Le generazioni invisibili

Le nuove generazioni hanno modi differenti di vivere il presente: alcuni lo affrontano, studiando, lavorando, realizzando progetti, creandosi una famiglia, mettendosi in prima linea per se stessi, per le persone che amano e per proteggere i propri ideali. Altri invece osservano il mondo e gli eventi in disparte, come se fossero in una bolla o su un altro pianeta, senza schierarsi, senza farsi vedere. Vivono nell’invisibilità, si cullano nei mondi immaginari e irreali che si creano. Ve ne sono di due tipi in particolare, fenomeni che oggigiorno affliggono la società e che non devono assolutamente essere sottovalutati.

Gli hikikomori: soli con il computer
HikikomoriPer i primi che analizziamo, il sintomo principale è la vergogna, sentono la distanza tra le aspettative per se stessi e la realtà come una sconfitta, senza riuscire a reggere il confronto: così si isolano in camera, con un computer, connessione internet e cibo spazzatura, navigando sui social network o giocando online, rinunciando alla famiglia e alla collettività. Sono gli hikikomori, giovani auto reclusi, solitari della rete; il termine significa stare in disparte, isolarsi, e deriva dal giapponese hiku (tirare) e komoru (ritirarsi). Questo fenomeno, che colpisce i giovani di 13/14 anni, è nato a metà degli anni ’80 in Giappone e recentemente si è propagato anche in Europa; in Italia i primi casi sono stati registrati nel 2007 e oggi gli psicologi, in base alle loro esperienze, stimano che ne sono affetti circa 20/30mila giovani, un dato significativo, ma non quanto la Francia, con i suoi quasi 80mila.
Ci sono due teorie che cercano di spiegare cosa porta all’isolamento dei ragazzi: la prima ipotizza che gli hikikomori nascano per colpa del web, che li attira nella sua rete escludendoli così dalla vita reale; la seconda invece suppone che questi giovani soffrano e stiano male, dunque si rifugiano di loro spontanea volontà tra i siti internet, che restano così per loro l’unico modo per esperire, seppure virtualmente.

I Neet, non studiano, non lavorano: quale futuro per loro?
hikikomori.000Passiamo ora al secondo gruppo: i Neet (che sta per Not in Education, Employment or Training), parola che identifica un numero sempre maggiore di giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano più, non hanno ancora un lavoro e non seguono corsi professionali. In Italia sono il 26%, all’incirca 2milioni e mezzo di giovani con poca differenza tra maschi e femmine, percentuale sensibilmente aumentata rispetto al 19% del 2008; i Neet sono aumentati sia a causa di coloro che hanno abbandonato prematuramente gli studi, sia a causa di un mercato del lavoro che pretende ma non dà in cambio, ovvero vuole giovani flessibili e sempre disponibili senza però far nutrire alcuna speranza di carriera. Tra i Neet si nascondono gli emarginati, ragazzi con problemi famigliari e scolastici, vicini all’illegalità, e i “ragazzi sulla soglia”, giovani-lavorocosì come vengono definiti da uno studio di WeWorld presentato a Roma in ottobre, che si crogiolano nel nulla tentando di districarsi in un futuro incerto e buio; sono giovani che non riescono ad allinearsi con le richieste del mondo in cui vivono, non hanno un esempio da seguire, vengono pressati da famiglie con ampie aspettative nei loro riguardi, e tendono così ad isolarsi, escludendosi dalla vita reale e dai social network, scomparendo piano piano, come se non fossero mai esistiti. Le istituzioni fanno poco, la crisi mondiale non aiuta, la società aspetta che siano i giovani a fare il primo passo. E così i Neet, impauriti e forse anche un po’ delusi e amareggiati, stanno seduti e aspettano, invano. Cosa, non lo sanno nemmeno loro.
Ci sarebbe ora da porsi una domanda: se questi fenomeni dovessero propagarsi ancora di più e aumentare sensibilmente… che ne sarà del nostro futuro?

Erika Minghetti
Laureata in interpretariato e comunicazione, ha frequentato corsi di recitazione e doppiaggio. E' appassionata di viaggi, libri e cucina.