I suoni che curano

I suoni che curano

La musica è sicuramente una delle più belle espressioni dell’uomo. Essa parla oltre le parole, comunica oltre la comunicazione, e riesce a dar voce e vita a vibrazioni e frequenze. La musica è vita ed energia e dona bellissime emozioni, evoca stati d’animo, predispone ai sentimenti, alle  sensazioni, genera emozioni. Insomma, può davvero dare molto all’uomo. Questo termine si utilizza in maniera anche metaforica. Noi infatti parliamo talvolta anche di “musica della natura”, “del cuore” e così via. In effetti tutto è suono, o tutto può diventarlo. Nel senso che qualsiasi cosa può essere ricondotta, a meno di multipli, ad una frequenza sonora. Quindi, in un certo senso, tutto pMusical-Wallpapersuò risuonare. Non a caso Platone parlava di “Musica delle Sfere”.
Il potere del suono è davvero notevole, forse molto più di quanto si possa immaginare. Esso può apportarci delle modifiche, in quanto può cambiare ed allargare le nostre percezioni, migliorare il benessere, aumentare la consapevolezza, ridonandoci armonia e salute. E rendendoci migliori. La musica è anche fonte di vero benessere. Sempre di più si sta scoprendo che essa può veramente influire sulla salute della persona, le sue capacità logiche e intellettive, il suo contatto con il mondo, la sua energia in senso globale. E può dare luogo a risultati davvero sorprendenti, sia nel senso della guarigione della persona, che in quello del miglioramento delle sue condizioni e dell’affronto migliore di una malattia. D’altronde la Fisica moderna dimostra sempre di più che tutto è vibrazione. Il suono, come vibrazione sonora, è quindi in grado di produrre mutamenti, anche consistenti, nel mondo circostante.

Nella musica si possono subito distinguere due elementi: uno oggettivo, dato dal suono, come frequenza, onda, insieme di onde; ed un altro soggettivo, dato dalla percezione della musica stessa. Entrambi questi elementi possono concorrere all’utilizzo della musica come benessere, nel senso che talvolta è soltanto l’oggettività della vibrazione sonora ad essere utilizzata, mentre in altri casi è proprio la modalità di percezione a fare la differenza, ed è su quella che si lavora a livello terapeutico.
Innanzitutto, parlando di suono, si parla di frequenze sonore. Di quella banda di frequenza che l’orecchio umano può udire. Questa non è l’intera gamma di suoni esistente. Nell’atmosfera ci sono diversi suoni, anche molto forti,  che non riusciamo ad udire, in quanto sono fuori dalla nostra gamma uditiva. L’orecchio umano, orientativamente, riesce a percepire le frequenze comprese tra 20 e 20.000 Hz. Prima di questa gamma si trovano i cosiddetti infrasuoni, aldilà gli ultrasuoni, rispettivamente, suoni a frequenza più alta e più bassa di quella udibile. Alcune specie animali, come i cani, hanno la capacità di sentire gli ultrasuoni, i quali possono essere usati anche come applicazione terapeutica: questo si basa sul fatto che un’onda, a contatto con un sistema biologico, tende a perdere energia, cedendola al sistema. musical-deviceMaggiore è la frequenza dell’onda, maggiore sarà la diminuzione di energia. E’ un meccanismo noto alla Fisica che l’energia dissipata, la resistenza ad una forza, genera calore (basta vedere fenomeni come l’attrito o la resistenza elettrica). Quindi, grazie a questo fenomeno, quando un’onda penetra nel corpo umano genera calore. In questo caso, si utilizzano le frequenze degli ultrasuoni. Il calore può avere un effetto benefico, noto da diverso tempo, su alcuni tessuti del corpo. Le terapie ad ultrasuoni sono utilizzate in medicina dalla metà del ventesimo secolo (per approfondire potete visitare il sito http://www.albanesi.it/Arearossa/Articoli/ultrasuoni.htm).
Credo sia stato interessante incominciare mostrando un’applicazione delle onde acustiche (anche se non udibili perché a frequenza troppo alta per essere da noi udite) al benessere dell’uomo. Ma le applicazioni possibili sono di ben altra portata e vanno a fondere senza attriti il campo spirituale con quello scientifico. Dimostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, che scienza e spiritualità sono dei mondi molto più vicini di quanto si pensi, sino a compenetrarsi.

