Jean Mirò: i colori dell’arena

Mostra a Palazzo Te di Mantova

Jean Mirò: i colori dell’arena

Opere oniriche, poetiche, surrealiste e sperimentali di un artista gentile e determinato, che ha attraversato le correnti del Novecento, segnandone l'immaginario con il suo repertorio gioioso di forme e colori, tratto dalla cultura e dal paesaggio catalano

Miró. L’impulso creativo è il titolo della mostra allestita alle Fruttiere di Palazzo Te di Mantova (con opere dalla Fondazione Pilar e Joan Miró, di Maiorca), in cui fino al 6 aprile 2015 si possono ammirare cinquantatré lavori eseguiti negli anni Settanta/

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Le immagini  sono della © Successione Miró by SIAE 2014.

Ottanta dal grande artista catalano - tra disegni, quadri, terracotte, bronzi e arazzi- oltre alla presentazione, con pannelli fotografici e oggetti, dei due atelier di Palma di Maiorca, patria della madre, dei nonni materni e della moglie, dove l'artista si trasferì definitivamente dal 1956.
La mostra non segue un ordine cronologico ma è incentrata sulla sperimentazione delle diverse tecniche pittoriche usate dall'artista e guida i visitatori a focalizzare la loro attenzione su cinque procedimenti: Il gesto, Il trattamento dei fondi, La forza del nero, La sperimentazione con i materiali e L’eloquenza della semplicità.

In fuga dalle dittature
Joan Miró nasce a Barcellona nel 1893. Compiuti gli studi artistici si reca a Parigi e vi risiede per lunghi periodi, per conoscere i protagonisti dell'avanguardia artistica e i loro linguaggi, tra questi il cubismo di Pablo Picasso, l'astrattismo spirituale di Vassily Kandinskij, l'umorismo irriverente dei dadaisti Marcel Duchamp con i suoi umoristici object trouvé e Tristan Tzara con la sua disintegrazione del linguaggio; infine l'automatismo psichico dei surrealisti Marx Ernst e André Breton, con cui firma il manifesto del 1924 meritandosi da quest'ultimo l'appellativo di “il più surrealista di noi tutti”.
002-MIRO-scultureDi animo mite e gentile, semplice e umile, con una tranquilla educazione borghese, lo descrivono nel periodo parigino vestito con bombetta, bastone e monocolo.
Quando negli anni Quaranta le truppe tedesche occupano la Francia, l'artista catalano torna in Spagna, dove vive in solitudine nell'isola di Maiorca fino alla caduta del franchismo; solo allora la sua patria gli riconosce il merito artistico che già tutti gli altri Paesi gli avevano tributato e nel 1980 il Re Juan Carlos gli consegna la medaglia d’oro delle Belle Arti. Muore a novant'anni nel 1983.

Un alfabeto onirico
Seguirò anch’io una successione di tecniche, stili e contenuti, slegata da una progressione cronologica. Come tutti gli artisti dell'epoca, Miró sperimenta le possibilità tecniche della pittura svincolata dalla riproduzione e incentrata sul mezzo, attraversando - nella sua lunga e prolifica attività - le correnti che via via emergono sulla scena occidentale. Con spirito dadaista incorpora nei quadri carta vetrata, legno, giornali, chiodi, corde, lana e altri oggetti; raccoglie pietre e legni di cui scorge nascosti collegamenti che interpreta in modo libero e disinvolto, assemblando, modificando e reinventandone il senso; a volte utilizza come punto di partenza persino opere non sue, trovate nei negozi o nei mercatini e ci dipinge sopra.

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"Senza titolo" (1968-1969).

 

Benché il suo stile parta da un processo creativo inconscio e automatico, come suggerito dai surrealisti, nella successiva elaborazione assume riferimenti concreti a qualcosa di visto, di cui coglie analogie e riferimenti. I suoi lavori possiedono un lato gioioso, sereno, leggero e umoristico, come nelle divertenti sculture in mostra create combinando object trouvé poi fusi in bronzo: L’uccello si nasconde tra le dita in fiore e Donna (1969).
In un colloquio con il pittore Walter Erben dichiara: “Ogni forma, ogni colore nei miei quadri risale a un tratto di realtà. Sotto i concetti di 'puro colore' e di 'pura forma' io non posso rappresentarmi nulla. Questo è contemporaneamente colore, forma e nello stesso tempo anche sorpresa. (…) Tutto ciò che c'è sui miei quadri esiste!”.
Miró lavora per lunghi periodi a più opere contemporaneamente, mai una per volta, realizzando delle serie sempre in numero dispari; i soggetti appartengono a un mondo poetico e musicale, con la semplicità delle pitture rupestri che lo hanno appassionato nella visita alle grotte di Altamira (1957), con l'innocenza e l'ingenuità dei disegni infantili, comprensibili istintivamente o misteriosi, come nel disegno Senza titolo (1968-69) riprodotto qui sopra.

