I colori cosmici di Yves Klein

“Klein Fontana, Milano Parigi 1957-1962”

I colori cosmici di Yves Klein

La mostra, al Museo del Novecento di Milano, presenta alcune opere di questo straordinario artista, che ha mescolato vita e arte con intensità e passione nella sua breve e visionaria esistenza. La triade dei colori iniziatici da lui prediletti: blu oltremare, rosa carminio e oro

In occasione della mostra Klein Fontana, Milano Parigi 1957-1962 proposta dal Museo del Novecento (Milano) per indagare il rapporto di amicizia tra il maturo Lucio Fontana (58 anni) e il giovane Yves Klein (29 anni), si possono ammirare alcune splendide opere dei due artisti, messe a confronto per esaltarne le affinità concettuali e le differenze espressive.

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Yves Klein dentro il Monocrome troué del 1957.

Mi concentrerò sull'opera di Yves Klein, per le sue implicazioni etiche oltre che artistiche: per l'intensità e la passione con cui ha mescolato vita e arte, nella sua breve e visionaria esistenza.

 La disciplina spirituale
Yves Klein figlio di padre olandese e madre nizzarda, entrambi pittori residenti a Parigi, nasce a Nizza nel 1928, dove nella sua giovinezza trascorre le vacanze. Una città che si rivela fondamentale per la sua formazione: qui nel 1946 conosce i due più cari amici, Claude Pascal e Arman, qui prende lezioni di judo, qui si interessa alla dottrina dei Rosacroce secondo gli insegnamenti di Max Heindel e al cristianesimo esoterico, qui viene introdotto dalla zia al culto di Santa Rita da Cascia.
La sua rapida e fugace esistenza è volta alla ricerca ardente e gioiosa di un'arte che conduca lui stesso - in quanto causa agente - e lo spettatore - in quanto elemento partecipante - all'energia divina che permea l'universo, in cui confondersi.
Lo judo riveste una parte importante nella sua educazione: nel 1952 parte per il Giappone, dove a Tokyo frequenta la più importante scuola nazionale, l'Istituto Kôdôkan, per sperimentare la pratica fisica e spirituale dei Kata, una disciplina che attraverso la respirazione e la corretta tecnica armonizza la componente fisica e mentale, e ottiene la cintura nera 4°dan.

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La copertina del libro "Fondamenti dello judo" (1954).

Rientrato in Europa diventa Direttore della Federazione Spagnola di judo, pubblica un libro sui suoi fondamenti e, tornato a Parigi, apre una sua scuola nella cui sala appende tre grandi monocromi: blu oltremare, bianco e rosa carminio, la triade contemplativa che riassume il suo rapporto con il colore.
Nel 1955 decide di consacrarsi unicamente alla pittura e l'anno dopo, lasciati i Rosacroce dopo tre anni di appartenenza come membro, è insignito del titolo di “Cavaliere dell'Ordine degli Arcieri di San Sebastiano” nella chiesa di Saint-Nicolas des Champes a Parigi, scegliendo come motto: "Per il colore! Contro la linea e il disegno!", confraternita a cui attribuisce una grande importanza, tanto che nel 1958 si sposa indossando la solennemente la divisa di Cavaliere ed è accolto al termine della cerimonia religiosa dalla guardia d'onore dei Cavalieri di San Sebastiano. Quando nel 1962 muore improvvisamente per un infarto, lascia più di mille opere.

L'energia universale blu
La profonda ricerca spirituale di Yves Klein si esprime nell'opera artistica con la volontà di annullare l'esasperazione dell'io insieme allo psichismo soggettivo e con l'aspirazione a essere, come dice lui stesso “in nessun luogo e dappertutto contemporaneamente, in una totale libertà fisica e intellettuale”.

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La Vénus Blue (1962).