Un suono ha delle caratteristiche fondamentali: intensità, altezza e timbro. L’intensità è quella che ci dice se un suono è forte o piano; l’altezza se è acuto o grave, il timbro, identificato dalla forma delle vibrazioni, ci dice, sostanzialmente, che suono abbiamo. Lo stesso suono, infatti, può essere emesso da un violino, da un pianoforte, o dalla voce umana. Stessa altezza, intensità, ma timbro differente.
Riguardo all’intensità e all’altezza, noi non udiamo suoni troppo flebili (quindi con intensità troppo bassa), o al di fuori della sfera uditiva (infrasuoni ed ultrasuoni). Quindi, i suoni che udiamo appartengono ad una gamma ben precisa. In questo caso, i parametri possono essere molto soggettivi: i  suoni più flebili possono essere percepiti solo da chi ha un udito fino, come ad esempiogli aborigeni australiani, abituati ai silenzi, mentre noi siamo troppo bombardati dal rumore.
La stessa percezione dipende dal mezzo in cui ci si trova. E questo porta una distinzione tra onde elettromagnetiche e meccaniche. Le prime non hanno bisogno di un mezzo per propagarsi, e nel vuoto si propagano ancor meglio (un esempio è la luce, che in mezzi densi si propaga meno: nell’acqua profonda, infatti, non c’è luce); le seconde, invece, abbisognano di un mezzo, e più questo è denso meglio possono propagarsi. Le onde sonore sono meccaniche: ed infatti nell’acqua si propagano meglio che nell’aria.
L’elemento più interessante su cui soffermarsi qui è il timbro. Non tutti sanno che il timbro è dato da note che non udiamo. Quando noi suoniamo o cantiamo una nota, infatti, quel suono contiene più note. Quella che udiamo si dice “fondamentale”; ma ve ne sono altre, le “armoniche”, che non udiamo, perché la loro intensità è molto bassa; esse ci dicono, ad esempio, se un suono è emesso da un violino, da un sassofono, da un flauto o da un pianoforte.
Anche se sono suoni che non udiamo, sono quelli che distinguono i vari suoni e la qualità dei suoni che udiamo. Matematicamente, ogni frequenza sonora può essere vista come una serie, nella quale il primo termine è quello della frequenza che udiamo, mentre gli altri sono quelli delle armoniche. Ciò che determina la differenza, quindi, tra i vari strumenti, quella che in termini matematici è “la forma delle vibrazioni”, dipende da ciò che non si ode. Secondo alcuni studiosi, tra cui Jonathan Goldman, sono proprio i suoni che non udiamo ad avere il maggior potere curativo. Sono proprio quelle armoniche, che escono dal nostro campo uditivo. E’ proprio quello che lui stesso definisce “Il potere delle Armoniche” a curarci maggiormente.
campane tibetane