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"Uccello che prende il volo verso l'isola deserta" (1966).

Affascinato dalla calligrafia giapponese, con cui entra in contatto nei suoi viaggi (del 1966 e del 1969), trasforma la raffigurazione in una sintesi, ottenuta con la riduzione delle forme in un gesto rapido e inclusivo, che mostra il raggiungimento della maestria nella spontaneità del segno, come in Uccello che prende il volo verso l'isola deserta (1966).
Miró inventa un repertorio di segni e di soggetti - la donna, gli occhi, gli uccelli, le costellazioni cosmiche, le forme svolazzanti nello spazio, gli arabeschi, le spirali, i filamenti, le frecce, i punti, i cerchi, le stelle, la luna, i simboli del sesso, gli idoli, gli ideogrammi, le macchie – che combina in modo sempre diverso e inserisce in uno spazio a-prospettico.

I colori di Maiorca
Dopo il suo primo viaggio negli Stati Uniti e il suo incontro con il drippling di Pollock (nel 1947 e a Parigi nel 1952) si apre a una gestualità libera e casuale: lascia le impronte delle proprie mani, stende il colore con le dita, lo spruzza o lo fa sgocciolare sulla tela stesa sul pavimento che poi raddrizza per farlo colare, lo rovescia con secchiate liquide di tè, caffè o altri liquidi. Arriva anche a bruciare la tela versandoci sopra della benzina e dandovi fuoco o usando il cannello ossidrico, ma al contrario di Alberto Burri (1957) e di Yves Klein (1961), ne distrugge completamente una parte sventrando la tela, in una sperimentazione incessante, come in Tela bruciata 5 (1973), in cui rimane solo una parziale porzione del dipinto di partenza.

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Progetto per un monumento (1972).

Influenzato all'inizio della sua lunga attività artistica dai colori fauve e dai loro accordi vigorosi, i colori propri di Miró sono quelli radicati nella cultura e nell'assolato paesaggio maiorchino: Antonio Gaudì, la corrida, l'ocra dell'arena, il blu cobalto del cielo terso, il giallo cromo del sole, il rosso profondo del sangue, a cui aggiunge di volta in volta tocchi di di altri colori intensi e su cui impera il nero inchiostro. Tuttavia proprio il tema de La corrida (1945) è svolto dall'artista con tono spiritoso e leggero: il contorno grafico e sinuoso di un toro imponente e buffo al centro della tela, lascia trasparire il fondo azzurro cielo con le macchie ocra chiaro dell'arena maiorchina, mentre il torero volteggia con il suo mantello rosso e giallo nell'angolo superiore della composizione, forse dopo un capitombolo.
Nel 1955-58 progetta per il palazzo dell'Unesco a Parigi Il muro del sole e Il muro della luna, una costellazione che vuole mostrare agli abitanti delle grandi città come siano il sole le stelle a determinare i giorno e le notti; l'opera è realizzata insieme all'amico ceramista Josep Artigas usando centinaia di piastrelle rettangolari di ceramica dal fondo in varie gradazioni naturali, su cui si stagliano i motivi grafici in colori pieni e intensi: il nero, il rosso, il blu e il giallo. La dimostrazione che Mirò continua tutta la vita a usare stili e linguaggi diversi è data da Maggio 1968: una colata di macchie nere, con tocchi di rosso, blu e giallo su fondo bianco, che celebra la ribellione degli studenti che con imponenti manifestazioni hanno dato l’avvio al Maggio Francese, invocando la Fantasia al potere, cui va la solidarietà del settantacinquenne maestro. Quattro anni dopo, nella maquette in resina sintetica Progetto per un monumento (1972), torna ai colori dei popolari siurell maiorchini - piccole figure di creta con inserito un fischietto, dipinte di bianco e ornate con righe, croci e punti verdi e rossi - e immagina una grande statua bianca che raffigura una donna a braccia aperte nell'atto di offrire il proprio sesso vermiglio quale inno alla fertilità e all’eterno ciclo della vita e della morte, mentre tocchi di colori primari sono distribuiti sui seni, sulle ginocchia, le braccia e le orecchie, con allegria pop.