Chiara Dynys: i colori luminosi dell’illusione

Due mostre degli ultimi lavori

Chiara Dynys: i colori luminosi dell’illusione

Il ciclo dei "Poisoned Flowers" esposti contemporaneamente a Milano nella galleria Tommasi Arte Contemporanea e a St. Moritz da M77, in cui le immagini fotografiche dei fiori appaiono e scompaiono alla vista annullandosi nel monocromo, permettono di riflettere sulla recente ricerca dell'artista sul tema dell'illusione e dell'attraversamento

Il percorso artistico che conduce ai Poisoned Flowers esposti in questo mese nelle due Gallerie, in Italia e in Svizzera, parte da lontano, da una sperimentazione continua dell'artista sulla materia, sulla luce, sulla percezione, che sviluppa da autodidatta.
001-Chiara DYNYS-Poisoned Flowers (copertina)(1)Chiara Dynys nasce a Mantova nel 1958; dopo il liceo classico si laurea in Scienze Politiche e nel 1989 si trasferisce a Milano dove inizia l'attività espositiva. Interessata alla resa delle sostanze, mescola su carta china e cera in successive stratificazioni, usa la creta, la plastilina, le resine, lo smalto, la sabbia e la pirite e compone grandi monocromi.

La tridimensionalità
Poi la sostanza acquista spessore e la ricerca volge alla tridimensionalità: nascono delle forme coniche tronche – in plastica, cera, tessuto, porcellana, marmo, legno, resina, acciao – che distribuisce sulle pareti delle gallerie con una disposizione ritmica, in modo da creare installazioni fatte, come dice l'artista, da "monadi che simboleggiano l'attraversamento, il passaggio".

La luce
A partire dalla metà degli anni Novanta il suo interesse si orienta su tutto ciò che si relaziona con la luce (ambientale o interna all'opera) e che interagisce con la materia e lo spazio: come la piramide tronca esposta nel 1994 (Senza Titolo), che cattura la luce e la moltiplica tramite dei vetri specchianti rivolti verso l'interno, dove una più piccola piramide tronca di alabastro ne viene illuminata naturalmente. Nello stesso anno interviene nello spazio dell'ex Lanificio Borra di Carignano (1994), colorando la sua illuminazione con le gelatine rosse. Se in Serendip (2000) la luce attraversa i tre grandi diamanti e si riflette sulle sfaccettature di plastica semitrasparente nei colori primari e lucenti giallo rosso e blu, in Mare di tranquillità (2001) l'artista crea una narrazione di luce nel video proiettato nei due schermi affiancati.

002.Chiara.DYNYS.Pesi.Lievi.2001.1

"Pesi lievi" (2001).

Mentre in Pesi Lievi (2001) la luce proietta l'immagine virtuale appena accennata del corpo nudo dell'artista in una vasca di cristallo inondata di acqua e luce blu, in cui sembra fluttuare e adagiarsi sul fondo. In altre opere è l'uso di specchi e di vetri trasparenti che consente l'attraversamento dello spazio infrangendo le barriere fisiche, come in Ombre Rosse (2002), composto da teche di vetro che riflettono rettangoli colorati negli specchi volti verso l'interno. Nello stesso anno progetta una stanza cubica, realizzata con un telo flessibile di PVC, Glitter Gates, in cui ogni cinque secondi cambia l'illuminazione colorata, immergendo il fruitore nella totalità avvolgente del colore-luce: rosso, verde, magenta, ciano, giallo, arancione, viola e bianco, ciascuno con una vibrazione fisica ed emotiva diversa.

003.Chiara.DYNYS.Shanghai.2006.1

"Shangai" (2006).

Il calembour concettuale acquista una sfumatura di ironia in Shanghai (2006), un'installazione a grandezza d'uomo in cui dei tubi di plexiglass opalescenti, riempiti con diverse composizioni gassose in modo da ottenere coloriture luminose smaglianti e inusuali, alludono al doppio significato della città cinese e del gioco con i bastoncini colorati.
Parlando dell'uso della luce, Chiara Dynys dice che è la vera e propria materia prima con cui ottiene una visuale completamente nuova dello stesso spazio, con cui trasforma radicalmente la percezione di un ambiente, ribaltando le sue regole, cioè i suoi contorni fisici creando un senso di alterazione della realtà ordinaria.

L'illusione
Spesso si è cercato di modificare la percezione dell'osservatore, che è un'azione soggettiva dell'atto del guardare. Già Democrito nel V secolo a.C. sosteneva che i sensi ci ingannano e l'arte se ne è interessata in vario modo: dalla anamorfosi rinascimentale al movimento contemporaneo dell'arte cinetica che provoca la sensazione di un movimento virtuale, tramite la forma e il colore.
A Chiara Dynys non interessa dimostrare che la visione è soggetta a distorsioni visive e percettive, ma piuttosto utilizzarne alcune regole per mostrare la complessità della realtà, che nell'uno contiene gli opposti. Per far ciò usa la stampa digitale su lastra lenticolare - un materiale plastico trasparente zigrinato che, tramite le proprietà di rifrazione e di riflessione della luce, produce diversi effetti ottici, in relazione all'angolo della visione - con cui sviluppa il tema dell'ambiguità e della doppiezza.

005-Chiara-DYNYS-Poisoned-Flowers (2014)

"Poisoned flowers" (2014).

In Born to be confused (2004, nella collezione permanente del Mart di Rovereto) centocinquatatre lightbox di plexiglass, stampati con colori vivaci e contrastanti su lastra lenticolare, che mostrano ciascuno una parola e il suo contrario, secondo l'angolo di osservazione: ordinde/disordine, slow/fast, prima/dopo, buono/cattivo, life/death, love/hate... Mentre nei ventisette lightbox di South and South (2005) abbina il nome di due città, contrapponendole in modo che ne emerga il significato politico: Moscow/Groznyj Cecenia, Las Vegas/Guantanamo Usa, Kiev/Chernobyl Ucraina, Capri/Gioia Tauro Italia, Medjugorje/Srebrenica Bosnia...

La dissolvenza
Ma se la realtà è complessa e mai univoca, e anche impermanente: nel ciclo dei Poisoned Flowers (2014), Chiara Dynys presenta delle stampe lenticolari di fiori in doppia composizione, dai colori intensi e smaglianti e li contorna con importanti cornici dalla profondità fortemente aggettante, che riprendono il colore principale, ammorbidito dalla fusione cerosa del metacrilato.

004-Chiara DYNYS-Poisoned Flowers (2014)

"Poisoned Flowers" (2014).

Le immagini compaiono e scompaiono secondo il movimento dell'osservatore, come se un riquadro monocromo lentamente le ricoprisse, fondendosi con la cornice con un effetto di cancellazione. Dice l'artista che si è ispirata al racconto Picnic ad Hanging Rock, in cui delle bellissime ragazze di un collegio australiano durante una gita sulla montagna spariscono misteriosamente, forse inghiottite dalla formazione rocciosa. Come le ragazze anche i fiori, rappresentazione convenzionale del bello, sono 'inghiottiti' e si dissolvono misteriosamente nel monocromo che copre la falsa natura, la falsa bellezza. Fiori avvelenati, appunto.
Maurizio Sciaccaluga ha scritto che "Il visitatore è invitato a una sorta di cammino iniziatico: i suoi sensi e la sua immagine divengono componente vitale del percorso, si formano e si dissolvono e la sua esperienza della realtà ne risulta modificata".