I colori radiosi di Joseph Albers

MOSTRE

I colori radiosi di Joseph Albers

La Fondazione Stelline di Milano, in collaborazione con la Josef and Anni Albers Foundation, propone la mostra Josef Albers. Sublime optic, una selezione di opere del pittore tedesco Joseph Albers (1888 – 1976). Essa è divisa in due sezioni: al pianoterra la parte grafica dei lavori in bianco e nero, o meglio in nero e bianco, e al piano superiore i quadri. Contemporaneamente l'Accademia di Belle Arti di Brera allestisce nella sala napoleonica “Imparare a vedere: Josef Albers professore, dal Bauhaus a Yale”.
Maestro elementare a Bottrop, sua città di origine situata in una regione rurale della Germania, Albers si trasferisce a Berlino per stu004-Josef-Albers-alla-Bauhaus-1928diare pittura e poi, a 32 anni, a Weimar per iscriversi alla Bauhaus, dove frequenta il laboratorio di 'colore' e di 'pittura su vetro' di Johannes Itten. Tre anni dopo Walter Gropius lo nomina maestro apprendista negli stessi laboratori e vi rimane fino alla chiusura dell'ultima sede della scuola da parte dei nazisti nel 1933, data in cui emigra negli Stati Uniti, dove viene nominato docente di arte visiva al Black Mountain College in North Carolina e poi, dal 1950 al 1958, docente di colore all'Università di Yale nel Connecticut.
Questa breve biografia introduce all'insegnamento di Albers e ai due principali periodi che caratterizzano la sua produzione artistica: quello delle opere grafiche su vetro e quello dei quadri a colori.
Molto importante nell'attività dell'artista è la parte dedicata all'insegnamento svolto dal 1925 al 1961 in cui, professore amatissimo, condivide con i suoi studenti la sperimentazione che trasferisce poi nel suo operare: il suo coinvolgimento umano risulta anticipatore della rivoluzione della scuola post-sessantotto, il suo motto è “pensare in situazione”. Una didattica basata sull'apprendere facendo, sui continui confronti tra soluzioni diverse, su un entusiasmo contagioso che traspare dai ricordi dei suoi allievi. Dichiara in un'intervista del 1969: “Io non insegno arte, ma filosofia e psicologia dell'arte. Non insegno a dipingere ma a vedere, (...) ad aprire gli occhi. Questo è diventato il motto di tutto il mio insegnamento”.

“Io non insegno arte, ma filosofia e psicologia dell'arte. Non insegno a dipingere ma a vedere, (...) ad aprire gli occhi. Questo è diventato il motto di tutto il mio insegnamento”.

