La nobile via della rinuncia

LA VIA BUDDHISTA

La nobile via della rinuncia

di Maurizio Falcioni. Una conversazione con il maestro buddhista Ajahn Chandapalo per impariamo l’arte della rinuncia, scoprendo che la maggior parte delle cose alle quali potremmo rinunciare sono di per sé nocive alla salute e alla nostra crescita spirituale.

Qualche tempo fa, in un monastero buddhista di lignaggio Theravada, dove i monaci praticano la severa disciplina del vinaya tramandata dal Buddha e mantenuta inalterata dagli insegnamenti del venerabile Ajahn Chah, ho avuto modo di trascorrere un breve periodo dialogando con l’ultimo abate del monastero italiano di Santacittarama, il maestro Ajahn Chandapalo (foto a destra). Alla base di questa conversazione si poteva scorgere qualcosa che almeno superficialmente può apparire ovvio: in realtà si tratta della condizione che alimenta la sofferenza umana, il mercato della futilità e ogni forma di resistenza e di reazione mentale. Con poche parole, limpidamente estratte, Ajhan Chandapalo mi fece capire che la maggior parte degli esseri umani sono terrorizzati dall’idea della rinuncia. Qualche giorno più tardi mi imbattei in un testo L’arte di scomparire, che riportava i discorsi di un altro monaco, anche lui theravada, Ajahn Brahm (foto a destra). Alla prima pagina di questo si trova scritto: “Se volete essere qualcuno non leggete questo libro. Farà di voi una nullità, un non sé”.
È necessario comprendere profondamente il senso che racchiude il termine rinunciare: etimologicamente significa respingere, rifiutare. Mi vengono in mente le parole del maestro Ajahn Sumedo, anch’esso monaco Theravada, quando da novizio di fronte la tentazione rimandatagli da un gruppo di belle ragazze che avevano visitato il monastero, disse successivamente: «Mi piace, ma non lo voglio». La rinuncia non è passiva, in essa è incluso un movimento creativo verso qualcosa che si intuisce essere il nucleo della ricerca.
Possiamo rinunciare inizialmente a piccole cose: siamo così immersi nel fare che tutto sembra essere un’alternativa all’ascolto vero e proprio. Impariamo l’arte della rinuncia scoprendo che, sostanzialmente, la maggior parte delle cose alle quali potremmo rinunciare sono di per sé nocive alla salute e alla nostra crescita spirituale.

I cinque Khandha
Ma come possiamo rinunciare una volta che le nostre vite sono state colmate dalle responsabilità e dagli impegni mondani? Prima di tutto dobbiamo comprendere quelli che nel canone pali vengono definiti i cinque Khandha. In questo vi rimando ad un mio articolo apparso sempre su Karmanews qualche tempo fa: I 4 aspetti della mente. Nell’articolo non veniva incluso il primo di questi cinque aspetti perché sostanzialmente si tratta della forma o materia corporea (Rupa), cioè la base dalla quale innestiamo il processo degli altri quattro Khandha. In sequenza essi sono: la coscienza (Vinnana), intesa come ciò che conosce o ri-conosce, il giudizio (Sanna), la sensazione (Vedana) e la reazione (Sankhara).