Le armoniche, naturalmente, non sono udibili, se non indirettamente, solo per l’intensità dei suoni, ma anche per la loro frequenza. Infatti, la loro frequenza sale molto rapidamente. La prima armonica ha frequenza tripla della fondamentale, la seconda quintupla e così via. Si arriva rapidamente a frequenze che non udiamo. Credo che questo fatto del timbro frutto di ciò che non udiamo, ma che è ben presente nel suono stesso (nessuno potrebbe confondere il suono di un violino con quello di un flauto, anche se suonano le stesse note) possa essere piuttosto interessante, e potrebbe essere proprio l’elemento terapeutico della Musica.
L’elemento soggettivo è quello legato alla nostra percezione. E riguarda il modo con cui non percepiamo la musica. L’apparato uditivo è quello che, ovviamente, permette di percepire la musica. Ma è propria della mente e del cervello la sua elaborazione, il ritorno a noi di sensazioni ed emozioni.
Credo che, parlando di percezioni, non si possa prescindere dalla visione moderna della Fisica, legata allo sviluppo della Fisica Quantistica. Secondo questa visione, i concetti di spazio e tempo sono radicalmente mutati. Nella visione classica della Fisica ogni struttura occupa un solo spazio e non sono noti fenomeni come la simultaneità. Passando alla Fisica moderna, la simultaneità, la possibilità di due strutture di occupare la stessa posizione nello Spazio – Tempo sono elementi acquisiti. Applicando la visione quantistica alla percezione del suono, si può affermare che quello che si percepisce non sia la realtà, ma una simulazione della mente.
Paolo Mantelli, del Laboratorio Ricerca Educativa (LRE) dell’Università di Firenze (http://www.edscuola.it/lre.html) ha definito come nel processo di percezione musicale sia importante la cosiddetta “sinestesia”, vale a dire la comunicazione simultanea tra più aree del cervello. Questo tipo di concetto, che la Fisica classica ignora, ricalca il fenomeno dell’entanglement della Fisica quantistica, elaborato da Schroedinger nel 1935. Un processo che afferma come due particelle, venute a contatto in un certo momento, possano scambiarsi informazioni in tempo reale da qualunque punto della spazio, indipendentemente dalla distanza. In questo caso potremmo definire l’entanglement come la condivisione dello spazio – tempo da parte di due o più particelle. Nella musica siamo in una condizione di questo tipo. Infatti, possiamo avere una percezione simultanea di due suoni. Il caso del contrappunto, che deriva appunto da più suoni sovrapposti, ne è un esempio. La prima parte dello studio del Prof. Mantelli si può trovare all’indirizzo: http://www.egocbrainreanetperu.com/cervello_musica1.pdf
Essendo un fenomeno decisamente complesso, la musica coinvolge più aree del cervello nel processo di ascolto. L’emisfero destro è quello maggiormente interessato dal processo di ascolto musicale. Le zone uditive del cervello sono quelle maggiormente stimolate. Inoltre, vengono stimolate le aree legate alle emozioni, vale a dire l’Amigdala e l’Ipotalamo.

Un elemento decisamente interessante che è emerso da studi effettuati sull’argomento è il fatto che il senso della consonanza e della dissonanza, ed in un certo senso la percezione dell’estetica musicale, sono qualcosa di innato, che pare derivare dall’evoluzione, e non qualcosa che viene acquisito successivamente.
In tal senso appaiono davvero degni di nota gli studi compiuti dalla Dottoressa Isabelle Peretz presso l’International Laboratory for Brain, Music and Sound Research (BRAMS), dell’'Università McGill di Montreal, Canada. Nel corso di questi esperimenti sono stati fatti ascoltare alcuni brani musicali a dei neonati, che quindi non potevano avere avuto, almeno in questa vita, esperienze legate a percezioni musicali dirette. Testandoli con una Biorisonanza Magnetica, quando si facevano ascoltare musiche di tipo consonante, apparivano già in modo molto chiaro le zone del cervello coinvolte nell’ascolto musicale. Altrettanto sorprendentemente facendo invece ascoltare della musica con alcune dissonanze, o totalmente dissonante, in alcuni di loro non si notava alcuna attivazione nell’emisfero destro, mentre incominciavano ad attivarsi zone nell’emisfero sinistro.
Qualcosa di simile avveniva con il linguaggio. Facendo ascoltare a dei bambini una frase letta con una voce normale, si attivavano zone del cervello sia nell’emisfero destro che sinistro; facendo ascoltare la stessa frase con un tono di voce robotizzato, non si notava alcuna attivazione.
Interessante appare un incontro tenutosi presso la Camera di Commercio di Bergamo (il video, di circa due ore, è all’indirizzo web: http://www.bergamoscienza.it/ita/Default.aspx?SEZ=6&PAG=58&NOT=182).
Questi esperimenti (di simili ne sono stati svolti anche al Max Planck Institute di Lipsia, in Germania) mostrerebbero come il senso della dissonanza e del suono del linguaggio siano innati nei bambini. left-brain-right-brainNon a caso, la musica dissonante deriva da uno studio musicale, ovvero da una ricerca che non appare come istintiva ma in qualche modo costruita. Soprattutto in una parte di musica contemporanea, il musicista tende a perdere il contatto con il pubblico, l’ascoltatore, per divenire un puro ricercatore musicale.
Altri studi effettuati sul cervello durante l’ascolto musicale evidenziano un altro aspetto che può apparire particolare: man mano che la competenza musicale cresce, l’ascolto musicale è registrato sempre di più verso dall’emisfero sinistro, quindi.l’ascolto diviene quindi sempre più legato all’aspetto intellettivo, logico elaborativo, invece che a quello dell’emozione musicale.
Prima puntata - continua