Non solo abolisce la linea, il disegno, la rappresentazione, ma sceglie di dipingere solo monocromi, perché la potenza del colore possa esprimersi in tutta la sua forza. Dice infatti: “Per me i colori sono degli esseri viventi, degli individui molto evoluti che si integrano con noi e con il tutto”. Quando si accorge che diversi monocromi esposti contemporaneamente sulle pareti della galleria distraggono lo spettatore creando tra loro delle relazioni decorative, si concentra su un unico colore: il blu oltremare, che caratterizzerà tutta la sua opera. Spiega la sua scelta con le parole di Gaston Bachelard: “Prima, non c'è nulla, poi c'è un nulla profondo, poi una profondità blu” ed espone undici monocromi blu identici, tutti dello stesso formato e tonalità, staccati dal muro per 20 centimetri, per indurre negli spettatori uno stato “istantaneo” di contemplazione e di percezione cosmica. Il blu oltremare per Klein non ha dimensione, rappresenta l'immateriale, il sogno aereo, la dimensione profonda, l'aldilà puro senza al-di-qua. Il fascino dell'immaterialità gli è sempre appartenuto: racconta che nella sua adolescenza un giorno che era sdraiato sulla spiaggia di Nizza ha firmato il retro cielo con il suo nome, in un viaggio realistico-immaginario.
Per eliminare la soggettività del pennello stende il colore sulle tele con il rullo e impregna le spugne che trasforma in bassorilievi e sculture; dipinge di blu oltremare il corpo delle modelle che lasciano la loro impronta rotolandosi sotto la sua regia sulle tele stese a terra.
Ma quando il pigmento è associato a un medium che lo rende utilizzabile si altera e Yves Klein vuole mantenere “quella massa sfolgorante e abbagliante che i granelli di pigmento formano quando il pigmento è ancora in povere”, così cerca un legante che non ne alteri l'irradiamento e nel 1956 brevetta con la casa farmaceutica Rhône Poulenc una resina sintetica, chiamata International Klein Blue (IKB), che permette al pigmento di conservare la sua brillantezza e intensità. Con questo blu oltremare meraviglioso la superficie e il volume delle sue opere si smaterializzano e sembrano andare incontro all'osservatore.
In mostra una grande vasca colma di blu oltremare riproduce l'enorme installazione 'Pigment pur' del 1957 e attrae magicamente nelle sue profondità.

Un vuoto-colmo
Per Yves Klein il concetto Zen di vuoto corrisponde a quella completezza cosmica che supera la soggettività e la fenomenologia del tempo, collegando con il tutto universale.

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Yves Klein nel vuoto della galleria (1961).

Per raggiungerlo estremizza la ricerca della smaterializzazione: si rinchiude da solo nella galleria quarantotto ore prima dell'inaugurazione, la ridipinge di bianco per “ripulirla dalle impregnazioni delle numerose mostre precedenti” e con la sua presenza la compenetra di sensibilità artistica, esponendo al pubblico attonito un vuoto colmo di “Sensibilità pittorica allo stato materia prima, specializzata in sensibilità pittorica stabilizzata”, come dice il titolo della stupefacente mostra pneumatica del 1957. Nello stesso anno crea una 'scultura aerostatica' composta da mille e un palloncino blu liberati nel cielo di Saint-Germain-de-Prés.
Nel 1958 progetta di illuminare l'Obelisco di Place de la Concorde, a Parigi, lasciando la base avvolta dall'ombra per dare l'impressione della levitazione, ma non ottiene l'autorizzazione dal Prefetto; l'illuminazione è ripetuta due volte dopo la sua morte, nel 1983 e nel 2006, in occasione di mostre a lui dedicate dal Centre Pompidou.

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Monocromo rosa (1962).

Vende Zone di Sensibilità Pittorica Immateriale in cambio di un certo peso d'oro (1962), quindi firma una ricevuta che l'acquirente deve bruciare solennemente, mentre i suoi dati sono conservati sulla matrice del libretto delle ricevute e getta metà dell'oro ricevuto nella Senna per riequilibrare l'ordine naturale da lui sbilanciato (l'altra metà viene consegnata al gallerista come commissione e l'artista non trattiene nulla per sé).
Ispirato dagli scritti del filosofo francese Gaston Bachelard, introduce nella sua opera elementi di aria e di fuoco: crea delle sculture composte da fiammate di gas incandescente, come: Fuoco di Bengala M 41 - Quadro di fuoco di un minuto (1957), un quadro blu oltremare a cui applica 16 bengala che prendono fuoco in maniera spettacolare e come le combustioni di cartoni trattati con l'amianto e investiti da gettate di gas di bruciatori industriali.
Dichiara che “il pittore dello spazio si getta nel vuoto!” e si fa fotografare mentre apparentemente vola, gettandosi da un muro con le braccia tese in: Salto nel vuoto (1960) .