Quando ci troviamo di fronte un oggetto, animato o inanimato, prima di tutto ne prendiamo atto, quindi ne diventiamo coscienti; successivamente lo etichettiamo attraverso il giudizio duale (bello, brutto; buono, cattivo; giusto, sbagliato; ecc.); al che, tutto questo si manifesta sul corpo attraverso una sensazione che, va ricordato, rappresenta il ponte di congiunzione tra la coscienza ordinaria e l’inconscio; dopo che la sensazione ha fatto la sua comparsa nel corpo, in ultima istanza si attiva una reazione, che può oscillare da un estremo all’altro: possiamo quindi grattarci per un semplice prurito al gomito, oppure uccidere per un torto subito.
La reazione è ciò che per sempre segna la nostra esistenza, marchiandola attraverso codici animici che fungono da guardiani della soglia, pronti ad impedirci il passaggio attraverso la sofferenza: essa però deve essere compresa. La prima nobile verità che il Buddha ci spiega rappresenta il fondamentale insight di svolta verso la realizzazione. La sofferenza, come ci ricorda Ajahn Brahm, è la conseguenza di una eccessiva spinta verso gli oggetti che ci circondano. Brahm scrive: “È la mancanza di appagamento a guidare la nostra vita, a spingerci a leggere un libro o a guardare un film, a viaggiare per il mondo. Ma cosa cerchiamo? A ben vedere, dovunque andiamo troviamo le stesse cose. Gli alberi sono uguali ovunque, e anche le persone. Perchè la gente va in Cina a vedere la Grande Muraglia? Non ha niente di speciale, un muro è un muro. Si paga un biglietto salato per salire sulla torre Eiffel. Ma un panorama è solo un panorama. Cosa spinge la gente a farlo? Spesso è solo un’altra cosa da fare e il desiderio di quello che viene dopo ci fa sentire qualcuno. Cerchiamo la nostra identità inseguendo il prossimo obbiettivo”.

Ajahn Brahm: "Perché la gente vuol vedere la Grande Muraglia? Un muro è un muro".

Una mente vuota e silenziosa
Posso capire che le parole di un monaco illuminato come Ajahn Brahm giungono al lettore provocando una scissione interna. Qualsiasi domanda sorga dentro di noi non è altro che l’attuarsi dei cinque Khandha; al contrario, una mente silenziosa non rileverebbe alcun dubbio per il semplice fatto che essa non sta cercando nulla, è vuota, senza alcuna aspettativa.

Alcuni potrebbero giustamente obbiettare sulla condizione che riguarda lo scrivere quello che abbiamo appena detto. Potrebbero pensare che anche scrivere ciò manifesta un’oggettiva condizione di mancanza e quindi una ricerca di un qualche tipo di appagamento. Il semplice oggetto della scrittura, però, è una forma di insegnamento che procede in entrambe le direzioni. Colui che insegna o scrive ciò che insegna è a sua volta l’allievo che rafforza l’insegnamento. Questo dovrebbe rappresentare l’anticamera della rinuncia, ma siamo davvero in grado di farlo? Il mondo, come qualcuno ci ha ricordato è diviso tra monaci e laici, scisso tra sesso e castità. Dove trovare l’equilibrio se non attraverso la sperimentazione?
Comprendiamo bene questo processo, che ripeto fu più volte descritto dal Buddha e rappresenta la possibilità di vedere o meglio vederci riflessi in uno specchio. I cinque Khandha formano la personalità, la forgiano attraverso la fusione della materia (primo Khandha), il passaggio originario della nascita, dove la materia viene contaminata, da subito, coercizzata dal mondo duale sorretto da questa struttura di filtraggio che abbiamo appena descritto.

L’inconsistenza dell’io
Insomma, siamo di fronte a un’enorme bivio, ancora a buona distanza da esso, ma vedendolo avvicinarsi, come sopraggiungere inevitabilmente prima che sia troppo tardi. Il bivio, sostanzialmente ci porta alla scelta e la scelta è sempre una questione che riguarda l’anima. Di fronte a noi abbiamo due strade, una ci porta verso il conosciuto, ciò che ci rassicura e che per quanto ci faccia soffrire crediamo possa aiutarci ad uscire dalla stessa sofferenza. L’altra strada non la conosciamo, è un mistero sperimentato solo da pochi eletti. Il Buddha però nei suoi discorsi disse che come lui cammineranno su questa terra molti santi vittoriosi: non dimentichiamoci che il termine “sano” trova la sua radice etimologica nel termine “santo”. Stiamo forse andando verso un’epoca di profonda guarigione?

