
Il Vedanta va oltre il linguaggio simbolico con profonde intuizioni che mettono in luce le illusioni mentali dell’uomo identificato con l’ego e indicano la via dell’integrazione della Coscienza. (Trovate mie traduzioni di testi su Shiva e il Non-Dualismo nel sito: La Saggezza non Dualista). Sono indicate vie esperienziali alla trascendenza-integrazione e non solo fede in concetti, dogmi e simboli. Secondo i saggi la vita è espressione di Maya e il risveglio è la liberazione da ogni conoscenza concettuale e relativa che, in quanto tale, è Avidya (ignoranza). Troviamo le stesse indicazioni nel Buddismo Zen e nell’insegnamento dei Buddha e dei Grandi Maestri Buddhisti. Vedi ad esempio Il Mahamudra di Tilopa.
Quando si compiono rituali o si accettano delle idee, sulla base dei condizionamenti culturali, quando si prendono i simboli o le parole alla lettera, e ci si comporta come se in cambio del rito o all’aderenza alla fede, Dio ci desse qualcosa in cambio, si è davvero fuori strada. Questo commercio immaginario con un Dio altrettanto immaginario, è un altro inganno della mente.
C’è un modo sano e benefico di avvicinare i simboli archetipici che i rituali rappresentano. Queste pratiche possono essere passaggi di un autentico percorso spirituale, e strumenti efficaci per pacificare la mente, rivolgere l’attenzione all’interno e connetterci con il nostro Sé.
Con il risveglio i testi del Vedanta e la saggezza di tutte le religioni divengono chiari e di facile comprensione, tanto che parrà impossibile averli per tanto tempo considerati astrazioni che è difficile se non impossibile “applicare” nel quotidiano. Per il successo sul cammino della liberazione è sempre indispensabile riconoscere gli inganni e i limiti del pensiero e l’evanescente natura dell’io. E’ necessario interpretare i simboli e soprattutto, essere in grado di riconoscere i tranelli dell’ego spirituale. Quella spirituale, infatti, è per l’Ego la più subdola di tutte le fogge e la storia lo mostra chiaramente.