Oro e magenta esoterici
I colori con cui Yves Klein apre e chiude la sua opera compongono una triade sacra ed esoterica: il blu oltremare , di cui si è detto, l'oro e il rosa magenta.
Yves Klein 1962L'oro è il materiale più puro presente sulla terra, simbolo universale di sacralità, equiparato dal Buddhismo alla fede e alla retta convinzione: come visto, l'oro è il protagonista di una delle sue performance, quando vende spazio immateriale in cambio di oro puro; con l'oro crea alcuni sfolgoranti monocromi e con l'oro riveste il fondo delle sculture che ritraggono a grandezza naturale Arman, Claude Pascal e Martial Raysse, in gesso ricoperto da pigmento blu oltremare (1962).
Il magenta, usato dall'artista nei suoi monocromi in forma di pigmento carminio, rappresenta l'unico colore non compreso nello spettro del visibile: il magenta, simbolo esoterico della coniugatio oppositorum di terra e di cielo, di caldo e di freddo, di Yin e di Yang, di femminile e maschile. Di questo colore Yves Klein avrebbe voluto riempire l'interno dei tavoli trasparenti monocromi progettati nel 1961, realizzati invece solo dopo la sua morte, sotto la supervisione della moglie. Per spiegare la sua scelta l'artista usa le parole dello psicologo francese Robert Desoille, ideatore del sogno guidato, e dice: “Il blu, l'oro e il rosa sono della stessa natura” e “Pare che (…) talvolta un colore dorato appaia sulle vette a cui si eleva il sogno”.
I tre colori compaiono divisi ma uniti nell'ex-voto dedicato a Santa Rita da Cascia, che dona al Monastero umbro nel febbraio del 1961, l'anno prima della sua prematura morte a 34 anni, esposto a Milano per la prima volta. È un'opera piccola ma densissima che racchiude come in uno scrigno prezioso il senso della vita e dell'opera di Yves Klein.

Exvoto © Yves Klein ADAGP

Exvoto, dedicato a santa Rita da Cascia.

Devoto al culto della della monaca domenicana, che i credenti chiamano 'la Santa degli impossibili', Yves Klein compie dei pellegrinaggi al suo santuario e nell'ultimo, compiuto con la moglie, depone questo Ex-voto composto da un contenitore di plexiglas di cm. 22 x 15, suddiviso in zone trasparenti ma non comunicanti: riempie i tre scomparti della parte superiore rispettivamente con pigmento blu oltremare (IKB), rosa carminio e oro in foglie; nella parte inferiore inserisce tre lingotti d'oro fino posati su un letto di pigmento blu e nella parte centrale, attraversata da una larga fessura, introduce un testo manoscritto su sette foglietti di carta tenuti insieme da un sottile filo di cotone, in cui invoca la protezione e l'aiuto per assicurare successo, bellezza e immortalità alla sua opera.
Il testo inizia con la descrizione del suo percorso spirituale e artistico: “1961, febb. Y.K. - Il BLU, l'ORO, Il ROSA, l'IMMATERIALE, Il VUOTO, l'architettura dell'aria, la climatizzazione di grandi spazi geografici per un ritorno a una vita umana nella natura allo stato Edenico della leggenda” e si conclude con le parole: “Anche se non ne sono personalmente degno, aiutami ancora e sempre nella mia arte e proteggi tutto ciò che ho creato affinché, nonostante me, sia tutto, sempre, di Grande Bellezza. Y. K.”.
Scrive Pierre Restany che “l'artista, nel ritorno alla tradizione cosmogonica rosacrociana, ritrova nella trilogia dei colori della fiamma (blu, rosa e oro) l'espressione alchemica della sintesi universale”.