Quello che non conosciamo ci spaventa, nello stesso modo in cui ci spaventa la rinuncia dalle abitudini mondane. Possiamo dedurre da quanto detto che la strada verso l’ignoto è la strada che ci separa dal vecchio schema comportamentale.
Di fronte a questo bivio qualcuno, nonostante abbia scelto di percorrere la strada che porta all’ignoto, decide di ripensarci nel momento in cui i flussi energetici e le informazioni che vengono emanate dall’essenza del panorama circostante/interiore, produce l’attivazione di un effetto, che il Buddha chiamava Anatta, inconsistenza, non-Sé. La strada che percorre l’ignoto, cioè il discernimento, o meglio la comprensione di ciò che è essenziale, ci porta naturalmente alla meditazione. Lo stato meditativo sviluppato attraverso la concentrazione della mente produce stati di profonda presenza dalla quale emerge la saggezza. Maggiore sarà la concentrazione, maggiore sarà la presenza e anche la saggezza in un’ascesa infinita e insondabile.
Il primo effetto di questa esperienza, è dunque Anatta, la comprensione - inizialmente superficiale - che l’identità alla quale abbiamo dato tanta importanza è in realtà pura illusione, impermanente e inconsistente. Sostanzialmente potremmo vedere questa esperienza sottile come l’humus dal quale produrre il disincanto e scegliere definitivamente la via della rinuncia. Eppure anche se appena accennata questa percezione basta a far fare dietro fronte a molte persone. Per questo il Buddha disse che sono pochi a comprendere il sabbasankharasamatha (cioè, con una traduzione limitativa, una condizione che innesta la percezione dell'inconsistenza dell'io), perché la maggior parte delle persone lo teme (MN 26.19).

La prigione degli attaccamenti
Possiamo concludere dicendo che l’attaccamento a ciò che reputiamo doloroso e scomodo risulta essere il vero tallone d’Achille dell’umanità. Gli esseri umani per quanto geniali ed intelligenti non si accorgono di essere prigionieri di una struttura coercitiva che li inchioda sempre nello stesso punto attraverso gli attaccamenti. Ajahn Braham ci ricorda che è la mancanza di appagamento a guidare la nostra vita, con parole di grande illuminazione che ci fanno comprendere che una volta trovato ciò che mancava alla nostra vita ci attacchiamo ad esso così tanto da farlo diventare il cruccio dell’esistenza.

Esistono persone che non solo scelgono la strada che li conduce all’ignoto, ma una volta assaporato il gusto del disfacimento emanato dallo scenario intorno si abbandonano come una foglia alla corrente e lentamente si dissolvono nell’acqua del grande fiume liberandosi completamente dal vincolo del Samsara, l’eterna ruota di morte e rinascita.
Il concetto di liberazione non è un astrattismo. Rudolf Steiner ha definito questo processo la scienza dello spirito, perché una volta che si è scelta la via da percorrere questa ha su di noi degli effetti tangibili, che possiamo vedere concretamente. Lo spirito si manifesta con assoluta concretezza, che il Buddha amava definire Dhamma, che significa legge: ma di quale legge si tratta? Basta guardarsi dentro per vedere tutta la miseria accumulata a causa della nostra cecità, l’incapacità di sentire le leggi che governano l’intero Universo.

Chiudere il ciclo infinito della sofferenza
In chiusura vorrei riprendere le parole di Ajahn Braham che a sua volta si lascia trasportare dalla saggezza del Buddha: “Non intraprendere questo sentiero significa andare incontro ad infinita agitazione, stanchezza, frustrazione, fatica e preoccupazione, non solo in questa vita ma una vita dopo l’altra per eoni e eoni.
Il Buddha disse che le lacrime versate sono di più dell’acqua contenuta in tutti gli oceani riuniti (SN 15:3). Siete morti così tante volte che, se facesse un mucchio di tutte le vostre ossa, sarebbe più alto di una montagna (SN 15:3). La quantità di sangue versato ogni volta che vi hanno tagliato la testa è più dell’acqua contenuta in tutti gli oceani (SN 15:13). Queste immagini dovrebbero suscitare la nibbidha, un sentimento di disgusto o stanchezza per il ciclo potenzialmente infinito della sofferenza”.

Per saperne di più
Maurizio Falcioni: "I 4 aspetti della mente
Ajahn Brahm. "L'arte di scomparire". Ubaldini editore - Roma