William Kentridge: Il colore dell’ombra

L'ARTISTA SUDAFRICANO DISPINGE CON LE TRACCE DEL TEMPO

William Kentridge: Il colore dell’ombra

di Renata Pompas. La collaborazione tra Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la Galleria Lia Rumma e l'Onlus "Tevereterno" ha permesso la realizzazione della monumentale installazione a cielo aperto di William Kentridge, che costeggia il Lungotevere romano.

William Kentridge ha uno stretto rapporto con l'Italia, dove ha esposto disegni, video, sculture, arazzi in Gallerie e Musei (Castello di Rivoli, Maxxi, Villa Medici, Madre di capodimonte); ha curato la regia e la scenografia di opere liriche e teatrali (alla Scala di Milano, al San Carlo di Napoli, all'Argentina di Roma) ed è stato ospitato più volte dalla Biennale di Venezia (1993, 1999, 2005). A Napoli ha curato i grandi mosaici pluripremiati della stazione metropolitana Toledo e ora ha realizzato un percorso spettacolare, Triumphs and Laments: a project for Rome (Trionfi e lamenti: un progetto per Roma), aperto alla libera fruizione.

Una biografia impegnata
Kentridge nasce a Johannesburg (Sud Africa) nel 1955, consegue il Bachelor of Arts in Politics and African Studies presso la Witwatersrand University, poi studia arte alla Johannesburg Art Foundation dedicandosi alla pittura, al disegno, al cinema e al teatro. Nel 1981 si reca a Parigi per studiare mimo alla École Internationale de Théâtre. Tornato a Johannesburg inizia la sua carriera artistica come pittore, scenografo, attore e regista, in cui con profonda sensibilità sociale e politica affronta il tema della lotta contro le ingiustizie, la segregazione razziale, l’apartheid e il difficile processo di riconciliazione razziale del Sudafrica. I maggiori Musei del mondo gli hanno dedicato importanti retrospettive: il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il Museum of Contemporary Art di Chicago e quello di New York, il San Francisco Museum of Modern Art, il Barcelona Museum of Contemporary Art e il Musée du Louvre di Parigi; e ora a Roma la sua opera si offre libera al godimento, nella sua precaria esistenza prevista per solo per i prossimi tre/quattro anni.

Disegnare, cancellare, animare

Kentridge. "Lupa".

Kentridge si esprime con una varietà di originali e personali strumenti multimediali: ritaglia sagome di figure e di oggetti che chiama cut out, disegna su carta (spesso riciclata) a matita, inchiostro, pastello, gessetto e carboncino, sempre e solo in nero monocromo, con una totale abolizione del colore in favore della definizione delle silhouette che compongono una specie di teatro delle ombre. Ombre che, come nella caverna descritta da Platone nella Repubblica, sono l'unica verità accessibile agli umani incapaci di comprendere ciò che vedono, ma che rappresentano anche le ombre della mente. Ha dichiarato che lavora con chiaroscuri di bianco e nero perché «la verità è che non so usare il colore (…). Oggi poi siamo tutti così saturi di colori da aver svuotato le tinte del loro valore. E la realtà è più evidente in bianco e nero».
Kentridge riprende a video - fotogramma per fotogramma - il processo creativo, compresi i ripensamenti, le cancellature e le modifiche e poi monta le immagini realizzando delle originali narrazioni animate, di forte impatto emozionale. Afferma che per lui «la cancellatura è la metafora della perdita della memoria storica, la contestazione delle certezze e dei preconcetti, la messa in dubbio che qualsiasi affermazione definitiva sia un assoluto possibile».

Kentridge. "Pasolini".

A Milano ha proiettato alla galleria Lia Rumma una installazione-video in cinemascope, disposta ad anello lungo 40 metri, su cui scorre ininterrotta una processione tribale che alterna insegne, feticci, carretti, simboli di culto primitivo, musicanti e azioni di sofferenza e fatica. Ai piani superiori oltre a sculture e disegni sono stati esposti i lavori preparatori di Triumphs and Laments: a project for Rome che poi sono stati presentati al MACRO di Roma, dove sono stati accompagnati da un evento musicale e teatrale nei due giorni dell'inaugurazione: una processione di quaranta musicisti e vocalisti, una diversità di strumenti musicali, dalla kora africana (un'arpa-liuto ricavata da una zucca) alla zampogna italiana e dalle canzoni degli schiavi e degli oppressi di diversi Paesi, in un mix culturale e geografico che è la cifra di questo artista.

L'oscura ombra del tempo

Kentridge. "Omicidio Moro".

Triumphs and Laments: a project for Rome, rappresenta il progetto più ambizioso realizzato da Kentridge fino ad oggi: è costituito da un fregio lungo 550 metri, realizzato nel tratto del Lungotevere che separa Ponte Sisto da Ponte Mazzini, ed è stato ottenuto mascherando a stencil lo sporco accumulato nel tempo sul travertino del muraglione e facendone ripulire il contorno; cosicché è la patina depositata nel tempo e destinata a deteriorarsi e a scomparire a raccontare la storia di Roma. Un inno alla frammentarietà e alla precarietà del tempo, delle opere e della memoria. Se nessuna affermazione può considerarsi definitiva, anche questo moderno affresco della storia italiana testimonia il lavoro del tempo nella sua prevista sedimentazione e cancellazione. Una storia che alterna fasto e degrado. Ottanta raffigurazioni alte dieci metri, composte a rappresentare momenti sociali e politici significativi, sono disposte come fossero stazioni immaginarie di una via crucis a-cronologica. Molte immagini si ispirano ai capolavori del passato, citando nella loro reinterpretazione le pitture rinascimentali e barocche, la statua di Marco Aurelio e quella di Giordano Bruno e narrano episodi della vita di protagonisti del mondo passato e contemporaneo: dalla Santa Teresa d'Avila all'uccisone di Giorgiana Masi, dalla Lupa Capitolina alla morte violenta di Pasolini, dal Ghetto Ebraico a Marcello Mastroianni che bacia Anita Ekberg, da San Pietro a Romolo che uccide Remo, dai Prigioni di Michelangelo a Garibaldi e all'uccisione di Aldo Moro.
Ha dichiarato Kentridge parlando dell'opera: «La mia speranza è che, mentre le persone si troveranno a camminare lungo questo percorso, esse possano riconoscere immagini di una storia sia familiare ma anche reinterpretata. E questo rifletterà la maniera complessa nella quale la città si rappresenta».