A Brera si può assistere in un filmato dell'epoca e nelle numerose fotografie all'entusiasmo con cui comunicava il suo metodo didattico; e alcuni risultati delle sue lezioni sui materiali sono evidenti nelle opere degli studenti. A questo proposito è interessante notare come la manipolazione dei materiali fosse portata avanti in contemporanea anche dall'insegnamento della moglie Anni, sposata negli anni della Bauhaus, la quale avendo trasferito nella tessitura la ricerca dell'espressività dei materiali in se stessi, e non nella trasposizione figurativa di altro, viene considerata la precorritrice della Fiber Art.
Alle Stelline la mostra prosegue divisa in due momenti: la prima parte dedicata alle opere grafiche, iniziate durante la sua frequentazione alla Bauhaus, quando l'artista conosce le nuove teorie della psicologia della Gestalt (fondata in Germania nel 1910) sul modo fenomenico in cui viene percepita la realtà, e si applica a sperimentare il comportamento della linea e delle illusioni ottiche. Tra le opere in vetro sabbiato si possono vedere alcune composizioni che saranno poi riprese e sviluppate dalla Optical Art. In questi lavori Albers ottiene l'apparenza di una luce che traspare dal mezzo traslucido, irradiando dall'interno del vetro opaco, con una tecnica personale che consiste nel sabbiare strati di vetro opaco fusi o laminati, insieme.
001-Josef-Albers,1938-1943Nel 1930 aderisce al movimento Arte Concreta, detto anche Concretismo, che sostiene un astrattismo geometrico privo di qualunque forma di associazione simbolica con la realtà, in cui linee e colori sono ritenuti 'concreti' in se stessi. Albers infatti, che definisce la sua arte “Arte percettiva”, esclude completamente la soggettività e l'emotività e lavora con assiduo e ripetitivo impegno sulle leggi della visione e sugli effetti dell'ambiguità ottica, con una riduzione di mezzi che sarà progenitrice del successivo Minimalismo.
I testi critici in catalogo vedono nell'operare rigoroso, nella ricerca del numero esatto (3 e 4 come i numeri alla base dell'architettura cattolica romanica) e nelle proporzioni un aspetto di profonda religiosità e misticismo. A mio parere Albers vuole indagare su come la percezioni del colore sia inflienzata dalla quantità, dalla forma, dalla materia, dalla luce, dalla distanza, dal volume e dall'interazione con l'ambiente fisico e sociale; non rilevo un discorso narrativo o simbolico dietro a questa attività. Lui stesso afferma che vuole insegnare ai suoi studenti in che modo un colore muti nell'interazione con i colori che lo circondano, oppure come tre colori sembrino quattro, o ancora come trovare la giusta gradazione intermedia equidistante a due sfondi diversi, che non mi paiono operazioni 'spirituali'. Tuttavia è vero che la qualità radiosa dei suoi colori attribuisce agli stessi una qualità che trascende la materia e si fa luce.002-Josef-Albers-1957
I suoi studi lo conducono a realizzare la serie delle 'Variazioni', composta da quadri organizzati sul calcolo della dose dei colori, che distribuisce in pari quantità con una formula che sfugge all'osservatore, modalità creativa che costituisce l'elemento fondamentale di tutta la sua opera, basata sull'espressione dell'ordine e della misura.
La legge del 'contrasto simultaneo' - in base al quale osservando a lungo il colore predominante si formano delle immagini residue, provocate dall'affaticamento delle cellule della retina che si scaricano producendo come reazione il suo complementare - caratterizza la famosa serie 'Omaggio al quadrato', basata sulla composizione di tre o quattro quadrati di puro colore, inscritti uno dentro l'altro, iniziata nel 1950 di cui realizzerà più di 1.000 versioni, definiti dall'artista “piatti per servire colori”.
In questi quadri Albers, per ottenere la qualità di colore da lui definita “cristallina”, dapprima ripassa sui pannelli numerose mani di gesso bianco opaco, quindi stende il colore a olio con una spatola direttamente dal tubetto, partendo dal centro per terminare nel quadrato più periferico. Questo procedimento gli consente di creare un fondo sul quale il colore denso riesce a riflettere quasi totalmente le radiazioni che lo colpiscono, con quell'effetto di irraggiamento così speciale.
003-Josef-Albers-1976Nicolas Fox Weber (Direttore della 'Josef e Anni Albers Foundation') riferisce che la stanza di Albers nel Connecticut “somigliava alla cella di un monaco dei primi monasteri cristiani. Alle semplici pareti bianche, rivestite di un intonaco tipo cartongesso, non era appeso niente”. Impressionati dallo stile della sua esistenza, i curatori del catalogo insistono molto sull'aspetto 'sublime' inteso come 'mistico', riferendosi alla fede cattolica professata con assiduità fino alla fine della sua vita, ai suoi comportamenti moderati sobri e appartati, alla ripetitività instancabile, meticolosa e rituale dei gesti, alla ricerca di una qualità sublime del colore, tanto da sottolinearlo nello stesso della mostra alla Fondazione Stelline: “Josef Albers. Sublime optic”.
A mio parere una condotta ascetica non è necessariamente mistica e l'arte di Albers parla per quello che l'artista voleva raggiungere e ha raggiunto: le sue composizioni si basano sulla ricerca della proporzione, della misura e della distribuzione spaziale, mostrano una profonda padronanza delle illusioni ottiche e una impeccabilità nella gestione del colore e dei suoi accostamenti. Procurano incanto nell'osservare quei colori così ariosi, vibranti, luminosi, il cui splendore irradia dal centro verso l'esterno come se il colore possedesse una luce interna. Una bellezza che deve parlare in sé, per le sue regole interne, per il suo linguaggio di proporzione-forma-colore, come i fondatori dell'arte concreta e dopo di loro molti altri astrattisti hanno sostenuto.